Usa-Iran: storia di un odio mai sopito

I trascorsi fra i due Paesi affondano le radici nel ventesimo secolo fra più o meno velate interferenze politiche, interessi petroliferi e screzi religiosi.
Sabato 28 febbraio, gli Stati Uniti e Israele hanno dato inizio a una operazione chiamata “Epic Fury” (furia epica, ndr.) ai danni dell'Iran, nonostante fossero in corso dei colloqui a Ginevra per tentare una risoluzione della cosiddetta 'questione atomica'. L'obiettivo, per il presidente Trump, è quello «di difendere gli americani eliminando imminenti minacce del regime iraniano (…) distruggeremo i loro missili e ci assicureremo che l'Iran non abbia il nucleare».
Il presidente americano ha altresì invitato le Guardie Rivoluzionarie, le forze armate e la polizia a deporre le armi pena «una morte certa». Anche per il ministro della Difesa israeliano Katz, l'attacco preventivo è necessario “per rimuovere le minacce allo Stato di Israele”, mentre per il presidente Netanyahu ciò renderà possibile per «il coraggioso popolo iraniano di prendere in mano il proprio destino». Dal canto loro, le Guardie Rivoluzionarie hanno lanciato l'operazione “True Promise 4” «in risposta all'aggressione americano-sionista contro il territorio iraniano», colpendo delle basi americane in Qatar e negli Emirati Arabi Uniti.
Imago/Zuma PressManifestanti pro-iran, con una foto dell'ayatollah, davanti alla Casa Bianca.Alle 22 della stessa giornata di sabato, Donald Trump ha annunciato che «Khamenei, una delle persone più malvagie della storia, è morto. Questa non è solo giustizia per il popolo iraniano ma per tutti gli americani», annunciando l'uccisione della Guida Suprema, in carica dal 1989, e del capo di Stato maggiore delle forze armate in Iran, mentre rimane avvolta nel mistero la sorte dell'ex-presidente Ahmadinejad.
La notizia dello scoppio del conflitto tra gli Stati Uniti e l'Iran ha destabilizzato l'opinione pubblica internazionale, in parte speranzosa che l'attrito tra i due Stati potesse essere risolto in sede diplomatica. Anche se non può dirsi che sia giunta del tutto inattesa: sono mesi che la tensione tra le parti in causa, compreso Israele, è salita alle stelle. L'origine della stessa affonda le proprie radici nella storia recente, ed in più occasioni l' America e l'Iran si sono fronteggiate su fronti opposti.
ImagoMohammed Mossadeq in una foto d'epoca.Il colpo di Stato del 1953 e le radici del risentimento
La prima occasione in cui questo accadde fu il 19 agosto del 1953 quando, grazie a un piano orchestrato dalla CIA denominato 'Operazione Ajax', con l'aiuto dei servizi segreti britannici, venne attuato un colpo di Stato a favore dello scià Mohammad Reza Pahlavi e deposto il primo ministro nazionalista Mohammad Mossadeq che era stato democraticamente eletto. La causa scatenante fu la nazionalizzazione dei pozzi petroliferi deciso da Mossadeq, accanito oppositore del potere assoluto dello scià che, secondo il politico, doveva essere comunque sottoposto al governo eletto dal popolo. La nazionalizzazione del petrolio rese il primo ministro immensamente popolare tra la popolazione iraniana, che per la prima volta si sentiva padrona delle risorse del proprio Paese.
Venne però vista con sfavore da chi ricavava enormi ricchezze proprio dallo sfruttamento dei giacimenti petroliferi iraniani, ossia la Gran Bretagna alla quale, fin dal 1901, era stata concesso un appalto sessantennale per la ricerca dei giacimenti petroliferi a fronte dell'alleggerimento del debito che l'Iran nei aveva confronti della potenza europea. Il Regno Unito, dopo una serie di tentativi andati a vuoto, riuscì infine ad avere il sostengo del segretario di Stato statunitense John Foster millantando il pericolo che l'Iran si stesse avvicinando pericolosamente alla sfera di influenza dell'Unione Sovietica. Rischiando di spostare l'equilibrio geopolitico della zona a favore di quest'ultima.
Per garantire il proprio aiuto, gli Stati Uniti chiesero la fine del monopolio della Anglo-Iranian Oil Company, fino ad allora l'unica compagnia petrolifera a operare in Iran, affiancandola ad altre compagnie tra le quali la Royal Dutch Shell, la Compagnie Française des Pétroles e le maggiori compagnie statunitensi. Il golpe portò all'arresto di Mossadeq, e al ritorno di un potere assoluto nelle mani dello scià, sostenuto dagli Stati Uniti e Gran Bretagna. Innescando un forte risentimento anti-occidentale tra la popolazione iraniana e favorendo la nascita della Rivoluzione Islamica che esplose due decenni dopo.
AFPLo scià Mohammed Reza Pahlavi con la moglie Farah Diba, in esilio in MaroccoDal paradosso nucleare alla Rivoluzione Islamica
L'ingerenza straniera nei propri affari interni non venne perdonata, e la condotta degli Stati Uniti venne paragonata a quella di un Paese imperialista, come la Gran Bretagna, pronto a sacrificare la giusta spinta democratica del popolo iraniano sull'altare dei propri profitti economici.
Questo episodio storico viene considerato, a tutti gli effetti, il vero spartiacque nelle relazioni tra i due Paesi anche se, cosa che appare quanto mai paradossale ora, nel 1957 il governo di Washington strinse un accordo con l'Iran per aiutarlo a sviluppare l'energia nucleare per usi pacifici, donando loro, nel 1967, un reattore nucleare di ricerca. L'anno successivo, i due Paesi firmarono congiuntamente un accordo di non proliferazione nucleare, in base al quale l'Iran si impegnava a mantenere il suo programma nucleare strettamente per usi civili.
Nel 1979, a causa di una forte ondata di proteste popolari, lo scià Reza Pahlavi, fedele alleato del governo statunitense, fuggì dall'Iran. L'ayatollah Ruhollah Khomeini, uno dei suoi più strenui oppositori, rientrò da un esilio lungo quasi sedici anni, al quale era stato costretto a causa del fallimento di una congiura ai danni di Reza Pahlavi. Instaurando la Repubblica Islamica e diventandone la guida spirituale.
L'ayatollah definì gli Stati Uniti «il grande satana del mondo» e approvò l'azione di un gruppo di circa cinquecento studenti che, il 4 novembre dello stesso anno, erano penetrati nell'ambasciata statunitense di Teheran, prendendo in ostaggio cinquantaquattro persone. Gli assalitori mostrarono in televisione gli ostaggi con gli occhi bendati e vennero avanzate diverse richieste al governo statunitense, tra le quali quella di estradare lo scià, che si trovava in quel momento a New York per delle cure contro il cancro, per essere giudicato di «crimini contro il popolo iraniano».
AFPL'autobiografia di Clinton in una libreria in Iran.La crisi degli ostaggi e la rottura diplomatica
I diplomatici americani rimasero in ostaggio fino al 20 gennaio del 1981, quando la loro liberazione venne decisa sulla base di un accordo favorito dall'Algeria che prevedeva anche lo scongelamento di fondi iraniani depositati in diverse banche americane e la riaffermazione del principio di non ingerenza. Tale episodio segnò una frattura quasi insanabile tra i due Paesi che, da allora, non ebbero più ambasciatori, o una linea diretta di comunicazione.
Tanto che tutti i negoziati firmati dai due Paesi vennero condotti sempre tramite l'intermediazione di altri Paesi, come il Qatar o l'Oman. Negli anni Novanta, i rapporti continuarono a essere drammaticamente tesi. Il 30 aprile del 1995 l'allora presidente degli Stati Uniti Bill Clinton decise di adottare un embargo totale nei confronti dell'Iran, ritenuto colpevole di finanziare il terrorismo internazionale attraverso l'azione degli Hezbollah in Libano, Hamas in Palestina e la Jihad islamica. L'economia iraniana subì con esso un grave contraccolpo e a pagarne il prezzo peggiore fu la popolazione civile.
Gli attentati terroristici dell'11 settembre 2001 portarono ancora una volta la tensione tra i due Paesi ai livelli massimi. Rimane celebre il discorso del presidente degli Stati Uniti George W. Bush che definì l'Iran, insieme all'Iraq e la Corea del Nord, «l'asse del male» che minacciava la pace mondiale ordendo terribili azioni terroristiche.
Imago/UPIUna protesta anti-Trump a Teheran, nel 2018.La questione nucleare e le tensioni degli ultimi anni
Dagli anni Duemila, a tenere banco fu la questione del programma nucleare iraniano, avendo, un rapporto del 2011 dell'Aiea, l'Agenzia internazionale per l'energia atomica, riportato informazioni definite «ampiamente credibili» sull'esistenza di attività volte alla creazione di ordigni nucleari fin dal 2003. L'accordo noto come Jcpoa, che legava l'Iran alle sei grandi potenze mondiali, quali Cina, Francia, Germania, Russia, Regno Unito e Stati Uniti, e prevedeva dei limiti al suo programma nucleare sembrava aver risolto, almeno in parte, l'annosa questione.
Ma nel 2018 Trump annunciò il ritiro unilaterale degli Stati Uniti, imponendo nuove e più dure sanzioni all'Iran che andavano a colpire tutti i Paesi intenzionati a fare affari con esso. Tale decisione, unita a quella di inserire le Guardie della Rivoluzione nella lista delle organizzazioni terroristiche e di continuare a ventilare come imminente un possibile attacco armato iraniano a danno di basi americane sul territorio, ha inasprito una situazione resa irrecuperabile dagli avvenimenti del 7 ottobre in Israele, e alla Guerra dei dodici giorni tra Israele e Iran.
Il Medio Oriente è ancora una volta in fiamme. E se c'è chi inneggia all'interventismo trumpiano come possibile occasione storica per il popolo iraniano, c'è anche chi ricorda l'esito disastroso che azioni militari simili hanno avuto in Libia e Iraq, tanto per citare qualche esempio. Invitando la ripresa del canale diplomatico per disinnescare una situazione che rischia di essere irreversibile.



