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Rovistare nella spazzatura come scelta di vita

Cresce il fenomeno del dumpster diving tra giovani e influencer, tra risparmio, lotta allo spreco e nuove forme di attivismo.
Cresce il fenomeno del dumpster diving tra giovani e influencer, tra risparmio, lotta allo spreco e nuove forme di attivismo.

Vedere qualcuno che fruga nell'immondizia, alla ricerca di cibo o di qualcosa da indossare, è uno dei simboli più tragici di quella povertà estrema che colpisce un numero crescente di esseri umani. Può apparire quindi incredibile che ci siano delle persone che, letteralmente, si immergano nei rifiuti, dumpster diving, per seguire una propria concezione di vita, fatta di riciclo e contenimento dell'inquinamento ambientale. Si tratta di recuperare, dai cassonetti ad uso industriale, edile o residenziali, oggetti ritenuti non più utili da chi li ha scartati, ma destinati ad un nuovo uso da parte di chi li raccoglie. Secondo l'Oxford English Dictionary, tale termine è apparso per la prima volta nel 1983 negli Stati Uniti e fa riferimento ai cassonetti della spazzatura prodotti dai fratelli Dempster intorno agli anni Trenta del secolo scorso, i Dumpster Dempster, poi comunemente chiamati Dumpster. Tale pratica si è poi diffusa negli anni Novanta all'interno di un movimento anti consumista denominato freegan, fondato sul veganesimo e il recupero del cibo sprecato, per poi diffondersi anche in Europa, in special modo nei Paesi scandinavi e in Inghilterra.



Miliardi di visualizzazioni sui social - Un tempo attività di nicchia, da qualche anno si è trasformato in un fenomeno più popolare, e online non mancano i video di persone che saltano dentro i cassonetti posti fuori dai negozi o condomini e mostrano quanto raccolto in giro. Come scritto sul Guardian, solo su TikTok decine di migliaia di post #dumpsterdiving hanno accumulato miliardi di visualizzazioni. Secondo un sondaggio di EduBirdie, il 31% della Generazione Z e dei Millennial ha provato il dumpster diving, ed il 70% di loro ha affermato di farlo principalmente per risparmiare dei soldi.

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Risparmiare sulla spesa - I motivi per cui le persone si rivolgono a questo tipo di pratica, quindi, sono svariate: in America, dove il fenomeno è particolarmente diffuso, viene visto come un modo per risparmiare sul costo della spesa o per reperire degli oggetti, da aggiustare o riciclare, che si sarebbe costretti ad acquistare per esigenze contingenti. Qualsiasi sia il motivo per il quale si incomincia tale pratica, tra gli attivisti è comune l'idea che si tratti di una attività virtuosa che garantisce che nelle discariche arrivi un numero sensibilmente inferiore di rifiuti da smaltire. Nel mondo vengono prodotti oltre due miliardi di rifiuti solidi urbani all'anno, il che significa circa tremilaottocento tonnellate di rifiuti al minuto, con una previsione di crescita di quasi quattro miliardi di tonnellate entro il 2050.

Rifiuti globali fuori controllo -Dall'ultimo rapporto del Global Waste Management Outlook, redatto nel 2024 dall'Unep, programma delle Nazioni Unite per l'ambiente, solo il 20% di questi rifiuti viene riciclato, mentre il restante 80% finisce nelle discariche se non disperso in maniera illegale ed incontrollata nell'ambiente. Tra i Paesi maggiormente responsabili di questo stato di cose vi sono gli Stati Uniti e la Cina, ma anche i Paesi in via di sviluppo, a causa della propria espansione demografica ed economica. I motivi per cui questo accade sono molteplici e sono da imputare alla crescente urbanizzazione, che chiaramente comporta l'aumento della produzione dei rifiuti urbani, ma anche a dei modelli di consumo che si sono imposti a livello globale ormai da alcuni decenni. La cosiddetta fast-fashion, e la produzione di beni di consumo a basso costo usa e getta, genera un giro d'affari in continua crescita ma che comporta, tra i suoi tanti effetti collaterali, anche un aumento spropositato di rifiuti. Il modello consumistico di società, ormai imperante, si basa sulla vendita e sull'acquisto di merci destinate, per la maggior parte di esse, ad essere sostituite con altre in un sempre più breve lasso di tempo, con un aumento della necessità di smaltire non solo tali beni di consumo, ma anche gli imballaggi e e le plastiche legate ad esse.

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Tiffany, nei cassonetti dei rifiuti tre volte a settimana - Il movimento dei dumpster diving sta acquistando sempre più popolarità sui social media con la conseguente affermazione di veri e propri influencer, come Tiffany Butler, nota anche come dumpsterdivingmama, una trentacinquenne del Texas, mamma di sue figli, la quale si 'immerge nei cassonetti due o tre volte a settimana riuscendo a guadagnare, per sua stessa ammissione, “circa ottanta mila dollari in due anni”. In un articolo di qualche anno fa sul New York Post, la donna aveva raccontato di aver trovato “nove scarpe da ginnastica, magliette e calzini New Balance, nuovi di zecca, con cartellini del prezzo attaccati”. La Butler ha raccontato ai media statunitensi di aver praticato questa attività per otto anni, preferendo andare a caccia di oggetti nei cassonetti posizionati dietro negozi di lusso, vista la varietà di ciò che poteva trovare. A differenza di ciò che si crede, inoltre, il dumpster diving è perfettamente legale negli Stati Uniti, salvo che non si sconfini in qualche proprietà privata o non li si apra forzatamente, scassinando qualche sistema di chiusura.

Ella Rose trasforma la spazzatura in un business - La venticinquenne texana Ella Rose è un'altra dumpster diving divenuta celebra per la sua attività che l'ha portata a guadagnare cento mila dollari, grazie al ritrovamento di beni di lusso nuovi di zecca, quali Dyson, abiti Calvin Klein e Victoria Secrets, Burlington e Apple hauls. Ciò che era iniziato come un curioso hobby adolescenziale, è continuato negli anni rendendola una dei volti più noti del dumpster diving. “Ho iniziato a guardare altri content creator che lo facevano e ho chiesto a mia madre di portarmi a provarlo. Ha finito per piacermi molto”. La ragazza rivende ciò che trova durante le sue ricerche sul suo sito web, ma molte vengono anche donate, come nel caso di articoli per animali che “vengono buttati via invece che donati a qualche rifugio per animali”.

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Sofie che educa allo spreco - In Europa, invece, spicca Sofie Juel Andersen una trentenne danese che ha fatto del dumpster diving “un attivismo quotidiano” per educare allo spreco. La giovane ha raccontato ad Open di non aver mai praticato questa attività prima, ma di averlo trovato “pazzesco: era pieno di cibo fresco e adatto per essere consumato (…) spesso anche i cestini sono pieni di cibo: polli interi, caramelle, bevande. Una volta abbiamo trovato trecento lattine di bibite ancora intonse, che vengono buttate solo perché le confezioni sono danneggiate”. Il dumpster diving è diventato presto per la ragazza “una scelta di vita”, non solo perché riduce l'inquinamento ma perché le permette “di lavorare solo quattro giorni a settimana” avendo moltissimo tempo libero che occupa viaggiando. Come visto dai racconti di coloro che praticano il dumpster diving, il livello di spreco nella nostra società industrializzata ha raggiunto ormai da tempo un livello allarmante, non essendo affatto raro imbattersi in oggetti di lusso gettati via senza nessun riguardo, così come in confezioni di cibo integre che vengono eliminate solo per difetti risibili.

Cibi poco appetibili - La continua ricerca di ciò che è esteticamente bello contagia infatti anche il reparto alimentare, e ci sono cibi che pur essendo del tutto commestibili vengono scartati perché non risultano appetibili “all'occhio” del consumatore. Secondo i dati rilasciati dalla Fao, oltre un terzo del cibo prodotto al mondo va perso. Nel settembre 2015 l'Assemblea delle Nazioni Unite ha adottato gli obiettivi di sviluppo sostenibile per il 2030, compreso quello di dimezzare gli sprechi e di ridurre le perdite alimentari lungo le catene di approvvigionamento, eppure, i dati ci dicono che la soluzione al problema sia ancora molto lontana. I Paesi nei quali si spreca più cibo sono gli Stati Uniti, la Germania e la Gran Bretagna, ma anche la Svizzera occupa la parte alta della classifica dei Paesi più spreconi, con circa 2,8 milioni di cibo all'anno, e oltre 330 chilogrammi pro capite. I prodotti non consumati, poi, sono responsabili dell'8-10% delle emissioni di gas serra a livello globale, senza considerare l'enorme dispendio di acqua che comporta produrre anche solo un chilo di quel pane che poi viene buttato nei bidoni della spazzatura. Se anche il dumpster diving ci facesse storcere il naso, sembrando una attività da fricchettoni, non si può però negare la sua utilità nel farci riflettere sui problemi che maggiormente affliggono il nostro tempo: l'inquinamento ambientale e la disuguaglianza sociale.


Appendice 1

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