A lezione di morte: storia di vent’anni di stragi nelle scuole

La strage del liceo di Columbine è la più famosa, grazie al cinema, ma sono molti gli episodi efferati che coinvolgono i giovani

PARKLAND - Sydney Aiello era una bella ragazza di 19 anni, simpatica e piena di vita. Di lei dobbiamo parlare al passato, perché Sydney si è tolta la vita nel marzo di quest’anno, colpevole - a suo modo di vedere - di essere sopravvissuta, a dispetto di tanti suoi compagni e amici, alla strage di San Valentino nel liceo ‘Douglas High School’ di Parkland, in Florida. Tra i tanti giovani che avevano trovato la morte, una mattina qualunque nelle aule di scuola, c’era anche la sua migliore amica Meadow Pollock. Per Sydney il dolore, a un anno dalla tragedia, era insostenibile. La 19enne non è l’unica persona ad essersi tolta la vita in seguito a un massacro scolastico: un suo compagno di classe sopravvissuto alla strage si è sparato alla tempia alla fine di marzo, mentre Jeremy Richman, padre di una bimba (una delle venti vittime della strage della scuola di Sandy Hook nel dicembre del 2012) si è ucciso pochi giorni prima. L’uomo, neurofarmacologo e docente di psichiatria alla facoltà di medicina di Yale, è stato trovato da alcuni operai dentro l’Edmond Town Hall, un cinema e uno spazio pubblico per l’organizzazione di eventi: si è tolto la vita 7 anni dopo la morte di Avielle, 7 anni, alla cui memoria Richman e la moglie Jennifer Hensel avevano dedicato la costituzione della ‘Avielle Foundation’ per la ricerca neuroscientifica dei “meccanismi del cervello che portano a comportamenti violenti”.


KEYSTONE
I senatori democratici Richard Blumenthal e Bob Menendez alla presentazione del disegno di legge per la messa al bando delle armi con caricatori ad alta capacità.

Le cifre del problema - Negli Stati Uniti, dopo ogni strage causata da armi da fuoco, il sito satirico "The Onion" pubblica un articolo che viene puntualmente condiviso da migliaia di persone. È sempre lo stesso, ma vengono aggiornati solo il luogo dove avviene il fatto, i dati relativi al numero di morti e feriti e il nome di chi spara. Una provocazione, che vuole mettere in luce come i maggiori problemi legati alle stragi nelle scuole americane - cioè l’estrema facilità con cui si può entrare in possesso di un’arma e il mancato sostegno psicologico ai tanti adolescenti problematici che le frequentano . di fatto non siano mai stati seriamente affrontati e risolti. Se è vero, infatti, che il fenomeno delle stragi all’interno di istituti scolastici è diffuso a livello mondiale, è altresì vero che negli Stati Uniti si è verificato il maggior numero di tragedie. Dal massacro di Columbine del 1999 a oggi si contano più di 193 sparatorie all’interno di scuole primarie e secondarie, con 129 morti e circa 255 feriti, e ben 187mila studenti coinvolti in questi drammatici eventi. Di media, negli Stati Uniti, si verificano 10 sparatorie all’anno e il loro numero è cresciuto, passando dalle 5 del 2002 alle 15 del 2014: nel 64,5% dei casi l’obiettivo dei killer era la scuola e il 56,7% degli sparatori erano bianchi, il 19,5% ispanici e il 16,6% afroamericani. Il dato più inquietante è sicuramente che nell’85% dei casi le armi sono state portate da casa.

Porto d'armi: leggi e opposizioni - In America, al verificarsi di ogni strage, si torna a parlare del problema del porto d’armi, un diritto tutelato a livello costituzionale, e dell’incidenza - anche a livello di dati numerici - di questo aspetto nel verificarsi di tali episodi. Gli Stati Uniti non si discostano di molto dagli altri Paesi per il numero complessivo di omicidi, ma registrano un numero di uccisioni provocate da armi da fuoco che è 6 volte superiore rispetto al Canada e 16 volte più alto rispetto alla Germania. Secondo un sondaggio del Pew Research Center la maggior parte degli americani non sarebbe, in teoria, contraria all’introduzione di maggiori controlli sul possesso delle armi da parte dei civil; la percentuale delle persone favorevoli si riduce drasticamente quando è il momento di appoggiare delle reali e articolate proposte politiche.


KEYSTONE
Il presidente Donald Trump ospite a un forum della National Rifle Association.

Bianchi e armati - Ed è questo tipo di comportamento, secondo i maggiori esperti, che determina la situazione di stallo in cui ci si trova attualmente: se infatti Barack Obama è stato il presidente che ha maggiormente cercato di cambiare lo stato delle cose, emanando dei provvedimenti restrittivi per la concessione del porto d’armi, è difficile pensare che le cose possano cambiare ora che il Presidente e il Congresso americano sono sostenuti da un elettorato composto per la maggior parte da coloro che, in base agli studi sociali, sono i maggiori possessori di armi: uomini, bianchi e non più giovanissimi. I sondaggi condotti tra i detentori di armi dimostrano che ci sono grosse differenze in base all’età, all’estrazione sociale e al gruppo etnico di appartenenza: tra le persone con più di 60 anni il tasso di diffusione delle armi è del 25%, quasi il doppio rispetto ai giovani dai 18 ai 29 anni. Inoltre il 25% dei bianchi possiede un arma, rispetto al 14% degli afroamericani o degli ispanici, e la diffusione cresce con l’aumentare del reddito: infatti la percentuale è più alta tra chi guadagna almeno 60mila dollari all’anno. Per Donald Trump «se ci fossero insegnanti esperti di armi potrebbero porre fine all’attacco più velocemente», mentre la National Rifle Association (Nra), potente lobby americana delle armi, scagliandosi contro la proposta di legge volta a vietare l’acquisto delle armi a minori di 21 anni, ha ribadito che «le proposte legislative volte a impedire ai cittadini rispettosi della legge di età compresa tra i 18 e i 20 anni di acquistare fucili e carabine li priva del diritto costituzionale dell’autodifesa». La verità è che, mentre i politici discutono sulla legittimità o meno di possedere un'arma da fuoco, sono vent’anni che nelle scuole americane e del mondo centinaia di giovani perdono la vita per mano di compagni, o ex compagni. Le stesse persone con cui magari, fino al giorno prima, avevano condiviso l’aula scolastica. Una lunga scia di sangue che unisce l’America alla Germania e arriva fino al Brasile, passando per la Finlandia e la Crimea. Una drammatica storia di stragi, a cui si può dare una data di inizio: 20 aprile 1999, il giorno di Columbine.

Columbine


KEYSTONE
I due killer ripresi dalle telecamere a circuito chiuso della scuola.

In quella ormai storica mattina di aprile due studenti diciottenni - Dylan Klebold ed Eric Harris - spararono ripetutamente all’interno del liceo Columbine di Littleton, un sobborgo di Denver, in  Colorado. Uccisero 13 persone e ne ferirono 24, per poi suicidarsi dopo la strage. Si può affermare con sicurezza che la strage di Columbine ebbe un'eco mondiale per la spietatezza e la lucidità con la quale i due ragazzi, decisi ad ammazzare quante più persone possibili nel proprio liceo, agirono. La strage, che colpì l’immaginario collettivo, portò immediatamente a una accesa discussione sul possesso delle armi ed ispirò due famose e pluripremiate opere cinematografiche: il documentario "Bowling a Columbine" di Michael Moore, premiato con l’Oscar, e il film ‘Elephant’ di Gus Van Sant, vincitore della Palma d’oro al Festival di Cannes. Che Klebold e Harris fossero ragazzi problematici non era un mistero: il primo - come emerso dai suoi diari - appariva come un ragazzo sprovveduto e impressionabile, mentre il secondo, di sicuro la mente del piano criminale, aveva palesi tendenze psicopatiche.


KEYSTONE
Le foto dell'annuario scolastico di Eric Harris e Dylan Klebold.

Un crescendo di violenza - Già dal 1996 Eric Harris aveva iniziato a condividere su Internet pensieri di morte e formulava minacce verso compagni e insegnanti. Sembra infatti che i ragazzi avessero subito atti di bullismo durante la loro carriera scolastica. Harris era stato denunciato dai genitori di un suo amico, Brooks Brown, preoccupati dalle minacce rivolte al figlio che il futuro killer continuava a scrivere nel suo blog. Nonostante la denuncia il detective Guerra, incaricato di monitorare le parole di Harris, non intervenne neanche quando il ragazzo scrisse di essere in possesso di materiale esplosivo. Il 30 gennaio del 1999 Klebold ed Harris furono arrestati dopo essere incappati in un controllo di routine in seguito al quale risultò che i due erano in possesso di un hardware di cui era stato denunciato il furto qualche tempo prima. Il giudice li condannò alla pena alternativa dei lavori socialmente utili e, consapevole dei loro problemi mentali, ordinò che fossero sottoposti ad una terapia psichiatrica. Questa durò due mesi e terminò proprio ad aprile. Nonostante i loro trascorsi i due ragazzi riuscirono con estrema facilità a procurarsi pistole mitragliatrici e fucili a pompa, acquistandoli online con l’aiuto di un'amica. Li custodirono per settimane nelle loro case, senza che i genitori si accorgessero di nulla. Da quanto emerso, il piano inizialmente elaborato prevedeva l’esplosione di una bomba nella sala mensa, così da indurre studenti e insegnanti a uscire dall’edificio dove sarebbero stati abbattuti a colpi d'arma da fuoco. Una volta compiuta la carneficina i ragazzi prevedevano di fuggire in auto verso l’aeroporto di Denver e qui dirottare un aereo che li portasse in Messico o, in alternativa, schiantarsi a New York contro la cima di un grattacielo. Questo proposito, anticipante di due anni l’attentato alle Torri Gemelle, ha fatto pensare a molti che il piano possa essere stato in qualche modo fonte d'ispirazione per i terroristi dell’11 settembre 2001.

Il giorno della mattanza - Il 20 aprile Klebold e Harris misero in azione il loro piano: prima di arrivare a scuola piazzarono una bomba in un campo vicino, che aveva lo scopo di distrarre il personale addetto alla sicurezza. Poi posizionarono nella mensa scolastica altri due ordigni al propano da 9 chilogrammi ciascuno, nascosti in due borse: dovevano esplodere alle 11.17 ma qualcosa andò storto e il timer non funzionò. I due decisero quindi di lanciare una bomba a tubo - una delle 80 che avevano a disposizione - verso la caffetteria della scuola: quest’ultima esplose ma senza causare feriti. Dopo la deflagrazione Harris gridò «Via, via!» e, dopo aver estratto le armi da sotto gli impermeabili neri indossati dai due, iniziò la sparatoria.


KEYSTONE
Alcuni dei ragazzi feriti nella strage.

La prima vittima fu Rachel Scott, che sedeva sull’erba a poca distanza, insieme a Richard Castaldo che fu ucciso per secondo. Harris si diresse quindi verso una scala, sparò contro tre studenti che stavano salendo e li ferì tutti, mentre Klebold andò nella mensa, aprì il fuoco e uccide due ragazzi prima di entrare in caffetteria. Alle 11.21 Klebold e Harris cominciarono a sparare agli studenti vicino al campo di calcio ma senza colpire nessuno. Una volta tornati dentro l’edificio scolastico spararono, uccidendolo, contro Brian Anderson, un ragazzo che era andato loro incontro per pregarli di smettere la mattanza. Fecero lo stesso con Dave Sanders, il 47enne allenatore della squadra femminile di softball, che poco prima era riuscito a far evacuare gli studenti dalla caffetteria dopo aver sentito i primi colpi di fucile. Anche lui fu freddato immediatamente, colpito ripetutamente alla schiena ed alla testa. Una volta arrivati in biblioteca i due killer uccisero e ferirono 33 persone, andandoli a stanare sotto i tavoli dove si erano nascosti e chiedendo, a molti di loro, se credessero in Dio. Alle 12.02, dopo aver girato per la scuola per circa 20 minuti, senza sparare a nessuno, i ragazzi tornarono dentro la caffetteria: una ragazza che si era nascosta dentro uno sgabuzzino li sentì urlare «Tre, due, uno» e udì altri spari. Klebold e Harris si erano suicidati: il primo con un colpo di pistola alla tempia e il secondo sparandosi in bocca con il fucile da caccia. Il massacro era durato 23 minuti, la maggior parte dei quali (17) in biblioteca.

Polemiche sui ritardi - Dopo la strage ci furono molte polemiche sul ritardo con cui erano giunti gli aiuti: la polizia infatti decise di fare irruzione nella scuola solo alle 14.38 quando un ragazzo, Patrick Ireland, rimasto ferito in biblioteca, riuscì a trascinarsi verso la finestra e a mettersi in salvo con l’aiuto dei corpi speciali della Swat. Fu lui a raccontare che i due assalitori erano morti e solo a quel punto le forze dell'ordine ruppero gli indugi, fecero ingresso nell'edificio e portarono in salvo i feriti e colori che erano riusciti a nascondersi. Alle 16.30 il liceo Columbine fu dichiarato "bonificato". Nel quinto anniversario della strage furono pubblicati i risultati delle analisi della personalità di Klebold e Harris: si evince che il primo soffriva di depressione mentre il secondo era uno psicopatico con un complesso di superiorità di tipo messianico.

Fuori dagli Stati Uniti

La strage di Columbine fu seguita, negli anni successivi, da diversi episodi in ogni parte del mondo. Un elenco che fa venire i brividi.

Ikeada - L’8 giugno 2001 un uomo armato di coltello pugnalò senza pietà 23 bambini di una scuola elementare di Ikeada, città non lontana da Osaka, in Giappone. Il bilancio fu di otto bambini morti (sette femmine e un maschio), altri 15 e un insegnante feriti in modo più o meno grave. «Colpiva quasi senza parlare» raccontò una bimba sopravvissuta alla strage. L’uomo risultò essere un 37enne affetto da schizofrenia, che agì utilizzando un unico coltello da cucina con lama di 15 centimetri. La polizia, avvertita dell’accaduto, intervenne rapidamente immobilizzando l’assassino e traendolo in arresto grazie all’ausilio di alcuni insegnanti. All’orrore per quanto accaduto si sommò poi lo sdegno nello scoprire, appena due settimane dopo il drammatico episodio, l’esistenza di un videogioco sul massacro di Ikeada il cui scopo era di uccidere quanti più studenti possibili a coltellate.


KEYSTONE
La disperata richiesta di aiuto degli studenti di Erfurt.

Erfurt - Il 26 aprile 2002 a Erfurt, città di quasi 200mila abitanti in Turingia - in quella che un tempo era la Germania dell’Est - un 19enne seminò morte nella propria scuola, il liceo-ginnasio Gutenberg lasciando dietro di sé 18 vittime, tra cui 14 professori. Il ragazzo, che per due volte aveva fallito l’esame di maturità e che era stato anche espulso di recente, alle 11 di mattina, mentre era in corso un compito in classe di matematica aprì il test con le domande e dopo aver affermato «Non farò questo compito» estrasse l’arma e iniziò a fare fuoco con una precisione implacabile. «C’era sangue ovunque» riferì dopo la strage uno studente mentre altri, nel corso dell’attacco, avevano affisso a una finestra un cartello con la scritta "Aiuto". I poliziotti, intervenuti sul posto, cercarono di neutralizzare l'aggressore ma uno di loro fu immediatamente freddato dal giovane, che poi si barricò dentro un'aula tenendo in ostaggio 28 compagni. Quando le forze speciali della polizia fecero irruzione all’interno dell’istituto scolastico si trovarono davanti uno scenario di morte: professori e ragazzi assassinati e il giovane omicida riverso a terra, morto suicida. «Era molto aperto, ciò che ha fatto non combacia con l’immagine che ho di lui» ha dichiarato Isabelle Hartburg, una ex studentessa del liceo ora giornalista. «Era intelligente e interessato alla politica, aveva tanti amici ed andava in discoteca. Credo non sopportasse l’idea di non poter fare la maturità insieme ai suoi compagni».

Cina - Il 26 novembre del 2004 a Ruzhou, nella provincia cinese di Henan, un uomo armato di coltello si introdusse nel dormitorio di una scuola cittadina uccidendo nel sonno tutti i ragazzi iscritti al primo anno. Bloccato dai poliziotti accorsi sul posto, l’uomo cercò di suicidarsi tagliandosi la gola e fu successivamente portato in ospedale. Il terribile episodio giunse al culmine di una serie di altri attacchi condotti all’interno di istituti scolastici cinesi - quello fu il sesto in quattro mesi. Un'ondata di violenza tale che indusse molti istituti di Pechino e di altre città ad assumere vigilantes privati per proteggere gli studenti. Solo due mesi prima un autista di autobus aveva accoltellato 24 bambini in una scuola della provincia di Shandong e aveva rapito una bimba di nove anni; nello stesso mese un individuo che aveva con sé un pugnale e ordigni rudimentali aveva ucciso 9 bambini in un asilo di Suzhou, vicino Shangai. Ad agosto dello stesso anno, a Pechino, l’ennesimo assassino aveva ucciso un bambino e ferito 14 persone in una scuola materna cittadina mentre un altro assalitore aveva ferito 12 bambini in una scuola elementare a Panshi, nel nord del Paese.

Winnedon - Nel marzo del 2009 la Germania si trovò a dover fare nuovamente i conti con un drammatico massacro nell’istituto tecnico ‘Albert Realshule’ di Winnedon, cittadina sita a 20 chilometri da Stoccarda. Alle 9.30 del mattino il 17enne Tim Kretshmer imbracciò un fucile mitragliatore e si fece largo nei corridoi della propria scuola, sparando in direzione di due classi. Sotto i suoi colpi caddero immediatamente nove studenti di età compresa tra i 13 e i 17 anni e tre insegnanti, mentre molti altri giovani rimasero feriti. Tornato per ben tre volte nella classe 10D, frequentata da chi era in procinto di dare l'esame di maturità, gridò secondo un testimone «ancora non siete morti tutti?», freddando una ragazza che cercava di proteggere un'amica. Successivamente il killer si diede alla fuga, uccidendo il dipendente di un ospedale psichiatrico con sede vicino alla scuola. Scattò una imponente caccia all’uomo e il giovane fu rintracciato e ucciso durante un conflitto a fuoco con gli agenti di polizia in un supermarket a 40 chilometri da Winnendon. Secondo le persone che lo conoscevano Kretshmer «era un tipo tranquillo, senza arie da macho e per nulla emarginato» anche se rimane il fatto che la sua furia omicida falciò la vita di 12 persone.

Finlandia


KEYSTONE
I colpi d'arma da fuoco esplosi da Pekka Eric Auvinen a Jokela.

Jokela - Il 7 novembre del 2007 l’orrore si sposta in Europa, nel centro scolastico Jokeln Koulukeskus a Jokela, presso Tuusula in Finlandia. A provocare la strage nella quale morirono 9 persone e più di una ventina rimasero ferite fu un giovane studente di nome Pekka Eric Auvinen. Alle 11.40 iniziò a sparare all’interno della scuola utilizzando una pistola calibro 22, provocando la morte di un ragazzo di 16 anni, due di 17 anni, uno studente di 18 anni, una donna di 25 anni, un'infermiera scolastica di 43 anni e la rettrice della scuola, Helena Kalmi, di 61 anni. Con il senno di poi si potrebbe affermare che la strage di Jokela fosse un dramma annunciato: diversi mesi prima del fatto Auvinen aveva caricato su YouTube alcuni video inneggianti il massacro del liceo Columbine con lo pseudonimo di "Naturalselector89". In altre clip si vedeva il ragazzo sparare nel bosco o illustrare i farmaci antidepressivi che assumeva.


KEYSTONE
Il video su YouTube che annunciava la strage.

Prima di procedere con il massacro il ragazzo aveva lasciato una serie di 21 file nel servizio Internet di file sharing Rapidshare: essi contenevano foto dell’arma, dell’attentatore e della scuola oltre a dei file di testo nel più lungo dei quali Auvinen parlava del proprio "manifesto del selettore naturale" scagliandosi contro la società moderna, in una vera e propria guerra contro l’umanità. La strage fu compiuta con pistola che Auvinen aveva ottenuto legalmente dopo aver frequentato un corso al poligono di tiro. In 20 minuti, come detto, nove persone furono uccise e molte altre rimasero ferite, mentre a scuola si scatenò il caos tra urla, grida e tentativi di fuga dalle finestre, a causa dei quali altri studenti riportarono lesioni. Alle 12.08 la polizia iniziò ad evacuare la scuola ed un’ora dopo gli agenti trovarono il corpo del giovane: era in uno dei bagni, si era sparato alla testa ed era incosciente, ma ancora vivo. Auvinen venne trasportato nel vicino ospedale dove però spirò alle 22.15 di quello stesso tragico giorno. Secondo le investigazioni condotte successivamente alla strage, il ragazzo aveva portato con sé oltre 500 proiettili, due caricatori a scivolo e anche della benzina con cui, probabilmente, aveva intenzione di bruciare la scuola.

Kauhajoki - Quella di Jokela non è però l’unica strage avvenuta in una scuola finlandese. Meno di un anno dopo, il 23 settembre del 2008, il Paese ricadde nell’incubo di assistere impotente al massacro di altri giovani studenti incolpevoli. Alle 11 del mattino lo studente Matti Saari iniziò a sparare in un’aula situata al piano superiore del centro scolastico Koulutuskesus Sedu di Kauhajoki, che lui stesso frequentava. Il massacro ebbe luogo durante un esame a cui prendevano parte una ventina circa di studenti. Saari aprì una grande borsa nera all’esterno dell’aula e, armato di una pistola Walther P22, iniziò a sparare senza pietà all’indirizzo dei suoi compagni di studi. Più di 200 proiettili vennero utilizzati e alcune vittime furono raggiunte da più di 20 colpi di arma da fuoco. Un bidello lanciò l'allarme alle 10.47 e la prima unità di soccorso giunse sul posto cinque minuti dopo, mentre la polizia arrivò alle 11.02. Saari cosparse l'edificio di liquido infiammabile e gli dette fuoco, dopo aver iniziato a sparare verso le auto della polizia che stazionavano fuori dalla scuola. Ritiratosi successivamente nella parte più interna dello stabile tentò il suicidio sparandosi alla testa, ma venne rinvenuto agonizzante alle 12.30 e trasportato in ospedale, dove morì poco dopo a causa delle ferite riportate. Il bilancio finale fu di 11 persone morte, dieci studenti e un'insegnante.

Altre vittime americane


KEYSTONE
Le croci delle vittime del massacro di Red Lake.

Red Lake - Il 21 marzo del 2005 a Red Lake, nella riserva indiana della tribù Chuppewa nello stato del Minnesota a cento chilometri dal confine canadese, Jeff Wise, studente 15enne della Red Lake High School sparò senza pietà ai suoi compagni, uccidendone 5. In precedenza aveva freddato i suoi nonni, una professoressa  e un vigilante addetto alla sicurezza dell’istituto. Jeff era un ragazzo solitario con alle spalle una storia famigliare difficile: il padre alcolista si era suicidato, la madre era ricoverata in un istituto per persone con problemi mentali e il ragazzo viveva con il nonno Darly Dash Lussier, ex poliziotto, e la sua compagna. Chiuso nella sua camera era solito chattare in un sito nazista dove si faceva chiamare ‘Todesengel’, angelo della morte, si dichiarava un ammiratore di Hitler e formulava bizzarre teorie sulle tribù indiane di razza ariana e la necessità di eliminare le società multietniche. La mattina della tragedia Jeff uccise il nonno e la compagna per potersi impossessare delle armi conservate in casa. Munito di giubbotto antiproiettile si diresse a scuola passando davanti a Derrick Brun, addetto al controllo del metal detector. Quando l’allarme della macchina scattò Brun venne ucciso nonostante la presenza di una telecamera di sicurezza. Il giovane diresse poi in un'aula della scuola, dove diede il via alla mattanza: dai racconti dei superstiti si evince che il ragazzo salutava le sue vittime prima di ucciderle, oppure le interrogava in merito alla loro fede. Un custode era però riuscito a far scattare l’allarme e tanti studenti si erano barricarsi dentro le proprie aule, impedendo a Wise di entrare. Un suo compagno ha raccontato che «ha sparato e preso a calci la porta ma non è riuscito a entrare ed è andato oltre» mentre Sondra Hegstrom, che conosceva bene Jeff, ha dichiarato di aver sentito diverse persone implorare il killer di fermarsi prima di essere uccise. L’ultimo colpo di pistola l’assassino lo riservò a se stesso, quando ormai la polizia era in arrivo.


KEYSTONE
L'autore della strage di San Valentino con due pistole in pugno.

Blacksburg - Sempre negli Stati Uniti, il 16 aprile 2007, si è compiuto quello che è stato definito «il peggior massacro nella storia americana»: al Virginia Polytechnic Institute di Blacksburg rimasero uccisi 32 studenti e altre 29 persone furono ferite per mano di uno studente di origine sudcoreane di 23 anni, Cho Seung-hui, poi morto suicida. Il killer, cresciuto in un sobborgo di Washington, frequentava il quarto e ultimo anno nell’università scenario del massacro ed era in procinto di laurearsi in letteratura inglese. Il massacro avvenne in due fasi: una prima, iniziata intorno alle 7 del mattino, in cui lo studente iniziò a sparare nel dormitorio uccidendo una persona, e una seconda durante la quale - dopo aver percorso a piedi la distanza che separa il dormitorio dalla Norris Hall, uno dei complessi dell’Università, senza essere intercettato dalla polizia - andò in cerca dell’aula in cui credeva si trovasse l’ex fidanzata, iniziando a sparare all’impazzata. Molti studenti, allertati dall’allarme lanciato via web, riuscirono a barricarsi dentro le aule mentre i più sfortunati furono uccisi, secondo le testimonianze dei sopravvissuti, dopo essere stati messi in fila come per una esecuzione.

DeKalb - Il 14 febbraio 2008 alla Northern Illinois University si compì l'ennesimo massacro: un ex studente di nome Steven Kazmierczak, di 27 anni, laureato in sociologia nel 2006, si presentò armato con due pistole e un fucile e fece fuoco durante un’affollata lezione universitaria di geologia, uccidendo 6 persone . Alto e magro, completamente vestito di nero, secondo un testimone oculare della tragedia il giovane «non ha detto una parola, è salito sul podio dove si trovava l’insegnante ed ha aperto il fuoco verso gli studenti. Ha sparato in rapida successione, con calma, mentre nell’aula esplodevano il caos ed il terrore». Gli studenti sopravvissuti hanno cercato di fuggire calpestando i corpi insanguinati dei feriti, tra gemiti e lamenti. La polizia è giunta rapidamente sul luogo della strage ma l’assassino si era, come accade nella maggioranza dei casi, suicidato. Dalle indagini condotte successivamente è emerso come il giovane avesse da poco interrotto una cura farmacologica e mostrasse un comportamento insolitamente instabile.

Oakland - Il 2 aprile del 2012, la Oikos University, una università cristiana della città di Oakland, in California, diviene scenario dell’ennesimo massacro condotto in una scuola americana: il 43enne One Goh, di origine coreana, vestito con una tuta mimetica, aprì il fuoco durante una lezione e, dopo aver ordinato agli studenti presenti in aula di mettersi contro il muro, uccise immediatamente 6 persone di età compresa tra i 20 ed i 40 anni. L’università Oikos offre diplomi in materie religiose ma anche in medicina e musica e la maggioranza degli studenti ha origine asiatica come l’assassino. Ricevuta la prima chiamata di soccorso, la polizia e gli agenti speciali della Swat circondarono l’edificio mentre Goh, compiuta la strage, si recò in un supermercato distante qualche chilometro dal complesso scolastico, dove confessò a una guardia giurata di aver ucciso diverse persone. Tratto in arresto dalla polizia il killer «non è mai apparso pentito per ciò che ha fatto».

Sandy Hook


KEYSTONE
Carlee Soto, sorella di Victoria, docente uccisa nel massacro.

Sempre nel 2012 dagli Stati Uniti giunsero le immagini drammatiche di bambini terrorizzati e piangenti in fuga dalla propria scuola elementare: il dramma della Sandy Hook nella tranquilla cittadina di Newton, a un centinaio di chilometri a nord di New York, ebbe un’eco mondiale e le terribili immagini del massacro rimangono indimenticabili, anche a distanza di quasi dieci anni. A morire in questo caso furono 20 bambini di una età compresa tra i 6 e i 7 anni. Anche se da anni la cronaca riportava di stragi avvenute nei licei o nelle università, mai si sarebbe pensato che la furia omicida di uno studente potesse rivolgersi a bambini così piccoli.


KEYSTONE
Una foto del killer, Adam Lanza.

Il 20enne Adam Lanza, ricordato dagli ex insegnanti come «un vero genio», il 14 dicembre del 2012 sparò in pieno volto alla madre Nancy, che lavorava nella scuola della strage come supplente, poi si diresse verso la scuola elementare, dove si ritiene avesse già nascosto le armi usate per la strage. Fu la preside Dawn Hocsprung ad aprire la porta ad Adam, avendolo riconosciuto nel videocitofono: per motivi di sicurezza, infatti, l’ingresso della scuola veniva chiuso alle 9.30 e, per accedervi, era necessario mostrare un documento di identità. Ma Adam era una vecchia conoscenza: figlio di una dipendente e per giunta aveva lui stesso frequentato la Sandy Hook.

Cresciuto con le armi - Adam soffriva della sindrome di Asperger e, dopo il divorzio dei genitori, viveva con la madre nella cittadina di Newton, nella contea di Fairfeld, che vanta un reddito medio tra i più alti degli Stati Uniti. Il fratello Ryan aveva già lasciato la famiglia per vivere per conto proprio. La madre Nancy era una grande appassionata di armi e, fin da quando era piccolo, aveva insegnato ad Adam come utilizzarle. Il giorno del massacro il giovane si diresse con decisione verso le aule della scuola elementare e quelle dell’asilo, armato di due pistole portate da casa: non appena la preside Dawn sentì i primi spari e le grida dei bambini ebbe la prontezza di avvertire del pericolo con il megafono, prima di uscire in corridoio e morire colpita dal killer. Una intera classe della scuola materna fu cancellata dalla furia omicida di Lanza, del quale si racconta che abbia agito con una freddezza tale da non tradire alcuna emozione in viso mentre diversi bambini venivano tratti in salvo dal coraggio e dalla lucidità delle maestre che riuscirono a nasconderli negli armadi, come nel caso della 27enne Victoria Soto, che pagò con la vita l’amore per i suoi piccoli alunni. Quando Lanza fece irruzione nella classe dove insegnava, la Soto era già riuscita a mettere in salvo i piccoli: la maestra disse al killer, che trovò l'aula vuota, che i bambini erano a lezione di ginnastica. Il bilancio della strage fu di 27 persone uccise: 20 bambini e 7 adulti, compreso Lanza che si uccise prima dell’arrivo della polizia.

Parkland


KEYSTONE
Nikolas Cruz in tribunale.

Nel pomeriggio del 14 febbraio 2018 i responsabili della Marjory Stoneman Douglas High School, un campus che si trova a Parkland, 50 chilometri a nord di Miami, diffusero su Twitter la notizia che nel comprensorio scolastico si erano sentiti degli spari. Il 19enne Nikolas Cruz, allievo della scuola, aveva iniziato la sua mattanza dopo essersi fatto accompagnare - munito di una sacca e di uno zaino contenenti diverse armi e munizioni - da un Uber.


KEYSTONE
I ragazzi portati fuori dall'istituto.

Il ragazzo attivò poi il sistema antincendio, indossò una maschera antigas e, munito di granate fumogene, si fece largo nelle aule scolastiche iniziando a sparare dopo aver scelto con cura le proprie vittime tra le persone di sua conoscenza. In tutto furono uccise 17 persone, di cui 14 ragazzi tra i 14 e i 18 anni, e tre adulti: Scott Beigel (un insegnate di geografia che venne ucciso dopo aver chiuso a chiave un’aula per proteggere gli studenti rifugiatisi al suo interno), Aaron Feis (assistente coach della squadra di football che fece da scudo a due alunni) e Chris Hixon (direttore atletico della scuola). Molte delle giovani vittime furono onorate con la medaglia al valore per essere cadute nell’atto eroico di aver aiutato tanti compagni di classe a mettersi in salvo. Dopo la mattanza il giovane, mescolatosi tra la folla, cercò rifugio in un vicino McDonald’s dove venne arrestato alle 15.40 dello stesso giorno.

Rischi sottovalutati - I problemi comportamentali di Nikolas Cruz, segnato da un'infanzia senza famiglia, erano noti da tempo e già nel 2016 il Florida Department of Children and Families iniziò ad indagare sul suo conto: aveva infatti iniziato a condividere su Snapchat dei video in cui si infliggeva tagli alle braccia ed esprimeva la volontà di comprare un’arma. Dalle indagini condotte a suo carico risultò che Cruz soffriva di autismo, depressione ed iperattività ma nella valutazione conclusiva si valutò comunque che «era a basso rischio di fare del male a se stesso e agli altri». Lo sceriffo della contea di Broward, Scott Israel, descrisse i profili online del ragazzo come «molto, molto disturbati» mentre nella scuola scenario della strage circolava una direttiva che proibiva a Cruz di portare uno zaino al suo interno dopo che lo stesso aveva rivolto minacce di morte a diversi compagni. Nei video pubblicati su YouTube il ragazzo dichiarava: «Voglio morire combattendo ma prima uccidendo un casino di persone», eppure nessuno dei tanti indizi che il killer aveva lasciato dietro di sé servì a mettere sull’avviso dell’imminente tragedia che si sarebbe abbattuta a Parkland.

Dalla Crimea al Brasile


KEYSTONE
Dimitrios Pagourtzis, l'assalitore di Santa Fe.

Santa Fe - Prima, però, ancora gli Stati Uniti: il 18 maggio 2018 a Santa Fe, pochi chilometri a sud di Houston, si consuma la ventiduesima sparatoria in ambito scolastico dall’inizio dell’anno. Dimitrios Pagourtzis, armato di un fucile da caccia e di una revolver calibro 38, uccise 9 studenti e un insegnante durante una tranquilla mattinata di studio nel liceo locale. Al rumore dei primi spari un docente ed ex marine, Presley Lummis, ebbe la prontezza di attivare l’allarme anti-incendio provocando l’evacuazione dell’istituto scolastico. Un'anima divisa in due, quella di Dimitrios: pubblicamente si presentava come un ragazzo tranquillo che giocava nella squadra di football della scuola e faceva parte della squadra di danza della locale chiesa greca-ortodossa che frequentava. Sui social, al contrario, emergeva la sua anima nera, quella che lo portava a lanciare proclami di morte e a indossare giacche con simboli nazisti. Un ragazzo che veniva descritto «come tutti gli altri» ma che nel suo diario appuntava metodicamente tutti i suoi propositi di vendetta, concependo lucidamente il massacro dei compagni di scuola ed il proprio suicidio. Il massacro c’è stato ma Dimitrios non riuscì a suicidarsi: ferito dagli agenti di polizia venne catturato ed arrestato. Intorno alla scuola furono rinvenute anche diverse bombe rudimentali che avevano lo scopo di fare strage degli studenti in fuga e che, fortunatamente, non esplosero. Dalla confessione resa allo sceriffo della contea emerse che le vittime erano state scelte lucidamente. «Ho risparmiato chi mi piaceva perché potesse raccontare la mia storia», ha infatti affermato. La prima persona a rimanere uccisa fu Shana Fisher: la 16enne, esasperata dalle avance del giovane, lo avrebbe fronteggiato davanti a tutta la classe. L’odio verso le persone da cui si sentiva rifiutato o bullizzato, il coach e i compagni di classe, fu la molla che scatenò l'ennesimo massacro.


KEYSTONE
L'arrivo dei soccorsi all'istituto tecnico di Kerch.

Kerch - Il 17 ottobre dello stesso anno a Kerch, in Crimea, si consumò una strage sul “modello americano”: il diciottenne Vladislav Rosljakov, studente del collegio tecnico di Kerch, città portuale della Crimea, fece irruzione nella scuola che frequentava facendo esplodere nella mensa scolastica un ordigno pieno di schegge di metallo ed aprendo subito dopo il fuoco contro i presenti. Il bilancio del massacro fu pesantissimo: 20 morti e oltre 30 feriti. Il killer arrivò a scuola mentre tutti erano nelle classi e, come emerge dalle immagini delle telecamere di sicurezza, si cambiò in un bagno inutilizzato, imbracciando il fucile di cui si servì poi per la strage. Prima di procedere al massacro, il ragazzo fece attenzione nel cancellare tutti i suoi profili social. Rosljakov, che si uccise prima dell’arrivo della polizia, viene descritto come «molto introverso» e, a detta dell’ex fidanzata, «represso e diffidente». «Voleva vendicarsi dei compagni di scuola che lo umiliavano». Una storia difficile quella di Vladislav: il padre se ne era andato di casa a causa dei suoi problemi di alcolismo e il ragazzo era cresciuto con la nonna e la mamma che lavora come infermiera generica ed è una testimone di Geova, gruppo religioso che in Russia è considerato fuorilegge. Sembra che il ragazzo fosse appassionato di armi e bravo in chimica, cosa che giustifica l’abilità nel costruire ordigni esplosivi. Alla notizia della strage il presidente Putin puntò il dito sul pericolo della globalizzazione, affermando che «vediamo intere comunità nei social network e su Internet, frequentate da ragazzi psicologicamente instabili che si creano falsi eroi. Tutto è iniziato con i noti eventi tragici nelle scuole degli Stati Uniti». In effetti sembra che il giovane fosse ossessionato dalla vicenda della strage di Columbine e che, come riferito dalla madre agli investigatori, avesse guardato diversi video riguardanti sparatorie nelle scuole i giorni prima della strage.

San Paolo - È di marzo di quest’anno invece, la notizia di una strage scolastica avvenuta a San Paolo in Brasile: Luiz Henrique de Castro di 25 anni e Guilherme Taucci Monteiro di 17 anni, ex studenti della scuola statale Professor Raul Brasil di Suzano, hanno aperto il fuoco contro i presenti per poi rivolgere le armi contro se stessi e morire suicidi. Prima di fare irruzione dentro l’istituto scolastico i giovani si sono recati presso una concessionaria di automobili e hanno sparato tre colpi di pistola contro il proprietario. Poi, verso le 9.30 del mattino, si sono presentati a scuola incappucciati, hanno aperto il fuoco all’ impazzata uccidendo 5 studenti ed un insegnante, ferendo nel contempo altre 17 persone. Dentro la scuola sono state rinvenute una calibro 38, un’arma medioevale simile a una balestra e bottiglie molotov. Secondo la madre del più giovane degli assalitori il figlio era vittima di bullismo, ma si è successivamente scoperto che la donna è tossicodipendente e che il ragazzo era stato allevato dalla nonna, che era venuta a mancare proprio un mese prima della strage.

Un elenco di storie storia di stragi perpetrate da ragazzi ‘normali’ o i cui problemi non sono stati affrontati nella maniera opportuna; ragazzi lasciati soli nella propria frustrazione e nella propria rabbia che hanno trovato, in una sanguinosa vendetta, la catarsi al proprio dolore. 

Gallery

Podcast

Copyright © 1997-2019 TicinOnline SA - Tutti i diritti riservati
IMPRESSUM - DISCLAIMER - SEGNALACI - COMPANY PAGES
Disposizioni sulla protezione dei dati  -   Cookie e pubblicità online  -   Diritto all'oblio


Ultimo aggiornamento: 2019-05-19 15:07:35 | 91.208.130.87