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Matte da legare, anzi ribelli

Cosa erano i manicomi prima della legge Basaglia che quattro decenni fa decretò la chiusura di queste bolge infernali


A poco più di quaranta stagioni dall’approvazione della Legge 180, anche detta “Legge Basaglia”, la prima al mondo che mise il chiavistello ai manicomi e liberò i matti dalle catene, la psichiatria è stata, ed è ancora, la cenerentola del sistema sanitario nazionale italiano.  Se da una parte a fornire una spiegazione convincente ci prova la storica Annacarla Valeriano, dall’altra, a sciorinare dettagli, ci pensa invece la Società italiana di psichiatria la quale, numeri alla mano, non fa certo mistero di quanto ancor oggi la vicina Penisola si ostini, perfino a fronte degli 800mila assistititi ogni anno nei Dipartimenti di Salute Mentale, a investire poche risorse per la cura del disagio mentale. Numeri destinati a correre anche nel prossimo futuro, come ha ricordato l’Oms: nel giro di un decennio le malattie mentali oltrepasseranno quelle cardiovascolari e si piazzeranno al primo posto nel mondo.

UnsplashCiò che resta del manicomio di Lambiate.

Chiusi 100 mila letti psichiatrici 

Questo spiega perché il lavoro iniziato negli anni ruggenti e contestatari della 180 debba tradursi, oggi ancora più di ieri, in imperativo all'azione. «Siamo tutti chiamati a prendere parte a questa rivoluzione non finita, perché, se è vero che l’Italia è tra i Paesi che garantiscono maggiori diritti alle persone in trattamento psichiatrico, il più all’avanguardia per aver chiuso circa 100mila letti psichiatrici in quarant'anni e, l’unico al mondo a non aver più ospedali d’internamento coatto, è ancora più vero che presenta vuoti e lacune» parla così a Tio Valeriano che, dedita da una vita alla storia della cura della follia, va avanti specialmente, ma non solo, in occasione dell’anniversario della Basaglia Law a dire la propria.

ArchivioMolte furono condannate dalla morale dell'epoca

Nulla di terapeutico nel contenimento

«Mi riferisco a tutte quelle realtà nelle quali si pratica ancora la contenzione. Purtroppo negli ultimi tempi sta passando di nuovo il messaggio che il contenimento sia una pratica medica, ma legare il paziente a un letto non ha nulla di terapeutico». Lo dice con convinzione Valeriano che, nella vita, risveglia anche trame sepolte in un sonno secolare. Lo scopo è farle rivivere nei passi arguti e sottili dei suoi saggi, quasi sempre votati a “profanare” pesanti fascicoli o ingombranti faldoni, dimenticati dalla storia dei grandi eventi. Come i documenti inediti dell’archivio Franco e Franca Basaglia diventati, grazie alla sua penna, protagonisti assoluti delle pagine di Contro tutti i muri (Donzelli, 2022), un libro o una buona scusa, per restituire a Franca Ongaro il giusto posto nella storia.

Il pregiudizio morale riempie i manicomi

Sono trascorsi diciassette anni dalla morte di Lady Ongaro, eppure la riforma psichiatrica e sanitaria della quale furono protagonisti lei e il consorte, meglio noto come Franco Basaglia, l’uomo che rivoluzionò per l’appunto la follia, è frutto di un pensiero che non smette di parlarci nemmeno oggi. Così, se al momento, discutere dello psichiatra che scrisse l’happy end dei manicomi è indispensabile, parlare di Franca, a detta della “tessitrice di memorie”, lo è ancora di più: «Del resto, fu proprio lei, la Ongaro, a sforzarsi di includere la prospettiva sociologica nel campo psichiatrico e a evidenziare l’importanza della valutazione delle condizioni ambientali dei manicomi». Manicomi che, fino agli anni Sessanta, come documenta ampiamente Valeriano, «continuavano a rapportarsi all’universo femminile sulla base di pregiudizi e giudizi morali che finivano col riproporre alle ricoverate una ripetizione, in forma più accentuata e violenta, delle possibilità che venivano loro offerte nel mondo esterno».

UnsplashCome prigioni

Le donne sane messe sotto chiave

Tali bolge, dotate tutte, eufemisticamente parlando, ciascuna a suo modo, di ogni comfort: «Celle di isolamento, catenacci, griglie e grate», erano infatti gremite di donne in buona salute, ma trattate come pazze soltanto per aver palesato un’indole caparbia, dissidente e con spiccate tendenze erotiche. «Se fino al 1961 per le agitate si prevedeva tutta una gamma di costrizioni fisiche che andava dalle gabbie intorno al letto, alle cinghie, alle camicie di forza, alla “strozzina” – rimedio estremo per disinnescare gli eccessi furiosi e consistente nel gettare sulla testa del paziente un lenzuolo bagnato, chiudendolo al collo per farlo svenire –, nel 1968 appena sette anni dopo l’arrivo di Franco Basaglia alla direzione del manicomio di Gorizia, ogni traccia di violenza, grazie al lavoro dell’equipe basagliana, era stata cancellata», scrive la scrittrice dal coté ribelle, mentre mette simultaneamente all’indice il maschilismo strisciante e bacchettone del nostro tempo.

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Una coppia di rivoluzionari

«La Ongaro è certamente una donna che ha saputo pensare e fare cultura in modo nuovo», ci dice «ma, figlia di una tradizione culturale colpevole di aver inchiodato la natura femminile al ruolo di moglie-madre-massaia, che “deve portare il latte caldo al rivoluzionario”, è stata per molto tempo una figura ingiustamente relegata al ruolo di moglie-dattilografa-segretaria di Basaglia». Insomma, per dirla in breve e con le parole di Valeriano: «Se è vero che, rispetto agli anni passati, la cultura che delegava l’assistenza dei più deboli all’istituzione violenta e disumana è quasi vinta, nel tempo presente resta il problema di continuare ad accogliere gli altri diversi da noi, spalancando non soltanto le porte delle istituzioni ma le nostre menti».

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UnsplashCiò che resta del manicomio di Lambiate.

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