L'India non è un Paese per donne

Gli stupri sono all'ordine del giorno in una nazione dove la violenza indirizzata al genere femminile è spesso normale

di Redazione
Simona Gautieri / F.C.

In India ogni 15 minuti una donna denuncia uno stupro. Significa 4 denunce ogni ora, 96 al giorno. Nel 2017 la polizia ha registrato 33.568 casi di stupro, nel 2018 le denunce erano più di 34 mila. Secondo le statistiche, in India, un minore di 16 anni viene stuprato ogni 155 minuti e un bambino di meno di 10 anni ogni 13 ore. Dal 2012 si è assistito ad un impressionante incremento dei casi di stupro a danno di minori, passando dagli 8.541 casi denunciati nel 2012 ai 19.765 denunciati nel 2016. Nel 2018 ci sono stati dieci casi di stupro in dieci giorni nel solo stato dell’Haryana. Da uno studio governativo emerge che il 53% dei bambini ha subito abusi sessuali e nella maggioranza dei casi gli aggressori erano persone da loro conosciute. Delle denunce presentate, solo nell’85% dei casi si arriva alla celebrazione di un processo e solo il 27% si conclude con una condanna. A fronte di un numero drammaticamente alto di stupri denunciati, gli abusi non segnalati lo sono ancora di più. Non si denuncia per paura delle ritorsioni, dello stigma sociale, perché non si viene credute.

Una cultura maschilista


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Matrimonio organizzato da un gruppo di assistenza sociale locale nel tentativo di evitare che alcune donne di una povera tribù nomade intraprendessero la strada della prostituzione (Villaggio di Vadiya, India, 2012).

Aborti selettivi - La condizione di vita delle donne in India è drammatica: schiacciate da una cultura maschilista imparano, fin dalla culla, a tacere e obbedire agli uomini. Ciò che una donna pensa è secondario rispetto al volere dell’uomo così come ciò che desidera e spera. Spesso, nelle famiglie meno abbienti, deve cedere la propria porzione di cibo ai fratelli o al padre per poi vedersi sposata, appena adolescente, ad un perfetto sconosciuto molto più vecchio di lei. A causa dei numerosi aborti selettivi condotti in clandestinità a danno dei feti femmina, il rapporto numerico tra uomini e donne è assolutamente squilibrato: in media ci sono 112 bambini ogni 100 bambine mentre il rapporto naturale sarebbe di 105 a 100. Già nel 2011 il governo indiano aveva dichiarato che mancavano circa 3 milioni di femmine alla popolazione e da allora le cose non sono migliorate in maniera significativa. Secondo un sondaggio condotto su scala mondiale dalla fondazione Reuters, l’India è uno dei paesi più pericolosi dove vivere per le donne. Le forme di violenza perpetrate a loro danno sono molteplici e le vittime possono appartenere a qualsiasi casta o credo religioso. Nessuna donna può ritenersi salva.


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Due sposi bambini durante un matrimonio combinato nel villaggio di Vadiya (India, 2012).

Tanti "incidenti domestici" - A dispetto della legge nazionale risalente al 1860, i matrimoni combinati tra bambini sono ancora tradizionalmente diffusi: oltre il 47% delle donne si è sposato prima di aver raggiunto la maggiore età, percentuale che sale ad oltre il 56% nelle zone rurali. La violenza domestica è pratica diffusa, specialmente nelle classi più povere, e lo stupro coniugale non è tutt’oggi considerato un reato. Le donne, specialmente quelle che abitano le zone più povere del Paese non hanno alcun accesso a metodi sicuri di contraccezione e il sistema sanitario pubblico porta avanti campagne di sterilizzazione che rappresenta ancora il 75% di tutta la contraccezione effettuata. Nel 95% dei casi sono le donne a sottoporsi a tale pratica. Nonostante la richiesta della dote nell’organizzazione dei matrimoni sia stata resa illegale nel 1961, in India migliaia di donne muoiono ogni anno per cause legate ad essa: molto spesso l’uomo sposa una ragazza per potersene appropriare e poi la uccide e sono numerosi gli “incidenti domestici”, apparentemente fortuiti, in cui la donna perde la vita. Qualsiasi forma di emancipazione non è ammessa e sono molto diffuse le aggressioni con l’acido. Basta il rifiuto ad una proposta di matrimonio o la richiesta di divorzio e, in un numero sempre più alto di casi, la donna viene sfregiata con acidi altamente corrosivi che sono facilmente reperibili e a buon mercato. 

Lo stupro per affermare il potere dell'uomo - In una simile società, maschilista e patriarcale, arcaicamente divisa in caste, lo stupro è visto come un modo per affermare il proprio potere di uomo. La donna è un oggetto di cui non avere rispetto ed è solo in questa ottica che si possono esaminare i casi più eclatanti di violenza sessuale a danno di ragazze e bambine, anche di pochi mesi. Una vera e propria galleria degli orrori. Uno degli ultimi episodi in ordine di tempo, accaduto lo scorso settembre, ha per sfortunata protagonista una ragazza di 19 anni. Una dalit, ossia una fuori casta, dello stato dell’Uttar Pradesh che vanta il drammatico record di oltre 60 mila denunce per stupro sulle 370 mila dell’intero continente nel 2018. La ragazza, che si trovava in un campo dell’Hatras, con la madre e il fratello, si era allontanata per raccogliere l’erba. All’improvviso è stata aggredita e trascinata in un campo vicino da 4 uomini appartenenti a caste superiori e poi torturata e violentata selvaggiamente. La ragazza aveva le ossa del collo e della schiena spezzate e le sarebbe stata tagliata la lingua per impedire di urlare. Trovata agonizzante, è stata trasportata nell’ospedale più vicino, totalmente inadeguato a prestare soccorso in un caso del genere, dove i medici hanno negato la presenza delle fratture e dell’avvenuta violenza. La ragazza è morta dopo due settimane di agonia e la polizia è accusata di averne bruciato il corpo nonostante il parere contrario della famiglia.


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Poliziotte indiane cercano di impedire a una studentessa attivista di attraversare una barricata della polizia durante una protesta contro due recenti stupri a Nuova Delhi (India, 12 aprile 2018).

Manifestanti picchiati - Ciò ha scatenato l’ira della popolazione che si è riversata in strada per manifestare il proprio sdegno: molti manifestanti sono stati picchiati dalle forze dell’ordine e le autorità del distretto hanno deciso di chiudere i confini. Anche Rahul e Priyanka Gandhi sono stati arrestati in quanto colpevoli di aver dato vita ad una manifestazione non violenta per denunciare quanto accaduto. La stessa Priyanka Gandhi si era scagliata in un tweet contro Yogi Adityanath, una sorta di santone posto alla guida del distretto, più volte al centro di polemiche per il suo incitamento all’odio religioso e razziale. Il Capo ministro Adityanath infatti è arrivato ad affermare, durante un comizio, che «Se gli uomini sviluppano tratti femminili diventano dei, ma se le donne sviluppano tratti maschili diventano demoni». 

Atrocità indicibili


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Protesta contro lo stupro di gruppo di una fotogiornalista a Mumbai (agosto 2013).

Il caso della piccola Asifa - Altra vicenda che ha scosso l’opinione pubblica mondiale è la tragica morte di Asifa Bano, una bambina di soli 8 anni, stuprata ed uccisa nel gennaio del 2018 a Kahua nello stato di Jammu e Kashmir. La bambina apparteneva ad una minoranza nomade musulmana e si trovava in un campo a far pascolare i cavalli quando è stata rapita da un gruppo di otto uomini hindu. Tra questi, tutti rei confessi, anche alcuni poliziotti i quali avrebbero cercato di occultare le prove del delitto dietro il pagamento di una cospicua somma di denaro.


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La bambina è stata tenuta in ostaggio per tre giorni, colpita a sassate e imbottita di farmaci e successivamente strangolata e gettata in un campo. Molti attivisti per la tutela dei diritti umani sono convinti che Asifa sia stata vittima di una sorta di pulizia etnica locale e hanno accusato esplicitamente gli appartenenti al gruppo politico Bjp, i cui membri si erano mischiati alla folla di induisti che chiedevano la liberazione dei carnefici. L’intero villaggio si è opposto al seppellimento del corpo straziato di Asifa nella propria terra indù e la piccola bara è stata seppellita dalla propria famiglia nel campo dove la bambina era solita accompagnare gli animali al pascolo.

Troppe vittime - Alla bestialità umana sembra non esserci fine: il 22 aprile di quest’anno una bambina di sei anni è stata violentata e accecata nello stato di Madhya Prades. Rapita mentre giocava con alcuni amichetti, è stata ritrovata la mattina successiva in una casa abbandonata del suo villaggio con i polsi legati e ferite su tutto il corpo. Pochi giorni dopo è stato arrestato un ragazzo di 22 anni che ha confessato di aver cercato di accecare la bambina per non essere riconosciuto nel caso fosse sopravvissuta alla violenza. Sempre nel Madhya Pradesh si è verificato, due anni fa, uno dei casi di violenza più efferati: una bimba di appena 6 mesi che dormiva per strada con i genitori venditori di palloncini è stata rapita da un ragazzo di 21 anni. Le telecamere posizionate nella zona mostrano l’uomo che si allontana con la neonata addormentata tra le braccia. La piccola sarà poi violentata nel seminterrato di un edificio poco distante. La polizia, in un primo momento, rifiutò di dar corso alla denuncia dei genitori sostenendo che le lesioni agli organi genitali che la bambina presentava fossero da riferirsi al morso di un topo. Solo in seguito alla conferma, da parte dei medici, che si trattasse di abusi sessuali sono partite le indagini.


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Candele in ricordo di Nirbhaya.

«Dovrebbe stare ferma e aspettare che finisca» - Tra le tante storie emblematiche che si potrebbero raccontare, di sicuro quella maggiormente significativa riguarda la ragazza, vittima di stupro, ribattezzata “la figlia dell’India” o Nirbhaya, colei che non ha paura. Il suo nome era Jyoti Singh. Nel dicembre del 2012 la giovane studentessa di scienze infermieristiche salì sull’autobus insieme ad un amico: dentro vi era un gruppo di uomini ubriachi, tra cui un fratello del conducente. Dagli apprezzamenti verbali si passò, rapidamente, alla molestia fisica fino a quando l’amico, che intervenne per difendere Jyoti, fu massacrato di botte. La ragazza fu quindi trascinata sui sedili posti in fondo al mezzo e stuprata dal gruppo che si servì anche della sbarra di ferro utilizzata per picchiare l’amico. I due corpi vennero poi scaricati nudi sul ciglio della strada. La ragazza morì dopo 72 ore di agonia in un ospedale a Singapore, dove era stata trasportata per assicurarle le cure adeguate. Il caso di Jyoti suscitò una fortissima ondata di indignazione popolare e la ragazza divenne il simbolo delle migliaia di donne indiane stuprate: 40 mila secondo le ultime stime anche se, secondo le Organizzazioni Umanitarie che operano sul territorio, i numeri sarebbero molto più alti. «Non dire a tua figlia di non uscire, dì a tuo figlio di comportarsi bene», si leggeva sui manifesti durante le proteste organizzate per la morte di Jyoti Singh. Le tante manifestazioni popolari di condanna portarono a nuove indagini e all’arresto dell’intera gang che si era macchiata del delitto. Di loro, uno si uccise in carcere mentre un altro, all’epoca minorenne, venne rinchiuso in riformatorio. Gli altri 4 furono condannati alla pena di morte e morirono, l’8 gennaio di quest’anno, impiccati. Uno di questi, intervistato dal regista Leslee Udwin, autore di un documentario sulla vicenda, affermò, senza traccia di pentimento, che «la ragazza sarebbe ancora viva se non si fosse opposta. Quando una ragazza è vittima di violenza non dovrebbe reagire: dovrebbe stare ferma e aspettare che finisca».

Il governo corre ai ripari - In seguito a tale vicenda, e all'ondata di indignazione che ne è seguita, il governo indiano è corso ai ripari adottando una serie di provvedimenti tra cui il potenziamento del sistema sanitario, molto spesso inadeguato a fronteggiare casi di abuso sessuale. Nelle strutture ospedaliere, secondo un rapporto di Human Rights Watch, molti medici conducono ancora pratiche degradanti e imprecise per certificare l’avvenuta violenza sessuale. Secondo Meenakshi Ganguly, responsabile di HRW per il Sud Asia, «Molti bambini vengono di fatto maltrattati una seconda volta da esami medici traumatici e dall’atteggiamento di polizia e autorità che non vogliono ascoltare o non credono alle loro denunce». La violenza della polizia è essa stessa una vera e propria piaga in India, al pari degli stupri e dell’inefficienza del sistema giudiziario. Non sono pochi i casi di stupro che vedono coinvolti in prima persona agenti della polizia, sia come partecipanti alla violenza che come complici nell’opera di insabbiamento e depistaggio delle prove. Secondo Human Rights Watch «le leggi indiane non dovrebbero fornire alla polizia e alle forze armate privilegi speciali per compiere violenze sessuali e altre violazioni dei diritti umani. Il dover richiedere l’autorizzazione governativa per poter portare in tribunale un funzionario dello stato è una inaccettabile barriera alla giustizia per le sopravvissute alla violenza sessuale».

Le vittime vengono colpevolizzate


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Cultura dello stupro - L’apatia della polizia nel condurre le indagini ha determinato, molto spesso, il fallimento nella cattura dei colpevoli. L’atteggiamento diffuso di medici e poliziotti è quello di colpevolizzare la vittima, cosa che spinge spesso le donne a non denunciare le violenze subite. La società indiana è fortemente maschilista e le donne continuano a essere additate quali vere responsabili degli abusi subiti. Non a caso si parla di una “cultura dello stupro” fortemente radicata a livello sociale e che si fonda su due pilastri fondamentali: da una parte, come detto, la colpevolizzazione delle vittime e dall’altra nel supportare una cultura che limita fortemente la libertà individuale delle bambine e delle ragazze nella convinzione di tutelare l’onore famigliare.


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Studenti indiani tengono dei cartelli durante una manifestazione contro i casi di stupro a Kolkata, (India orientale, 2 dicembre 2019).

Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità il 35% delle donne indiane ha subito violenza fisica o sessuale da parte del partner o di sconosciuti. Circa 120 milioni di ragazze con meno di 20 anni hanno subito “rapporti sessuali forzati o altri atti sessuali forzati”. «Se fosse una malattia -afferma l’ONG- la violenza sessuale verrebbe presa in seria considerazione e i governi e i donatori indipendenti stanzierebbero dei fondi per combatterla». Invece i numeri dei casi di violenza sessuale, sempre più a danno di minori, continuano a crescere nella indifferenza generale.

«La nostra colpa è fare amicizia con i ragazzi» - Illuminante, da questo punto di vista, si rivela la visione del documentario “Rape is consensual. Inside Haryana’s rape culture” di Meghnad Bose e Asmita Nandy, vincitore di diversi premi giornalistici. Gli autori del documentario provano a capire il perché si continuino a incolpare le donne dello stupro subito. Le risposte alle interviste fatte a giovani e meno giovani, donne e uomini, non lasciano spazio a dubbi sulla radicalizzazione della cultura dello stupro in India. «La ragazza deve aver fatto qualcosa di sbagliato» risponde un ragazzino mentre una donna, madre di un condannato per stupro aggiunge «Sia il ragazzo che la ragazza hanno fatto qualcosa di sbagliato. Allora perché solo il ragazzo è ritenuto responsabile? La ragazza arriva a rimanere a casa mentre il ragazzo viene portato in prigione. Che tipo di legge è questa?». «Le ragazze - spiega un giovane intervistato - devono rimanere a casa, a meno che non abbiano un lavoro», mentre una ragazzina afferma che «È colpa delle ragazze se vengono violentate perché si fanno degli amici e questo è il risultato delle cattive compagnie. La nostra insegnante ci ha detto che le ragazze sono colpevoli in caso di stupro. La nostra colpa è fare amicizia con i ragazzi». Tale pensiero viene supportato dagli agenti di polizia che partecipano al documentario. Uno di essi afferma che sia lo stupratore che la vittima sono da biasimare perché «senza conoscerti, non possono neanche parlarti. Nessuno può farti nulla se non ti conoscono. Senza il consenso nessuno può parlare con qualcun altro». E alla lecita domanda «E se lo stupratore rapisce la vittima?» la risposta del poliziotto è stata «Come può qualcuno rapirti?».


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Pena di morte per gli stupratori - Il 3 febbraio 2013, a seguito delle proteste nate sull’onda dell’indignazione per lo stupro e l’uccisione di Jyoti Singh, il presidente dell’India Pranab Mukherjee ha firmato l’Ordinanza 2013 di emendamento al codice penale con riguardo alla sezione relativa alla violenza contro le donne. La Commissione formata per l’occasione, era composta da 3 membri e presieduta da J.S. Verma, ex presidente della Corte suprema di Giustizia. Il suo compito era quella di suggerire una valida riforma alle norme sulla violenza sessuale. In base alle modifiche approvate, la pena minima per lo stupro di gruppo, lo stupro di un minore, lo stupro da parte di un poliziotto o di un pubblico ufficiale è raddoppiata da 10 a 20 anni con la possibilità di essere estesa all’ergastolo senza condizionale. E’ inoltre prevista la pena di morte nel caso in cui lo stupro porti alla morte della vittima o la lasci in uno stato vegetativo persistente. Nel 2018 però la legge è stata inasprita ed è stata prevista la pena di morte per chi si renda colpevole di stupro a danno di bambini che hanno meno di 12 anni.

Un'ordinanza incompleta - Se da un lato tale Ordinanza ha avuto il merito di riformare, seppure in parte, la vecchia normativa in materia di violenza sessuale, d’altra parte è stata fortemente criticata da parte delle Organizzazioni che operano per la tutela dei diritti umani. Secondo Meenakshi Ganguly di HRW «La nuova ordinanza riforma le leggi indiane dell’era coloniale ma non prevede protezione dei diritti umani né la riparazione per le vittime di stupro». Secondo Amnesty International e Human Rights Watch tale ordinanza non sarebbe all’altezza degli standard internazionali sotto diversi punti di vista: non considera la violenza sessuale quale violazione dei diritti delle donne e dell’integrità fisica, discrimina le donne in base al proprio stato sociale tanto che non è contemplato il caso di stupro da parte del marito a danno della moglie.


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Le proteste sul trattamento delle donne ha spinto il governo ad affrettarsi ad approvare un nuovo pacchetto di leggi per proteggerle (Hyderabad, India, 2012).

Termini arcaici - Inoltre l’ordinanza mantiene in vigore termini arcaici quali «insulto e oltraggio alla modestia delle donne» invece che parlare esplicitamente di reati contro l’integrità fisica. Danneggia inoltre gli adolescenti in quanto innalza il limite di età, da 16 a 18 anni, per i rapporti sessuali consensuali e introduce la pena di morte che è considerata pratica «crudele e disumana». Sempre secondo le Organizzazioni di difesa dei diritti umani l’ordinanza continua a porre la polizia e le forze armate al di sopra della legge in quanto costoro sono perseguibili per reati di violenza sessuale solo con autorizzazione governativa. «Invece di passare un’ordinanza piena di imperfezioni, il consiglio dei Ministri indiano dovrebbe discutere un progetto di legge redatto bene ed esaustivo che affronti il tema della violenza di genere, specialmente la violenza sessuale» ha dichiarato G. Anantha Padmanabhan di Amnesty International India. Nonostante le buone intenzioni, quindi, in India le donne si trovano senza una efficace protezione legale che possa tutelarle contro tutti i tipi di abuso, fisico, sessuale e psicologico, che per loro, fin da bambine, non si limita ad essere un possibile pericolo ma una terribile realtà. 

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Ultimo aggiornamento: 2020-11-24 10:26:39 | 91.208.130.87