La sindaca incinta divide il Giappone: è polemica sul congedo maternità

Il caso di Shoko Kawata riapre il dibattito su maternità, discriminazioni lavorative e futuro della natalità nel Paese.
Shoko Kawata ha già battuto diversi record nella sua vita: è stata la prima sindaca di Yawata, una città di circa sessantottomila abitanti appena fuori Kyoto, e anche la donna più giovane mai eletta in Giappone, avendo assunto tale carica ad appena trentatré anni. È di pochi giorni fa la notizia che la Kawata abbia voluto infrangere un altro tabù, annunciando di voler andare in congedo per maternità per quattro mesi, essendo in attesa del primo figlio. La notizia ha aperto un vero e proprio dibattito nel Paese, e l'opinione pubblica si è divisa tra coloro che hanno manifestato massima solidarietà alla sindaca e coloro che si sono scagliati con animosità contro la donna, rea di “volersi fare una vacanza” in barba al ruolo istituzionale per la quale è stata eletta. Come se non bastasse, Shoko Kawata ha specificato di volersi prendere le sedici settimane di congedo divise in otto settimane prima del parto, previsto per metà settembre, e otto settimane dopo tale evento: un periodo di maternità più lungo rispetto a quello normalmente previsto per le sole lavoratrici dipendenti che è di quattordici settimane nel caso di figlio singolo, andando ad aumentare nel caso di parto gemellare. Essendo quella del sindaco una carica elettiva per la quale non è previsto tale congedo, la Kawata è stata costretta, come raccontato dal Post, “a predisporre un piano senza precedenti” affidando al vice sindaco la maggior parte degli impegni assunti, rimanendo coinvolta nelle decisioni più importanti.
ImagoLa critica: le donne con incarichi pubblici non devono fare figli
La decisione presa dalla Kawata sfida consuetudini radicate nella società giapponese ed un diffuso atteggiamento ostativo nei confronti delle lavoratrici donne, con l'aggravante che, nel suo caso, il ruolo di sindaco conquistato nel 2023 viene considerato non sacrificabile al bene della famiglia, fosse anche per un periodo limitato di tempo. A questo proposito Toshio Tamogami, rappresentante dell'estrema destra giapponese, ha scritto sul suo profilo X di provare “un forte senso di disagio” di fronte ad una persona che ha un incarico pubblico “e si prende una vacanza così lunga” ricoprendo una carica pubblica “insostituibile”. Per Tamogami, le donne che aspirano a ricoprire incarichi pubblici non dovrebbero avere in programma di fare figli, oppure, in caso contrario, evitare di avanzare la propria candidatura per gli stessi. Ad oggi, solo il 30% dei consiglieri in Giappone sono donne e solo l'1,2% di essi ha meno di quarant'anni.
Preoccupa il calo della natalità in Giappone
A dispetto dei commenti malevoli rivolti alla sindaca, molte persone, tra cui donne con ruoli politici, hanno speso parole di sostegno e ammirazione nei confronti della donna, venendo apprezzata la sua volontà di cambiare il modo di vedere il congedo di maternità e, in generale, le politiche di sostegno alla maternità in un Paese sempre più afflitto da un drammatico calo della natalità. Si stima, infatti, che in Giappone lo scorso anno siano nati circa settecentocinquemila bambini, il numero più basso da quando si è iniziato a registrare tale dato alla fine dell'Ottocento. Una contraddizione che è stata sottolineata anche da Kawata che ha dichiarato che “la società dice che ha bisogno di più bambini, ma il parto è ancora trattato come una responsabilità individuale. Si vuole dare il benvenuto ai bambini, ma non al parto stesso”. Un editoriale del giornale Mainichi ha sostenuto la decisione presa dalla donna sostenendo che “il Giappone ha bisogno di creare un ambiente in cui le persone possano prendere quel congedo come una cosa ovvia”. La stessa sindaca si è detta sorpresa dalla reazione suscitata dalla sua decisione, affermando di non aspettarsi “che fosse così controverso” e affermando che “c'è ancora l'idea che nel lavoro, le persone dovrebbero sacrificare le loro vite personali per dedicarsi interamente alla carriera (…) per gli uomini, il parto non influisce fisicamente sui loro corpi, quindi tecnicamente è possibile continuare a lavorare, mentre si mette la propria vita privata in secondo piano. Ma per le donne semplicemente non è possibile”. “I sistemi possono essere cambiati, ma le persone non possono. Non posso diventare un uomo (…) non ho mai visto il parto e la carica pubblica come incompatibili. Ho solo sentito che era qualcosa che doveva essere accettato come normale” ha aggiunto la sindaca durante una intervista al Japan Times.
DepositLa paura di perdere il lavoro
Quello denunciato dalla sindaca nipponica, ossia un sistema lavorativo progettato per delle carriere maschili che chiede alle donne di adeguarsi forzatamente, è un problema diffuso a livello globale e nella maggior parte dei Paesi al mondo, a parte alcuni virtuosi sul tema della maternità e dell'assistenza all'infanzia, le donne che si trovano ad affrontare una gravidanza vivono la paura di essere demansionate o di perdere il proprio posto di lavoro proprio a causa della pausa per il periodo di maternità. In Giappone questo diffuso sentimento di ostilità nei confronti delle lavoratrici incinte o madri ha anche un nome specifico, matahara, che unisce due parole inglesi ossia maternity, maternità, e harassment, molestie, e descrive appunto quel sistema di abusi e discriminazioni subite dalle donne in gravidanza o già madri sul posto di lavoro, e che porta spesso a dei licenziamenti illegali o a delle dimissioni forzate. Nonostante, come visto, il sistema normativo giapponese preveda il congedo di maternità, molte donne lavoratrici sentono di non poterne usufruire liberamente, pena la perdita del lavoro o l'instaurazione di un clima lavorativo che sfiora il mobbing.
Secondo un sondaggio condotto dalla Confederazione sindacale giapponese nel 2015, il 20,9% delle donne lavoratrici, ossia una su cinque, aveva sperimentato il matahara, mentre il 60% delle donne abbandonava il posto di lavoro quando rimaneva incinta. Tutt'oggi la percentuale delle lavoratrici costrette ad abbandonare il proprio lavoro a causa della maternità è altissimo e si stima che neanche la metà delle lavoratrici regolari riescano a riprendere il proprio lavoro dopo il congedo di maternità. Le testimonianze raccolte sul sito Matahara.net raccontano storie di donne che arrivano addirittura a rimpiangere di essere rimaste incinta a causa delle violenze psicologiche subite: “sentivo che la gravidanza fosse una brutta cosa” o “pensavo di non voler mai più rimanere incinta” sono solo alcuni esempi di tali stati d'animo.
ImagoTradizione contro cambiamento
Nella società giapponese tende ad esserci ancora una netta differenza tra la donna casalinga, che decide di dedicarsi alla cura della famiglia e dei figli, e le donne dedite alla carriera che, in molti casi, decidono di non sposarsi e fare figli conscie delle difficoltà, spesso insormontabili, di conciliare l'aspetto privato e pubblico della propria esistenza. Le donne lavoratrici, in questo contesto, si inseriscono come una sorta di via di mezzo tra le altre due, e sono quelle che devono affrontare il mobbing riservato a chi cerca di lavorare pur avendo una famiglia. Il matahara, quindi, trova in Giappone un humus fertile per due ordini di motivi: in esso sopravvive ancora una società nella quale da divisione dei compiti a seconda del genere è molto forte, motivo per cui all'uomo spetta il dovere di andare al lavoro mentre alla donna sono rimesse le cure parentali, e la piaga degli orari di lavoro estremamente lunghi e sfiancanti che hanno dato origine anche al dramma delle morti sul lavoro, molte delle quali sono dovute ad atti volontari. In una società nella quale anche prendersi il congedo retribuito che spetta per legge sembra quasi un miraggio, quello di maternità o per l'accudimento dei figli diventano quasi utopici. Questo modello di società si è imposto negli anni in cui il Giappone si è imposto come potenza economica mondiale, motivo per cui sperimentare modelli di lavoro alternativi e più flessibili sembra ora molto difficile. Nella vicenda della sindaca Shoko Kawata ciò che risulta veramente consolatorio è la solidarietà che la stessa ha ricevuto dai propri concittadini che hanno sostenuto la decisione presa dalla donna, mostrando empatia per gli attacchi ricevuti dalla stessa sui media nazionali. Lo scollamento esistente tra la società civile e gli haters sulle piattaforme social evidenziano una forte volontà di cambiamento e rinnovamento a favore delle nuove generazioni che sentono di non doversi più votare al lavoro fino all'estremo sacrificio come fatto dai loro padri.
Appendice 1
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