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Sempre meno famiglie affidatarie: il racconto di chi accoglie da oltre 25 anni

Accogliereste un bimbo con una storia difficile? Loro l'hanno fatto. L'appello di ATFA: «Il bisogno sul territorio resta elevato»
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Sempre meno famiglie affidatarie: il racconto di chi accoglie da oltre 25 anni
Accogliereste un bimbo con una storia difficile? Loro l'hanno fatto. L'appello di ATFA: «Il bisogno sul territorio resta elevato»

VEZIA - Accogliere un figlio non tuo significa mettere in discussione equilibri, affetti e certezze. Angeles Koch lo sa bene: da oltre venticinque anni fa spazio nella propria casa – e nella propria vita – a bambini e adolescenti segnati da storie difficili. Più di sessanta minori hanno trovato da lei un luogo sicuro in cui fermarsi, crescere, ripartire.

Koch è diventata mamma affidataria in un momento delicato della sua vita: stava divorziando e cercava un lavoro compatibile con la cura della figlia di otto anni. «Era molto difficile trovarlo: sono spagnola e non avevo diplomi riconosciuti in Svizzera», racconta. L’incontro casuale con una vicina di casa le fa scoprire il mondo delle mamme diurne. Da lì nasce un percorso che, con il tempo, trasformerà l’accoglienza in una vera missione di vita.

All’inizio si prendeva cura soprattutto di bambini piccoli, spesso figli di madri sole. Oggi, invece, «mi occupo prevalentemente di adolescenti, con genitori che vivono grandi difficoltà: tossicodipendenza, problemi psichici, molta fragilità». La sfida più complessa, ammette, è stata trovare il giusto equilibrio senza dimenticare i propri figli biologici: «All’inizio tendevo a concentrarmi su chi aveva più bisogno, rischiavo di perdere mia figlia». Nonostante tutto, rifarebbe la stessa scelta. «Io ci credo», afferma. «Una famiglia può offrire qualcosa in più rispetto a un istituto: serenità, accoglienza, sicurezza».

Alcuni ragazzi tornano anche una volta concluso il periodo dell’affidamento. «Dico sempre: sapete dove abito, potete tornare quando volete». C’è chi suona solo «per un abbraccio», chi per una merenda.

«Ci sono sempre meno famiglie affidatarie» - Koch è solo una delle tante famiglie che negli anni hanno aperto la porta di casa a chi è stato meno fortunato. Famiglie che, tuttavia, oggi sono sempre meno. Come spiega Andrea Milio, coordinatore dell’Associazione ticinese famiglie affidatarie (ATFA), attualmente si contano sette famiglie SOS – che accolgono minori da 0 a 18 anni in situazioni di urgenza per un periodo massimo di sei mesi – e circa 160 famiglie affidatarie, per un totale di circa 190 minori collocati. Numeri che, però, sono in costante diminuzione.

«Dopo il Covid abbiamo registrato un calo delle candidature», spiega Milio. «Probabilmente a causa di una combinazione di fattori – pandemia, guerra in Ucraina, incertezza generale – che ha inciso sulla disponibilità delle persone. In precedenza il flusso di nuove famiglie era più regolare, anche se mai sufficiente».

Una scelta di vita - Ma cosa spinge una famiglia a intraprendere questo percorso? «Principalmente una forte solidarietà sociale: il desiderio di aiutare e di mettersi a disposizione, spesso dopo aver conosciuto altre famiglie affidatarie», sottolinea Milio. La valutazione vera e propria è affidata all’Ufficio dell’Aiuto e della Protezione (UAP), che analizza capacità educative, resistenza allo stress, flessibilità e situazione familiare e abitativa. Possono candidarsi «single, coppie conviventi o sposate, con o senza figli. Abbiamo molte donne single affidatarie, ma anche alcuni uomini».

È fondamentale, precisa, comprendere che «l’affido è diverso dall’adozione: i legami con la famiglia d’origine vengono mantenuti. La famiglia non accoglie solo il minore, ma entra in relazione con una rete di operatori e mantiene contatti con le autorità». Il bisogno di famiglie affidatarie resta elevato, anche se spesso poco visibile. «Chiunque abbia anche solo una curiosità dovrebbe informarsi».

Non mancano i ripensamenti - «Può succedere durante la fase di valutazione, quando ci si rende conto che l’affido non è adatto alla propria situazione. È invece molto raro che una famiglia interrompa un affido già avviato. In casi eccezionali, quando il vissuto del minore è particolarmente complesso, può rendersi necessario un collocamento in una struttura specializzata».

Dopo ventidue anni di attività, Milio non nasconde le sfide quotidiane. «Trovare soluzioni adeguate non è sempre semplice. Negli anni abbiamo però avviato diversi progetti: nel 2020 la prima Casa Famiglia professionale e nel 2022 il Punto d’Incontro ATFA per le visite protette tra minori e genitori. Sono momenti delicati ma fondamentali». Anche nei momenti di frustrazione, conclude, «la consapevolezza del bisogno sul territorio è sempre stata la mia principale motivazione. Vedere i bambini rinascere, soprattutto nei collocamenti SOS, è qualcosa di straordinario: in poche settimane si percepisce davvero il cambiamento, il ritorno della serenità. Ed è questo il lato più bello».

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