Quella volta che restammo al buio

Basta una panne tecnologica ed entriamo in crisi. Tutte le volte che un lockdown ci ha mandato in tilt

di Redazione
Simona Gautieri

Nel famoso film ‘Ritorno al Futuro’ il giovane protagonista veniva catapultato indietro nel tempo di 30 anni e si trovava a vivere in una realtà, quella degli anni ’50, priva delle modernità tecnologiche che dava ormai per scontate come il walkman o la televisione a colori. Trent’anni, tutto sommato, sembra un tempo ragionevole per parlare di passato, seppur molto prossimo. Ai giorni nostri, invece, tale concetto è andato ad accorciarsi enormemente e la tecnologia e la robotica, da cui ormai dipendiamo, si evolve a una tale velocità che ci troviamo a considerare come vetusti degli oggetti di uso quotidiano che una manciata di anni prima giudicavamo all’avanguardia. Sono rimaste ben poche attività che svolgiamo senza l’ausilio di un qualche supporto tecnologico, e il doverne fare a meno, anche se per pochissimo tempo, ci appare impensabile.

Digito ergo sum


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AFP

Google va in tilt, e anche noi - Quando lo scorso 14 dicembre Google, il colosso del web con sede a Mountain View in California, ha smesso di funzionare, migliaia di segnalazioni sono partite da ogni angolo del mondo. Niente più email da Gmail, niente più videochat di Google Meet e Classroom, niente video di YouTube e Google Drive. Come ammesso da Google stesso «siamo a conoscenza di un problema con Gmail che interessa un numero significativo di utenti. Questi sono in grado di accedere a Gmail ma si verificano messaggi di errore, episodi di latenza elevata e altri comportamenti imprevisti». E mentre su Twitter si diffondeva l’hashtag #googledown, una nota ufficiale della società americana rendeva noto che «Oggi alle 3.47 am (12.47 in Svizzera) abbiamo riscontrato un’interruzione del sistema di autenticazione durata circa 45 minuti dovuta a un problema interno con la quota storage. I servizi che necessitano che gli utenti siano riconosciuti hanno riscontrato una elevata percentuale di errore durante quel periodo. Il problema è stato risolto alle 4.32 am e tutti i servizi sono stati ripristinati».

Per alcune ore, un tempo breve ma, in certi casi, interminabile i fruitori dei servizi di Google sono precipitati nel panico nell’impossibilità d'inviare posta elettronica, portare avanti la didattica a distanza o, banalmente, non riuscendo a spegnere le luci di casa nel caso di dispositivi di domotica connessi a Google. In Italia il presidente del Codacons Carlo Rienzi ha minacciato una class action degli utenti «danneggiati dai problemi tecnici» e che dovrebbero essere «adeguatamente indennizzati». In tanti poi si interrogano sulle reali cause che hanno determinato il down di Google e ci si chiede se questo possa essere stato causato dall’attacco di qualche hacker informatico. Diverse agenzie federali statunitensi sono state prese di mira da attacchi informatici, presumibilmente russi, di gruppi noti come ‘Cozy Bear’ o ‘APT29’

Secondo quanto dichiarato all’Ansa da Andrea Zapparoli Manzoni, esperto di offensive security e cyber defense, l’indisponibilità dei servizi di autenticazione «potrebbe essere collegato a misure di prevenzione e protezione messe in atto da Google alla luce dell’attacco recentemente scoperto da parte di uno stato verso decine d'importanti realtà a livello mondiale e Usa in particolare». Ritenendo ci fosse una minaccia seria alla propria sicurezza, Google avrebbe quindi deciso di rivedere il proprio sistema di sicurezza e far ripartire il sistema dopo aver eseguito le verifiche del caso. Al contrario, tra coloro che ritengono che il crash di Google non sia legato in alcun modo a problemi di sicurezza, vi è Michele Colajanni, professore di sicurezza all’Università di Modena, secondo il quale «per fare un attacco informatico bisogna avere uno scopo e risorse molto ingenti. A chi gioverebbe investire tante risorse per mostrare la fragilità di Google?».

 Sperduti nel buio


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L’unica certezza che tale episodio ha evidenziato, come detto, è la dipendenza del cosiddetto ‘Uomo moderno’ ai supporti tecnologici. E se per qualche ora di disservizio informatico i disagi sono parsi gravissimi, questi non sono comunque paragonabili a quelli di cui si rimane in balia nel caso di un black out totale. Quando, per intendersi, si rimane totalmente privi dei servizi elettrici e quindi non c’è solo una mail da inviare o un video da guardare, ma si fermano il traffico, gli ospedali, le fabbriche. Quando si rimane al buio e la vita va in tilt. Si parla, infatti, di black out solo quando si hanno seri e prolungati problemi o danni nella disponibilità e nel funzionamento di servizi elettrici, quali trasporti, sistemi di sicurezza, telecomunicazioni, trasporti. Il distacco della fornitura elettrica deve quindi protrarsi per un lungo periodo di tempo ed è causato, solitamente, da fattori indipendenti alla volontà umana, come guasti tecnici a centrali o linee elettriche, ma anche riferibili a cause naturali, quali i terremoti, o, come vedremo, addirittura alla fauna selvatica.


Reuters

La lunga notte di New York - Il primo e più famoso black out nell’epoca dell’elettricità è quello che accadde a New York la notte tra il 9 e il 10 novembre del 1965. Il ‘Great black out’ è diventato leggenda e lasciò al buio un’area di 200 mila km quadrati per ben 12 ore. «Ricordo bene quel giorno» racconta Patrick McGrow, un manager rimasto intrappolato per sette ore all’interno di un ascensore a Manhattan.«Si stava facendo buio e la gente usciva dagli uffici per tornare a casa. Ma all’improvviso tutto, proprio tutto, si bloccò». Alle 17.17 un contatto nella centrale idroelettrica di Niagara Falls, in prossimità delle celebri cascate, andò in tilt per motivi che non furono mai chiariti. Manhattan piombò nel buio alle 17.28 e a seguire, in rapidissima successione, il Massachusetts, il Connecticut, il Rhode Island, il Vermont, il Maine, il New Hampshire e due province canadesi. In soli 12 minuti il black out si propagò in un area di 80 mila miglia quadrate provocando conseguenze gravissime. Le strade, con i semafori spenti, si trasformarono in un inferno di auto immobilizzate, le piste di atterraggio divennero invisibili e i piloti di aerei dovettero compiere infiniti giri intorno agli aeroporti. Migliaia di persone rimasero bloccate nelle metropolitane e negli ascensori o perse nelle strade, diventate labirinti, di una città senza più luci. Sicuramente i problemi più drammatici vennero riscontrati all’interno degli ospedali dove dovettero essere sospese le operazioni chirurgiche in attesa che fossero attivati i generatori. All’epoca infatti le strutture sanitarie erano prive dei sistemi di emergenza di cui sono dotate ora e che si attivano automaticamente al verificarsi di un guasto alla fornitura elettrica in modo da garantire il funzionamento di macchinari indispensabili per il mantenimento delle funzioni vitali o delle sale operatorie. A New York si registrò la morte di tre persone, due delle quali per infarto e una terza causata da una caduta nelle scale. Eppure c’è chi, come Robert Wagner all’epoca sindaco della città, la ricorda come «la notte più bella di New York». Molte furono le prove di coraggio e generosità date durante l’emergenza: molti volontari cercarono di aiutare gli automobilisti intrappolati dirigendo il traffico in assenza di semafori mentre non pochi negozianti dettero ristoro a chi era impossibilitato a far ritorno a casa mettendo a disposizione cibo e, in certi casi, anche letti esposti nei negozi di arredamento. Inoltre, nelle 12 ore di buio totale, a New York il tasso di criminalità scese e vennero registrati solo 59 arresti.


AFP

Fulmini su New York, e la metropoli va in tilt - Di ben altro tenore fu invece un altro storico black out che colpì la stessa New York la notte del 13 luglio del 1977. Una serie di fulmini si abbatterono sulla città mandando in tilt il sistema elettrico. La magia del 1965 però non si ripeté e la Grande Mela, rimasta al buio fino al pomeriggio del giorno seguente, divenne teatro di furti e saccheggi. La polizia arrestò oltre 4 mila persone, vennero rubate migliaia di auto e appiccati centinaia di roghi. Le stazioni di polizia non avevano più celle disponibili e oltre 500 agenti di polizia vennero feriti da colpi di arma da fuoco.


Keystone

Parigi al buio - Il 19 dicembre del 1978 un disastroso black out colpì la Francia a causa del danneggiamento di un cavo elettrico che collegava Parigi alle regioni dell’Est. Ciò fece piombare al buio gran parte del Paese con gravi disagi per le persone coinvolte. In Canada, invece, nel gennaio del 1998, la caduta di piogge torrenziali lasciò senza elettricità per una intera settimana oltre tre milioni di persone mentre in India, il 2 gennaio del 2001, la parte settentrionale del paese, abitato da oltre 200 milioni di persone, rimase al buio per il guasto di una centrale elettrica nell’Uttar Pradesh.

La paralisi brasiliana - Sempre in tempi relativamente recenti si ricorda il black out che si verificò la notte dell’11 marzo del 1999 il Brasile. Un fulmine colpì la sottostazione elettrica di Bauru, nello Stato di San Paolo, generando una reazione a catena che paralizzò la rete elettrica privando dell’energia oltre 97 milioni di persone in diversi stati del Sud del Paese. Il Brasile stava attraversando una grave crisi finanziaria che aveva limitato la spesa per la manutenzione e il riammodernamento della rete elettrica. La metropoli di San Paolo e Rio de Janeiro piombarono nel caos: oltre 1.200 militari vennero collocati nelle strade di Rio per evitare furti e saccheggi, mentre oltre 60 mila persone rimasero chiuse nella metropolitana fino a che l’energia elettrica non venne ripristinata.

Giappone senza elettricità per colpa di una scossa - Come visto, oltre ai guasti tecnici, molto spesso i black out sono provocati da fenomeni naturali quali fulmini, nubifragi o terremoti, come accaduto in Giappone il 5 settembre del 2018. Una forte scossa di magnitudo 6.8 colpì, infatti, Hokkaido, l’isola più settentrionale dell’arcipelago giapponese, a una profondità di 20 km. Circa tre milioni di case subirono l’interruzione della elettricità e i collegamenti del treno superveloce Shinkansen vennero interrotti.


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Quando di mezzo si mette una scimmia - Tra le cause esogene che possono mettere a repentaglio l’efficienza di una rete elettrica ci sono però anche gli animali: topi, serpenti, procioni, volpi e pipistrelli costituiscono un’autentica minaccia per il sistema elettrico. Una vera e propria calamità è rappresentata dal guano degli uccelli che possono causare dei cortocircuiti sulle linee aeree mentre negli Stati Uniti si stima che il 20% dei black out sia causato dalla fauna selvatica, in special modo scoiattoli che, nel solo 2016, sono stati responsabili di oltre tre mila casi d'interruzione di corrente. Tra i casi più eclatanti si può ricordare il black out che ha colpito il Kenya nel giugno del 2016 quando un cercopiteco verde, dopo essersi arrampicato sul tetto della centrale idroelettrica di Gitaru, cadde nel trasformatore provocando una perdita di 180 megawatt di potenza elettrica che lasciò senza luce più di 40 milioni di persone. La cosa incredibile è che la scimmietta sfortunata sopravvisse al grave incidente e venne adottata dall’organizzazione Kenya Wildlife Service. Diverso destino toccò invece al procione che entrò nella sottostazione di Seattle rimanendo folgorato e spegnendo 40 mila utenze.

Nel giugno dello scorso anno, un enorme guasto nel sistema d'interconnessione elettrica lasciò al buio gran parte del Sud America: Argentina, Uruguay, Paraguay, Bolivia, Cile e parte del Brasile. L’interruzione di corrente si verificò alle 7 del mattino, ora locale, ed ha avuto ripercussioni su 50 milioni di persone. Praticamente impossibile immaginare i disagi di un disastro di tale portata: metropolitane bloccate e traffico in tilt per milioni di persone, rete informatica fuori uso e impossibilità a erogare l’acqua potabile.

Un albero caduto in Svizzera mise al buio l'Italia


Keystone


Keystone

In Italia la più grave interruzione di corrente elettrica si verificò alle 3:27 del mattino di domenica 28 settembre 2003. L’intero Paese rimase senza energia elettrica con l’eccezione dell’isola di Capri e la Sardegna, dotata di una propria rete autonoma. La causa, in un primo momento attribuita alla Francia, si individuò successivamente nella caduta di un albero in Svizzera. Il crollo, avvenuto alle 3 del mattino, avrebbe danneggiato la linea svizzera ad altissima tensione Mettlen-Lavorago. La necessità di una nuova distribuzione di energia elettrica, a seguito della perdita di tale linea, avrebbe provocato poi il black out dovuto al sovraccarico di tensione accumulato. Il black out causò gravi problemi quali l’interruzione dei trasporti e lo spegnimento dei semafori e degli ascensori. I vigili del fuoco dovettero intervenire per liberare centinaia di persone rimaste intrappolate al loro interno. L’interruzione di corrente elettrica avvenne proprio quando in Italia si stava svolgendo la prima edizione della ‘Notte bianca’, voluta dall’allora sindaco di Roma Walter Veltroni, e oltre 500 mila persone si trovavano in strada per godersi l’evento. Musei, cinema, piazze, locali notturni rimasero al buio. A Torino un’equipe di chirurghi rimase senza luce proprio durante l’esecuzione di un trapianto di fegato ma, per fortuna, entrò in funzione il gruppo elettrogeno. Purtroppo si verificarono anche dei decessi: due anziane morirono cadendo dalle scale, una persona a causa di un rogo sviluppatosi da una candela accesa e una ragazza rimase vittima di un incidente stradale causato dallo spegnimento del semaforo. In tutta Italia 110 treni subirono blocchi e ritardi che provocarono disagi a circa 30 mila persone che stavano viaggiando in quel momento. I passeggeri del treno Torino-Palermo, per esempio, partito alle 16:55 di sabato, dovettero aspettare 24 ore prima di poter ripartire e giungere a destinazione. Secondo quanto stabilito da una commissione d'indagine italiana, il cui verdetto venne confermato dalla Ucte, l’Unione dei gestori elettrici europei, all’origine del black out ci fu un «errore di valutazione degli operatori svizzeri». Per circa dieci minuti questi ultimi cercarono di ripristinare la linea elettrica ma i tentativi non ebbero successo, motivo per cui chiesero al gestore italiano di ridurre la richiesta di corrente dalla Svizzera di 300 MW. Le indagini successive rivelarono che sarebbe stato necessario staccare almeno 2 mila MW: il sovraccarico causò quindi lo spegnimento delle linee elettriche con un effetto domino che si propagò anche alle linee che collegavano l’Italia con la Slovenia e l’Austria.

Il giorno più nero delle ferrovie


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2005, una panne alla rete elettrica blocca la circolazione dei treni in tutto il Ticino.

In Svizzera, il 22 giugno del 2005, avvenne ciò che è stato definito come «il giorno più nero negli annali delle Ferrovie Federali Svizzere». A causa di un guasto generale nel sistema di approvvigionamento elettrico, i treni su cui viaggiavano oltre 200 mila persone si fermarono causando un caos generale. Poco dopo le 17, in pieno orario di punta, la linea di alta tensione utilizzata dalle Ferrovie elvetiche, posta tra Amsteg, nel Canton Uri e Rotkreuz, nel Canton Gallo, si disattivò di colpo a causa di un sovraccarico di corrente. Le centrali della regione del Gottardo si spensero a una a una e alle 17.47 tutti i convogli delle FFS rimasero immobilizzati. Ci si trovò davanti alla totale paralisi di tutti i treni del Paese e, nell’immediato, non si seppe come affrontare la situazione. Gli allarmi giunti alla centrale di gestione della rete elettrica delle ferrovie furono una quantità talmente ingente, 18 mila chiamate nei primi 60 minuti di guasto, da rendere confusa la ricostruzione di quanto accaduto. In un primo momento si pensò a un corto circuito per poi appurare che il vero problema era dovuto a un sovraccarico della linea elettrica tra il Canton Ticino e la Svizzera tedesca. Secondo quanto dichiarato dal portavoce delle Ferrovie Federali Svizzere successivamente al disastro, l’alimentazione delle linee di contatto era rimasta con 12’000 volt a disposizione invece che 15’000: una quantità assolutamente insufficiente per assicurare il funzionamento dei servizi ferroviari.


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Verso le 19 tutti i passeggeri furono fatti scendere dai treni dato che, a causa del guasto alla corrente, anche gli impianti di aria condizionata erano andati in panne causando gravi inconvenienti per le persone rimaste bloccate sui convogli fermi. Quel pomeriggio di giugno le temperature erano molto elevate tanto da superare i 30 gradi in tutta la Svizzera. Mentre nelle stazioni veniva prestata assistenza e distribuite bottiglie d’acqua, le Ferrovie si attivarono per riportare in stazione il maggior numero di treni, molti bloccati nelle gallerie, grazie all’utilizzo di locomotive diesel o di autobus. Secondo quanto risultato dalle indagini condotte dalle FFS, non si hanno dubbi che «con una migliore prevenzione dei rischi e con le giuste reazioni non si sarebbe verificato un black out di queste dimensioni». Dalle analisi è emerso che le Ferrovie elvetiche, subito dopo il guasto, hanno continuato a vendere corrente alle Ferrovie tedesche; se il flusso fosse stato rapidamente invertito la rete avrebbe avuto a disposizione la quantità di corrente necessaria per risolvere tempestivamente il problema. Hansjorg Hess, responsabile dell’infrastruttura delle FFS, dichiarò che «se al momento del cortocircuito la reazione fosse stata corretta, si sarebbe potuto evitar il peggio».

Toglietemi tutto ma non il televisore - Secondo un recente studio americano, alla domanda “Cosa vi mancherebbe di più in caso d'interruzione della energia elettrica?”, solo il 4% degli intervistati ha risposto il riscaldamento, a fronte del 51% che ha messo al primo posto la televisione. Questa ricerca evidenzia come la maggior parte delle persone non si renda conto dei pericoli e disagi che un black out possa comportare. La mancanza di corrente elettrica, come visto, non significa solo l’impossibilità di accendere il computer o guardare la Tv ma, cosa ben più grave, non avere acqua calda e riscaldamento in Paese dove il clima è rigido, non poter chiamare i soccorsi in caso di bisogno se si ha la batteria del cellulare scarico. Significa rimanere intrappolati per ore in mezzi di trasporto o ascensori bloccati o vagare per delle strade completamente buie. Un ritorno al Passato che, in tanti casi, può rivelarsi molto pericoloso.

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