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La Maga australiana razzista che piace ai “bianchi incazzati”

Chi è Pauline Hanson, la rossa di One Nation il partito di estrema destra che sta conquistando vittorie elettorali? Un successo che rilancia il dibattito su razzismo, multiculturalismo e consenso nell'Australia contemporanea.
La Maga australiana razzista che piace ai “bianchi incazzati”
Chi è Pauline Hanson, la rossa di One Nation il partito di estrema destra che sta conquistando vittorie elettorali? Un successo che rilancia il dibattito su razzismo, multiculturalismo e consenso nell'Australia contemporanea.

Lo scorso maggio One Nation, un partito di estrema destra australiano, ha conquistato la sua prima vittoria elettorale nella Camera dei Rappresentanti, conquistando un seggio che era in mano ai partiti conservatori tradizionali dal 1949, ed imponendosi nel collegio elettorale di Farrer, nello stato sud-orientale del Nuovo Galles del Sud. Il candidato di One Nation David Farley, un imprenditore agricolo locale, ha conquistato il 42% dei voti dichiarando: “Siamo come uno scalpellino con scalpello e martello che incide lettere nella democrazia australiana. Stiamo frantumando il soffitto di cristallo”. Il partito è stato fondato nel 1997 da Pauline Hanson, nata Seccombe e conosciuta come 'Pauline la rossa' per il colore vivace della sua capigliatura, una piccola imprenditrice di Brisbane, entrata in politica alcuni anni prima vincendo un seggio nel Consiglio comunale di Ipswich, e divenuta poi senatrice nel Queensland dal 2016. Il suo messaggio politico, spesso caratterizzato da toni razzisti, ha sempre riguardato temi legati all'immigrazione e al trattamento, ritenuto di favore, riservato agli aborigeni australiani a proposito del quale disse che “la maggior parte degli aborigeni non vuole sussidi perché si rende conto che il benessere li sta uccidendo”.

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Le provocazioni tra xenofobia, Islam e diritti transgender
Le sue dichiarazioni xenofobe, fortemente criticate anche in Australia, sono dirette prevalentemente contro gli immigrati di origine asiatica ed africana, accusati “di portare malattie”, auspicando la Hanson che il Paese diventi “monoculturale” dato che l'immigrazione “ha diluito la singolare identità australiana”. Nel 2016, dopo la sparatoria in una discoteca ad Orlando, la politica ha chiesto che venisse emesso un divieto di immigrazione nei confronti delle persone di fede musulmana, auspicando l'adozione di politiche che vietino la costruzione di nuove moschee o l'installazione di telecamere a circuito chiuso nelle stesse. In più occasioni, la Hanson si è scagliata contro la popolazione musulmana in Australia, scrivendo al senatore dei Verdi Mehereen Faruqi, “se non sei felice qui fai le valigie e vai a cagare in Pakistan”, o chiedendosi “se ci sono buoni musulmani là fuori”. Nel 2017, la senatrice Hanson si è presentata al Senato australiano indossando un burqa quale protesta per il rifiuto della Camera di prendere in considerazione un divieto di copertura integrale in tutta l'Australia. La scena si è poi ripetuta nel 2025, ottenendo anche il sostegno del vice primo ministro Barnaby Joyce e del senatore Ralph Babet. “L'Islam non può avere una presenza significativa in Australia se vogliamo vivere in una società laica, coesa e aperta. Abbiamo visto la distruzione che sta provocando in tutto il mondo” ha detto la Hanson la quale si è in più occasioni scagliata contro la questione transgender, definita come un serio problema sociale e culturale. “Questo movimento transgender - ha affermato di recente la Hanson - è una forza militante di tutta la società e deve essere affrontato. È come l'Islam militante: è ovunque e cerca di ridefinire l'umanità e la biologia delle persone”. In sostanza One Nation dice di volersi far portavoce di coloro che si definiscono “bianchi incazzati”, non solo per la questione migratoria, ma anche per colpa dell'inflazione, dell'aumento dei prezzi delle case e del mutuo, oltre che per le politiche contro il surriscaldamento globale che a detta di molti agricoltori mettono a rischio il loro modo di vivere.

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L’ascesa travolgente di One Nation
One Nation ha una storia politica caratterizzata da alterne fortune, ma dalle elezioni tenutesi nel maggio dello scorso anno la sua ascesa è stata incredibile: partito dallo 6,5% dei voti, il partito della Hanson è arrivato al 28% nei sondaggi di giugno, superando “la somma dei voti del Partito liberale e del suo tradizionale alleato di minoranza, il Partito nazionale, radicato nelle aree rurali”, come scritto su Internazionale. Dai sondaggi risulta che il partito abbia fatto breccia tra l'elettorato conservatore tradizionale, “ostile ai partiti di sinistra e convinti che l'immigrazione sia una questione politica prioritaria”. Per il giornalista Liam Gammon, “il partito è diventato il principale punto di riferimento dello scontento dei conservatori, per i quali la xenofobia è spesso, ma non sempre, un elemento di primo piano”. La questione migratoria è talmente sentita che persino il Partito Liberale, guidato da Angus Taylor, si è trovato a dover affrontare apertamente l'argomento, nella speranza di non perdere troppi consensi elettorali. E così, a differenza della linea politica portata avanti in questi decenni, lo stesso Taylor ha dichiarato che “l'Australia sta andando incontro ad una erosione culturale” ed ha promesso di controllare i social media di chi chiede un visto, come succede nell'America trumpiana, limitando l'accesso ai programmi di welfare ad alcune categorie di stranieri residenti nel Paese.

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L’ombra lunga del razzismo in un Paese multietnico
Quello del razzismo nel Paese è un problema che l'Australian Human Rights Commission definisce “pervasivo”, nonostante in Australia il 51,5% della popolazione sia nato all'estero o abbia un genitore di un altro Paese e gli aborigeni rappresentino il 3,2% dei suoi abitanti. In Australia si parlano oltre trecentocinquanta lingue diverse e oltre centosessantasette di esse sono indigene. L'attacco terroristico del dicembre 2025 a Bondi Beach, contro la comunità ebraica che celebrava l'Hannukkah, ha fatto esplodere un risentimento generalizzato contro le persone straniere presenti sul territorio australiano, in special modo di fede musulmana. Secondo i dati forniti dalla Commissione, in Australia sono in aumento episodi legati all'antisemitismo e all'islamofobia, oltre al 54% degli aborigeni “colpiti da una forma di discriminazione razziale negli ultimi sei mesi nel 2024” con un aumento importante rispetto al 39% riferiti nel 2014. Secondo Amnesty International Australia, nell'ultimo decennio sono stati segnalati incidenti razzisti in quasi tutti i settori della società australiana, dalle attività quotidiane ai trasporti pubblici, e si calcola che un australiano su tre nato all'estero in un Paese non di lingua inglese abbia sperimentato lo scorso anno delle discriminazioni a causa del colore della pelle, dell'etnia o della religione. Sempre secondo i dati raccolti da Amnesty International Australia, circa un australiano su tre ha opinioni negative nei confronti dei musulmani. Nonostante solo il 28% degli elettori di One Nation abbia indicato la questione migratoria come prioritaria, rispetto al 69% degli elettori di Reform Uk in Gran Bretagna o dell'82% di quelli di Alternative für Deutschland, è evidente che anche la società australiana si trovi ad affrontare il dibattito relativo ai flussi migratori e alla convivenza tra più gruppi etnici e religiosi in un tempo governato da una pericolosa demagogia.

IMAGOLa leader di One Nation, Pauline Hanson, indossa un burqa nell'aula del Senato presso il Parlamento di Canberra

Un razzismo prevedibile che svuota il futuro dell’Australia
La scrittrice Zoya Pattel ha scritto sul Guardian di essere rimasta costernata nell'apprendere dell'aumento di popolarità di One Nation, nonostante i temi del razzismo e dell'immigrazione siano sempre stati usati dai partiti di destra per nascondere i reali fallimenti della propria politica: “è così prevedibile, quasi noioso”. Pattel ha riflettuto sul fatto che l'avvento sulla scena politica della Hanson negli anni Novanta le ha fatto realizzare, per la prima volta, “che io e la mia famiglia non fossimo necessariamente i benvenuti in Australia, e che ci fossero persone a cui non piacevamo per nessun altro motivo se non la nostra visibile differenza culturale (…) quando Hanson non è stata eletta nel 1998 ho pensato che quel brutto periodo di retorica anti-immigrazione fosse alle spalle. Eppure eccoci qui, con i sondaggi che registrano l'aumento della popolarità di One Nation e altri ideologi che rafforzano il loro pericoloso messaggio”. Per la scrittrice le tante persone che scrivono sui social “ci sono troppi stranieri qui”, affermano una cosa non vera dato che “come qualsiasi immigrato ti dirà, non è esattamente facile immigrare in Australia. E' costoso e ci sono criteri molto rigorosi” , mentre coloro che affermano che “non si vogliono assimilare” dimenticano che non “vi è alcun punto finale di assimilazione se semplicemente non piace il colore della mia pelle”. “Da bambina-racconta la scrittrice ed editrice- i miei genitori hanno cercato di controbilanciare il razzismo propagandato dalla Hanson sottolineando che tutte le persone della nostra comunità amavano il multiculturalismo posto al centro della cultura australiana. Ora se penso che mio figlio passerà i prossimi trent'anni della propria vita con lo stesso stanco e ripetitivo razzismo, mi sento come svuotata di motivazioni”. La realtà è che il distorto senso di nazionalismo che si sta diffondendo in molti Paesi occidentali fa leva su questioni, quale quella migratoria e l'integrazione razziale, che di fatto, per la Pattel, non sono “che un modo per distrarci dalle reali diseguaglianze che stiamo tutti affrontando, e che molto poco hanno a che fare con il colore della pelle. Non è che si tratta semplicemente è un sistema che funziona sull'oppressione di molti per garantire il successo di una minoranza di persone”.


Appendice 1

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IMAGOLa leader di One Nation, Pauline Hanson, indossa un burqa nell'aula del Senato presso il Parlamento di Canberra

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