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La faida della trap all'ombra della Madonnina

Regolamenti di conti e guerra fra bande come nei film americani, ma siamo in piena provincia lombarda


«No, non sono come gli altri rapper, buco tuo padre se non hai rispetto». Così dice in una sua canzone il famoso trapper Simba La Rue, arrestato, insieme ad altre otto persone, venerdì 29 luglio con l’accusa di sequestro di persona, rapina e lesioni.

Canzoni, le sue, che parlano di droga, di fame e miseria, della durezza del carcere e della vita di strada. Si venera la mamma ma si è pronti a far saltare le cervella a chi non paga puntuale la sua dose di cocaina.

Canzoni che parlano di guerra tra bande, come quella che vede contrapposta la gang di La Rue, quella di Mohamed Lamine Saida, e quella del collega Baby Touchè, originario di Padova il cui vero nome è Mohamed Amine Amagour. Le ordinanze di custodia cautelare, firmate dal giudice Guido Salvini, sono state eseguite tra le province di Bergamo, Como e Lecco.

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La faida che parte dai social

La guerra tra le due bande andrebbe avanti già dall’anno scorso senza, però, che le persone vittime di violenza abbiano sporto alcuna denuncia in merito. Una sorta di codice d’onore applicato dallo stesso Amagour il quale, pur apparendo in un video con il viso coperto di sangue, ha cercato di minimizzare la vicenda. Peccato che, a dispetto delle testimonianze rese dai diretti interessati, la polizia disponga di intercettazioni ambientali e dei video delle violenze che i presunti autori hanno pubblicato sui propri profili social.

Il 14 febbraio, dopo aver accompagnato la madre a fare una visita medica a Padova, Fabio Carter Gapea, appartenente al gruppo di Simba La Rue, lanciò una sfida sui social, invitando il gruppo rivale a presentarsi in stazione per affrontarlo. E in effetti, alla stazione di Padova ci andarono in dieci per aggredirlo a calci e pugni.

Il primo marzo, invece, fu la volta di due amici di Baby Touchè che, individuati a Milano all’uscita di un locale, vennero aggrediti da un gruppo di ragazzi a volto coperto «con calci, pugni, fendenti da arma da taglio». Come scritto nel verbale dei carabinieri «i due gruppi seguono regole di fedeltà reciproca e di omertà e sono stati autori di reiterati episodi di violenza, ben oltre l’aspra conflittualità determinata dalla rivalità nella diffusione delle rispettive produzioni musicali».

Una escalation di violenze, culminate il 9 giugno scorso, con il sequestro e il pestaggio di Baby Touchè, prelevato a forza in zona Chiesa Rossa, caricato in auto e picchiato. Interrogato sull’episodio, il trapper dichiarò che con Simba La Rue «siamo in normali rapporti. Abbiamo inscenato una finta faida fra di noi per fare spettacolo e farci pubblicità. Ribadisco di non essere mai stato in pericolo e di non essere stato costretto da nessuno a fare alcunché contro la mia volontà».

Per il giudice incaricato delle indagini, invece, esiste una vera e propria faida tra le due bande rivali e la dimensione sociale in cui agiscono «li ha portati a una continua sfida ad alzare sempre la posta in gioco, le continue e improvvise ritorsioni, imprevedibili e spettacolari, sono ormai fortemente pericolose per la sicurezza pubblica».

youtubeSimba La Rue

Trap, la storia di un fenomeno

Ciò che si teme, poi, è l’effetto emulativo che tali azioni delittuose possano provocare tra coloro che seguono la musica trap. Tale genere musicale, nato negli anni duemila, prende il nome dalle ‘trap houses’ americane, ossia delle case abbandonate utilizzate per lo spaccio.

Le traps erano quindi un luogo di ritrovo di persone che commettevano azioni illegali per vivere ma che, allo stesso tempo, condividevano l’amore per la musica rap e, spesso, quei luoghi di abbandono diventavano studi di registrazione improvvisati. I capisaldi di tale cultura musicale sembrano essere la vita sregolata, una sessualità esibita e intrisa di maschilismo e l’esibizione di una ricchezza sfacciata a testimonianza del proprio successo personale.

Su tale genere musicale i pareri sono contrastanti e, se da una parte c’è chi lo paragona al punk dove, come detto dalla manager musicale Paola Zukar, «le parole vuote servono a sottolineare il vuoto e la mancanza di tempo», per altri «non racconta una storia ma esprime una estetica».

Secondo Andrea Bertolucci, esperto musicale milanese, «la trap non è musica ma una cultura e va riconosciuta in quanto tale. La musica è un aspetto, forse il principale, tra quelli che caratterizzano a livello artistico questa cultura, ma non l’unico. Ci sono anche la moda, il tipo di consumi, il linguaggio e lo stile». Sempre secondo Bertolucci, i detrattori del genere lo hanno dipinto come «un mondo di pazzi criminali che parlano di droga».

Anche il discorso del maschilismo andrebbe inquadrato come «una scorza, un contorno perché si dà molto spazio alla figura della donna rispetto a quanto facevano scene precedenti. C’è un vero culto della figura della mamma».

youtubeBaby Gang

Il fascino sui più giovani, il caso Baby Gang

Rimane il fatto che la musica trap è diventata il manifesto generazionale di questi anni, riuscendo a conquistare un pubblico trasversale che va dai giovanissimi delle scuole medie ai giovani adulti di oltre trent’anni. Versi in cui si parla della vita di strada, di ciò che si è fatto per arricchirsi ma che non si può dire perché «se lo dico la Digos arriva, amigos, e mi mostra il distintivo», come dice Baby Gang, uno dei più famosi esponenti della trap meneghina e protagonista di numerosi episodi delinquenziali.

Zaccaria Mouhib, questo il suo vero nome, nasce a Lecco nel 2001 da genitori di origine marocchina. Passa la sua infanzia tra carceri minorili e comunità educative fino a che, nel 2018, esordisce sulla scena trap costruendosi una innegabile fama, grazie a collaborazioni importanti come con Capo Plaza e Simba La Rue.

Ed è proprio in occasione del recente arresto di quest’ultimo che Baby Gang ha pubblicato una serie di storie su Instagram per prendere posizione in merito a tali episodi: «Vedo persone gioire per la carcerazione ai altre persone. Magari tanti di voi non sanno affatto cos’è la galera e magari avete visto le mie storie e i miei video e pensate sia un hotel. Godevate pure alla mia carcerazione, pur essendo per la prima volta innocente, ma sono uscito più forte di prima (...) che sia giusto o sbagliato quello che è successo, nessuno di voi era presente per sapere realmente le cose. Simba non è stato interrogato e processato e già stanno uscendo fiabe e chissà quante altre. Ma non importa, tornerà tutto come prima».

Anche se gli anni di carcere sono quasi messi in conto, avendo vissuto una vita fatta spesso d'illegalità e nell’abbandono, l’importante è che i trapper possano poi tornare nel loro quartiere e dimostrare, a chi ancora ci vive, che si può avere fama e ricchezza anche se si viene dalle periferie urbane.

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Un fenomeno diffuso, ma Milano primeggia

Le bande di trapper sono diffuse in tutte le grandi città italiane ma sono soprattutto quelle di Milano a far parlare di sé sui quotidiani nazionali. Sostanzialmente la città sembra essere stata spartita tra diverse gang, tra cui il gruppo di piazza Prealpi, intorno alla quale gravitano Simba La Rue, Baby Gang e Neima Ezza, membri della crew Seven Zooe anche altri trapper famosi come Keta e Rondo da Sosa.

Il movente degli scontri è spesso il sentimento dell’invidia per la riconoscibilità nei quartieri e sui social. Le risse, come quella scoppiata lo scorso 8 gennaio a piazza Monte Falterona, zona San Siro, combattute a colpi di coltello e armi da fuoco, sono poi date in pasto ai follower sui social. In molti credono che questo venga fatto per veicolare un messaggio, per dire ai propri fan di essere come loro, ma i trapper stessi rifiutano tale ruolo.

La trap è uno sfogo fine a sé stesso, un modo per esprimere liberamente rabbia, frustrazione, emozioni represse che difficilmente qualcuno starebbe ad ascoltare se non messe in musica. Cresci in strada, osservi gli adulti che delinquono, inizi a spacciare e ti conformi alle stesse dinamiche, ambendo alla triade magica: rispetto, soldi e potere.

Se ciò può essere vero da una parte, dall’altra c’è chi racconta la propria esperienza di vita fatta di notti in strada e spaccio di droga. Il sentire di avercela fatta è l’unico desiderio per continuare a vivere anche se, abituati al rischio, anche nel loro successo non c’è nulla di costruttivo. Come canta in “Le Mille e una notte”, Gemitaiz «Abbiamo sofferto fin troppo la fame, brindiamo ora a chi già se n’è andato. Il domani è troppo lontano».


Appendice 1

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