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BERNA / CANTONE
08.11.2017 - 15:290

Incertezza sul futuro dell'oro blu

Lo status quo in materia di canoni dell'acqua varrà fino al 2023. Difficile prevedere gli scenari a medio termine

BERNA - La riduzione dei canoni d'acqua per garantire la sopravvivenza delle centrali idroelettriche da alcuni giorni non è più d'attualità, ma per i Cantoni di montagna come Ticino e Grigioni, principali beneficiari delle concessioni per lo sfruttamento dell'oro blu, a medio termine nulla è assicurato. Per sostenere le aziende elettriche Doris Leuthard sta ora pensando di alleggerire il costo degli ingenti capitali necessari per le infrastrutture.

«La questione non è risolta», ammette Not Carl, presidente della comunità d'interessi dei Comuni concessionari grigionesi, interrogato ieri sera durante il radiogiornale regionale della radio svizzero tedesca SRF dedicato ai Grigioni. Per Mario Cavigelli (PDC), capo del Dipartimento cantonale delle costruzioni, trasporti e foreste, lo status quo varrà fino al 2023. Difficile prevedere quanto avverrà in seguito.

Domenica Doris Leuthard, responsabile del Dipartimento federale dell'ambiente, dei trasporti, dell'energia e delle comunicazioni (DATEC), sulle colonne della SonntagsZeitung ha indicato che il progetto di riduzione temporanea dei canoni è fallito. «Il Consiglio nazionale e quello degli Stati non entrerebbero mai in materia», ha detto la presidente della Confederazione al domenicale. I canoni d'acqua sono i compensi versati ai Cantoni e ai Comuni dalle società elettriche per lo sfruttamento delle loro risorse idriche.

Petizione e opposizioni - In giugno il Consiglio federale aveva lanciato la consultazione, conclusasi lo scorso 13 ottobre con una valanga di opposizioni, su una revisione della Legge sulle forze idriche (LUFI). L'aspetto più controverso era costituito appunto dalla riduzione del canone massimo annuo, per il periodo 2020-2022, dagli attuali 110 franchi per chilowatt lordo (kWl) a 80 franchi.

I principali beneficiari dei canoni sono i Cantoni di montagna. I sette rappresentati dalla Conferenza dei governi dei Cantoni alpini (CGCA) - accanto a Ticino e Grigioni, Uri, Obvaldo, Nidvaldo, Glarona e Vallese - ne incassano l'80%, ossia 389 milioni di franchi all'anno (di cui 55 per Bellinzona e 124 per Coira). La revisione della LUFI avrebbe comportato perdite annuali di 106 milioni (-27%).

Pericolo scampato... per ora - Il pericolo immediato è scampato, ma il futuro di questa entrata fissa per le regioni di montagna è tutt'altro che garantita. Il progetto di revisione per gli anni successivi al 2022 si limitava ad enunciare un principio: il canone andrà flessibilizzato. L'aliquota massima del canone sarebbe costituita di due componenti, una fissa e una variabile, quest'ultima stabilita in funzione dell'andamento del mercato dell'elettricità.

Stamani Christian Vitta (PLR), capo del Dipartimento cantonale ticinese delle finanze e dell'economia e presidente della CGCA, nel radiogiornale della Radiotelevisione svizzera di lingua italiana (RSI), ha manifestato disponibilità per un tale modello, precisando però che per il momento sarebbe prematuro formulare idee sulla sua concretizzazione.

Passati in secondo piano, almeno per il momento, i grattacapi per le regioni di montagna, rimangono quelli per le società elettriche, confrontate con grossi problemi finanziari. Viste le difficoltà di intervenire sul fronte dei ricavi, Leuthard sta ora pensando di agire sull'altro lato, quello dei costi, in particolare sugli oneri del capitale, che nel settore - considerata l'imponente infrastruttura - sono particolarmente elevati. «La produzione di energia è competitiva se calcolata sulla base dei costi di esercizio: a pesare sono i costi di capitale», ha detto la ministra alla SonntagsZeitung.

Le società devono spesso onorare crediti di lunga durata a tassi relativamente elevati, «buoni per le banche cantonali», spiega Leuthard. E gli stessi gruppi energetici hanno emesso anche prestiti obbligazionari al 2%, 3% o anche più.

Il DATEC sta pensando se non sia possibile agire diversamente, visto che sia la Confederazione che i Cantoni hanno attualmente la possibilità di raccogliere fondi sul mercato a un prezzo molto più vantaggioso, in un ambito generale di interessi negativi. Gli importi in gioco non sono indifferenti: l'anno scorso il gruppo Alpiq ha pagato interessi per 87 milioni di franchi, Axpo per 159 milioni.

Al momento, a quanto sembra, sono in corso colloqui fra i rappresentanti dei giganti energetici e quelli dei Cantoni. Per questi ultimi la questione non è comunque semplice, perché un loro maggiore coinvolgimento comporterebbe un aumento dell'indebitamento.

La Confederazione è comunque già corsa in aiuto delle grandi aziende elettriche, con l'avallo popolare. Accogliendo la Strategia energetica 2050, gli elettori hanno infatti anche accordato, per un periodo di cinque anni a partire dal 2018, 120 milioni di franchi alle centrali elettriche esistenti che non riescono a coprire i costi. La Strategia prevede inoltre la possibilità di concedere contributi per investimenti in nuove costruzioni e ampliamenti (con un'esenzione dei canoni d'acqua per dieci anni) di grandi centrali idroelettriche.

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