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Lo scandalo di abusi sessuali che imbarazza Medici Senza Frontiere

Diciotto operatori licenziati dopo 59 casi di abusi in un campo profughi tra Ciad e Sudan, mentre le vittime denunciano paura e silenzi.
Lo scandalo di abusi sessuali che imbarazza Medici Senza Frontiere
Diciotto operatori licenziati dopo 59 casi di abusi in un campo profughi tra Ciad e Sudan, mentre le vittime denunciano paura e silenzi.

È di pochi giorni fa la notizia che diciotto dipendenti di Msf siano stati licenziati perché coinvolti in cinquantanove casi di abusi accertati in un campo profughi al confine tra Ciad e Sudan. La giornalista Sam Mednick di Associated Press ha reso noto i risultati di una indagine interna avviata nel 2024 dopo essersi recata nel campo profughi in questione dove, dallo scoppio della guerra in Sudan l'anno prima, avevano trovato rifugio centinaia di migliaia di persone. Qui la Mednick aveva raccolto la testimonianza di molte donne, e anche ragazze minorenni, che le avevano raccontato di aver ricevuto aiuti o un lavoro a fronte di prestazioni sessuali con alcuni operatori di diverse organizzazioni umanitarie, tra cui Medici Senza Frontiere. Secondo Al Jazeera, gli episodi di abusi denunciati, che con un'alta probabilità sono più numerosi dei cinquantanove denunciati, vanno dalle molestie sessuali allo sfruttamento sessuale e “rappresentano una grave violazione dei valori e della responsabilità di Medici senza frontiere”. L'organizzazione, nella propria indagine interna, ha fatto luce su numerosi episodi in cui ragazze minorenni rifugiate sono state costrette a prostituirsi e in un caso, sette ragazze rifugiate sono state caricate su di un veicolo di Msf con la scusa di recarsi ai distributori d'acqua per poi essere portate in un luogo diverso “ed esposte ad abusi sessuali e richieste di sesso”.

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Donne sottoposte a qualsiasi forma di violenza
Si tratta di donne che hanno già sopportato un carico di dolore indescrivibile, sottoposte a violenze di ogni tipo o costrette a vedere l'esecuzione sommaria dei propri familiari ad opera di gruppi militari, l'esercito e il gruppo paramilitare Rapid Suppor Forces, che combattano dal 2023 una delle guerre più devastanti e sanguinose dei nostri tempi. I combattimenti hanno portato ad una gravissima crisi umanitaria e si stimano dalle sessanta alle centocinquanta mila vittime, con oltre undici milioni di persone costrette a lasciare la propria casa per trovare rifugio in campi profughi improvvisati, vivendo in condizioni di povertà estrema e violenza, con gravi episodi di carestia e ben tre ondate di colera con migliaia di vittime. Per Edem Wosornu, direttrice delle operazioni dell'Ufficio delle Nazioni Unite per gli affari umanitari, quello in Sudan “è uno dei peggiori disastri umanitari a memoria d'uomo”. Come riportato dal Neue Zürcher Zeitung per la Consulente per lo sviluppo Asmita Naik “gli abusi sessuali nelle organizzazioni umanitarie sono diffusi (…) e le organizzazioni umanitarie sono responsabili sia della prevenzione degli abusi sia della loro individuazione quando avvengono”. Interpellata a tal proposito, Medici Senza Frontiere ha affermato che “le situazioni di emergenza creano condizioni che aumentano i rischi: le persone sono particolarmente vulnerabili, le risorse sono limitate e gli squilibri di potere possono essere significativi”.

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Impossibile individuare gli abusi
Fondata a Parigi nel 1971 da un piccolo gruppo di medici e giornalisti francesi, in seguito allo scoppio della carestia del Biafra durante la guerra civile nigeriana, l'organizzazione internazionale Msf è stata insignita del Premio Nobel per la Pace nel 1999. Attualmente opera in settantatré Paesi del mondo, con oltre sessantacinque mila operatori umanitari impegnati in missioni umanitarie e sanitarie, come attività chirurgica d'emergenza, lotta alle epidemie e supporto psicologico per le vittime di traumi e di guerre. Proprio per la complessità della propria organizzazione, e le migliaia di persone impiegate sul campo, nel suo rapporto Msf ha dichiarato di non essere in grado di rintracciare ogni persona coinvolta nei casi di abusi denunciati, vista anche la portata della crisi dei rifugiati e del continuo afflusso di persone nel campo profughi. “Nonostante i nostri sforzi per rafforzare i sistemi di protezione, siamo consapevoli che non sempre sono stati sufficienti a prevenire o individuare gli abusi”, anche se l'organizzazione, che richiede al proprio personale di firmare un rigoroso codice di condotta, abbia nel tempo implementato dei canali confidenziali per denunciare tali comportamenti.

Abusi e silenzi già avvenuti in passato
Già nel 2018, Medici Senza Frontiere aveva denunciato il fatto di aver ricevuto, nel corso dell'anno precedente, oltre centoquaranta denunce riguardanti abusi di potere, molestie e diverse forme di comportamenti inappropriati da parte di loro dipendenti. Già all'epoca, la stessa organizzazione denunciava come il fenomeno “fosse largamente sottostimato” annunciando una politica di tolleranza zero verso queste persone. Molte vittime, infatti, rinunciano a denunciare gli abusi subiti per paura di perdere l'accesso agli aiuti vitali per ritorsione, mentre altre lamentano il fatto di non aver ricevuto nessun supporto o alcun tipo di risposta dopo aver denunciato tali fatti. Quello degli scandali sessuali all'interno delle organizzazioni umanitarie non è un tema nuovo e nel corso dello scorso decennio sono stati denunciati diversi casi simili, come nel caso riguardante alcuni operatori dell'organizzazione Oxfam, accusati di sfruttamento sessuale durante la missione umanitaria ad Haiti successiva al terremoto del 2010. Nel 2020, furono invece denunciati dei casi di abusi compiuti nel Congo Orientale, durante la campagna di contrasto all'Ebola, perpetrati da alcuni operatori umanitari, tra i quali dipendenti della stessa Organizzazione Mondiale della Sanità. Nel 2024, vennero denunciati centinaia di casi sospetti emersi durante le missioni di pace e di natura politica dei caschi blu dell'Onu. Come riferito dal Neue Zürcher Zeitung, dalle denunce erano emersi ventisette casi di abusi su minori, e l'80 per cento delle denunce riguardava missioni nella Repubblica Democratica del Congo e nella Repubblica Centroafricana.

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Quando le 'mele marce' mettono a rischio la fiducia globale
Si tratta di casi che gettano ingiustamente discredito nei confronti delle organizzazioni umanitarie in quanto tali, che si impegnano per aiutare le vittime di conflitti o le popolazioni che vivono in contesti sociali e sanitari difficilissimi. “Stiamo parlando di mele marce, quaranta casi su oltre quaranta mila nostri operatori in tutto il mondo. È chiaro però che lascia l'amaro in bocca” ha detto al Corriere della Sera Federica Nogarotto, per dieci anni capomissione per Medici Senza Frontiere Italia in giro per il mondo, dall'Africa al Medio Oriente. Come riferito da Jasmine Westendorf, ricercatrice sui conflitti, al quotidiano svizzero, “le persone che vivono intorno alle missioni, si trovano in condizioni estremamente precarie, spesso non hanno cibo sufficiente, né lavoro, e sono fuggite da situazioni di violenza, Intorno ai campi per sfollati, si creano frequentemente delle economie di guerra, in cui prestazioni sessuali vengono scambiate con beni o servizi”. Rimane il fatto che le misure adottate per far fronte a queste forme di abuso si siano rivelate inefficaci, basta vedere il ripetersi di casi simili negli anni, motivo per cui per gli esperti bisogna iniziare rafforzando la fiducia delle popolazioni locali nei confronti delle organizzazioni umanitarie, prevedendo delle indagini più accurate e anche un sistema di risarcimenti per le vittime. Come dichiarato da Gretchen Baldwin, ricercatrice su temi di genere e missioni di pace presso l'Istituto Internazionale di ricerca sulla pace di Stoccarda, “una procedura di reclamo che non prevede indagini e, in ultima analisi risarcimenti per la vittima, è del tutto inutile”. Per Asmita Naik sarebbe necessario creare un organismo internazionale di controllo e un difensore civico a cui le persone possano rivolgersi per denunciare tutti quegli episodi di abuso subiti nell'ambito di operazioni umanitarie, sia locali che internazionali. Come dichiarato dalla Naik al Neue Zürcher Zeitung anche i donatori, sia privati che istituzionali, andrebbero coinvolti in una stringente opera di controllo e vigilanza perché “a cosa serve fornire assistenza medica, se allo stesso tempo, attraverso il proprio personale, si provoca un danno medico?”.


Appendice 1

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