Siamo strani o unici? No, siamo neurodivergenti

Se ne parla tantissimo sui social. La parola neurodivergenza è diventata un trend. Elon Musk e Paris Hilton dicono di averla. Il 15% della popolazione globale ne è affetta. Gli altri non sanno nemmeno cosa sia.
L'interesse intorno alle neurodivergenze è cresciuto in maniera esponenziale negli ultimi anni. È diventata una parola di tendenza sui social media, citata nei tanti forum di persone che si riconoscono come tali. Che si tratti di persone famose, da Elon Musk a Billie Ellish, o di quelle sconosciute, l'interesse verso la propria salute mentale ha spinto sempre più persone a riconoscersi in una certa tipologia di neurodivergenza, e questo fenomeno, se da una parte certifica una maggiore consapevolezza di sé, d'altra parte può indurre a non seguire dei percorsi diagnostici codificati.
Le persone strane - Intorno alla parola 'neurodivergente', proprio per il gran parlare che se ne fa, vi è molta confusione, e spesso viene citato come di una condizione patologica mentre non ha natura di termine medico, ma più sociologico, per indicare un funzionamento neurologico atipico, in cui il cervello elabora, apprende e segue modalità di funzionamento differenti rispetto alla norma. Si ritiene che il termine 'neurodivergente' sia stato coniato agli inizi del Duemila dall'attivista per i diritti dell'autismo Kassiane A. Asasumasu la quale identifica come neurodivergente “qualsiasi cervello che diverga dalla norma in senso statistico”, riferendosi non solo alle persone autistiche, ma anche a quelle con disturbo da deficit di attenzione e iperattività ADHD, dislessia o discalculia, per fare qualche esempio. Lo scopo dell'attivista era quella di dare visibilità sociale a tutti coloro che ritenevano di divergere dall'idea standardizzata di ciò che veniva definito come 'neurotipico'. Per Asasumasu, il termine permette alle persone di esprimere il loro modo d'essere senza scendere nei particolari della propria storia privata o medica. Inoltre, nella sua voluta genericità, consente alle persone che si riconoscono in questo modo d'essere di solidarizzare tra di loro, anche per ottenere un miglioramento della propria condizione personale dal punto di vista politico e sociale.
ImagoSi nasce o si diventa? - Come spiegato da Nick Walker, professore di psicologia presso il California Institute of Integral Studies, su Npr, una nota organizzazione mediatica no-profit statunitense, “i cervelli differiscono l'uno dall'altro come le impronte digitali. La neurodivergenza stabilisce questa idea che all'interno dello spettro delle neurodiversità, ci sono norme dominanti e divergenze da quelle norme dominanti”. Secondo Walker, sono diverse anche le modalità con le quali si diventa neurodivergenti: alcune persone nascono così, mentre altre lo diventano per le cause più varie, come delle lesioni traumatiche alla testa o per il long Covid. Anche l'assunzione di sostanze psichedeliche per un periodo prolungato di tempo potrebbe, per l'esperto, può portare a sviluppare una neurodivergenza che, è bene ricordare, è un termine generico e non medico.
Dal lockdown all'inclusività - Dal 2010 in poi il termine neurodivergente è diventato sempre più popolare, anche grazie alla diffusione dei social media, arrivando a spopolare nel 2020 quando, in seguito ai lockdown imposti per contenere la pandemia da Coronavirus, sempre più persone si focalizzarono sullo stato della propria salute mentale, impegnandosi a discutere delle neurodivergenze nelle comunità nate online. Con il passare del tempo, il termine è andato ad inglobare una serie pressoché infinita di condizioni quali la sindrome di Tourette, la disprassia che si manifesta come difficoltà di movimento e coordinazione, l'alta sensibilità o il giftedness che si ha quando una persona ha un alto potenziale cognitivo o delle capacità eccezionali in ambiti specifici, quali l'arte.
DEPOSITQuando il confine tra normalità e diversità si fa sottile - Come spiegato sul Tages Anzeiger da Victoria Block, direttrice della clinica privata Upk di Basilea, e Simone Tuena-Küpfer, una educatrice, “non esiste una linea di demarcazione netta. Alcune caratteristiche, come la sensibilità al rumore, l'avversione per le chiacchiere o l'elevata attività mentale, sono presenti anche nelle persone neurotipiche. Il fattore decisivo è l'entità, se le chiacchiere sono così stancanti che una persona deve sdraiarsi per due ore oppure se qualcuno ha paura di fare una passeggiata perché potrebbe portare ad avere una conversazione con degli sconosciuti. È necessario che tali limitazioni persistano per un periodo di tempo prolungato, che riguardino diverse aree dell'esistenza e comportino una grave sofferenza”. Solo con il tempo e l'osservazione dei comportamenti di una determinata persona è quindi possibile ravvisare una qualche neurodivergenza dato che, a differenza di quel che si è soliti pensare, tale modalità d'essere non può essere individuata con degli scanner o alcuna strumentazione medica.
È proprio nell'eccessiva generalizzazione di ciò che può considerarsi come neurodivergente che molti critici ravvisano la fallacia del metodo: il termine 'neuro' indurrebbe le persone in errore, facendo credere loro che si sia in presenza di una diagnosi medica, mentre l'inclusione di sempre nuovi tipi di divergenze dal neurotipico sta creando molta confusione sulla reale valenza del termine. C'è anche chi si dichiara fortemente contrario all'adozione di protocolli speciali, in ambito scolastico e lavorativo, senza una chiara diagnosi medica, oltre al fatto che sui social media si sta assistendo ad una sorta di romanticizzazione di tali condizioni, in alcuni casi descritto come una sorta di super potere. Al netto degli eccessi interpretativi, però, bisogna riconoscere che il concetto di neurodivergenza ha dato voce a tante persone che, fino a poco tempo fa, erano maggiormente marginalizzate e non comprese, e ha permesso di capire maggiormente le difficoltà che devono affrontare nel muoversi in un mondo concepito per i neurotipici.
"Non siamo disabili" - Come dichiarato sul Guardian dalla professoressa Francesca Happè dell'Istituto di Psichiatria Psicologia e Neuroscienze del King's College di Londra, “c'è stato assolutamente un cambiamento di ethos e tono. Non parliamo più di curare l'autismo, per esempio, ma cerchiamo di migliorare le cose che lo accompagnano, come ansia e depressione, cattivo sonno ed epilessia, disabilità intellettiva e disabilità del linguaggio”. Per la dottoressa e ricercatrice Monique Botha, essa stessa autistica, “una delle cose più potenti che la neurodiversità ha fatto per le persone neurodivergenti è dare un modo per concettualizzare noi stessi come fondamentalmente degni, indipendentemente da come la disabilità è percepita dagli altri”. Si stima che il 15% della popolazione globale sia neurodivergente, e sono aumentate di numero le diagnosi di autismo, dislessia, discalculia, disprassia e deficit di attenzione tanto che negli Stati Uniti si è parlato di una “emergenza autismo”. La verità è che oggi vi è una maggiore attenzione da parte dei medici nel cogliere degli aspetti della persona che prima venivano volutamente ignorati, andando ad occuparsi con maggiore attenzione anche delle donne e delle persone appartenenti alle minoranze etniche. Queste diagnosi, quindi, dovrebbero essere considerate come una bussola per orientarsi nella comprensione di cosa possa essere meglio per queste persone e predisporre un ambiente esterno e delle iterazioni sociali che possa permettere loro di esprimere il loro modo d'essere.
Appendice 1
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