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Quando si specula, a pagare è sempre l’ultimo della scala

Il campanello di allarme di Unia sull’aumento delle pressioni nei cantieri per terminare i progetti nei tempi stabiliti: «Il margine di errore diventa così sottile che il ritardo è quasi scontato».
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Quando si specula, a pagare è sempre l’ultimo della scala
Il campanello di allarme di Unia sull’aumento delle pressioni nei cantieri per terminare i progetti nei tempi stabiliti: «Il margine di errore diventa così sottile che il ritardo è quasi scontato».

LUGANO - Le speculazioni fanno da sempre parte del mondo dell’edilizia. I cantieri, però, così come i calcoli e le valutazioni spesso discutibili, non possono “prescindere” dagli imprevisti. Che sia il maltempo a mettere i bastoni tra le ruote o la mancata consegna dei materiali nei tempi stabiliti, il rischio di incappare in ritardi e grattacapi è tutt’altro che remoto.

Chi paga quando si specula? - E fin qui, nulla di nuovo. Il problema emerge quando la pressione per rispettare le tempistiche fissate nei contratti sfocia in negligenza e superficialità nei confronti della sicurezza degli operai.

Facciamo però un passo indietro. In Ticino si costruisce sempre di più: è un dato di fatto. I cantieri si moltiplicano e spuntano “come funghi”. C’è però un elemento che fa riflettere e che, a una lettura superficiale, potrebbe apparire contraddittorio. «Il numero dei lavoratori impiegati nel settore dell’edilizia è drasticamente diminuito negli ultimi dieci anni», spiega a Tio.ch il segretario regionale di Unia, Giangiorgio Gargantini.

Tempi di consegna più stretti - Il lavoro aumenta, ma il personale diminuisce. «La ragione è anche in parte di natura tecnica», continua Gargantini. «Però, sono soprattutto aumentati i tempi di costruzione e i ritmi nei cantieri». In altre parole, si lavora di più e sempre più in fretta.

Già, perché le tempistiche imposte dal mercato dell’edilizia e stabilite dai committenti stanno diventando sempre più insostenibili. «L’aumento delle pressioni sui tempi di consegna è un problema che coinvolge tutti gli attori del settore: da un lato le subiscono, ma dall’altro finiscono per conformarsi», osserva Gargantini.

I ritardi sono inevitabili - La ragione è presto detta: «Spesso queste condizioni vengono accettate pur di ottenere gli appalti». Si specula, ma al primo imprevisto i ritardi diventano inevitabili, «perché i cantieri vengono pianificati senza alcun margine».

Per evitare le penali si lavora di più, di corsa, cercando di comprimere ulteriormente i tempi. «Così facendo, in qualsiasi ambito, si aumenta il rischio e ci si espone maggiormente agli incidenti».

Una problematica sempre più diffusa - «Come sindacato dell’edilizia sappiamo che si tratta di una problematica sempre più diffusa», prosegue il segretario generale di Unia. È ciò che ci viene riferito dagli operai, da chi lavora direttamente in cantiere, ma anche dalle aziende stesse».

Quando Unia chiede conto del lavoro supplementare, la giustificazione è sempre la stessa: “Dobbiamo correre, perché se non rispettiamo i tempi di consegna rischiamo una penale”.

L'ultimo della catena - I rischi, però, ricadono sull’operaio. «È una catena di responsabilità. Il committente richiama al rispetto delle scadenze, l’azienda si confronta con la direzione dei lavori, che a sua volta sollecita il capo cantiere. Alla fine, chi è costretto ad accelerare i ritmi è sempre l’operaio».

Il sindacato, tuttavia, non ha le mani legate e dispone di un margine di intervento. «Il primo passo fondamentale è rendere pubblico il problema, ricordando che la sicurezza deve restare la priorità assoluta per tutti».

«Bisogna interrompere questa corsa al ribasso» - Il problema, però, va affrontato alla radice. «Cerchiamo sempre di ricordare che i tempi di consegna devono essere calcolati con un certo margine, perché gli imprevisti sono sempre dietro l’angolo».

E ancora: «Bisogna interrompere questa corsa al ribasso, che è prima di tutto un problema economico. Occorre evitare di comprimere sempre di più i costi, perché questo si ripercuote inevitabilmente sulla qualità del lavoro e sulla sua rapidità».

L'appello di Unia - Chi commissiona gli appalti (che siano essi pubblici oppure privati) non è quindi esente da responsabilità. «Esatto: il margine di errore diventa così sottile che il ritardo è quasi scontato. È difficile pensare che un cantiere non incontri imprevisti. Ci appelliamo quindi anche alla responsabilità dei committenti, perché evidentemente il primo problema nasce proprio lì».

È vero che un’azienda può rifiutare un appalto se ritiene che i tempi non siano sostenibili, «ma probabilmente, dopo aver rinunciato al terzo cantiere, finirà comunque per accettarlo, semplicemente perché deve lavorare».

Serve una presa di coscienza collettiva? - Sul tavolo delle trattative ci sono già alcune possibili soluzioni. «Come sindacato, a livello nazionale, stiamo lavorando per trovare un accordo che consenta, in caso di chiusura dei cantieri a causa della canicola, di non conteggiare queste giornate nei tempi di consegna». Potrebbe essere una prima pista da seguire. «I giorni di chiusura non sarebbero imputabili all’azienda, che potrebbe sospendere i lavori senza penalizzazioni». 

Il numero di incidenti, anche mortali, avvenuti in Ticino negli ultimi anni «dimostra quanto questa problematica sia ancora presente e quanto si continui a non fare abbastanza su questo fronte». I controlli delle autorità sono importanti, ma non possono arrivare ovunque. «Serve una presa di coscienza collettiva, a partire dalle committenze e da chi stabilisce i tempi e, di conseguenza, i ritmi di lavoro».

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