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LUGANO

18/12/2012 - 20:46

Gli occhi chiusi e l'abbraccio

Per Hans Peter Maier il carcere a vita. Le emozioni vissute in aula nel giorno della sentenza

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LUGANO - Il compagno di Matteo Diebold, assassinato in quella sera maledetta di due anni fa, ha ascoltato le motivazioni del presidente della Corte delle Assise criminali di Lugano Mauro Ermani tra il pubblico, in prima fila. A pochi metri di distanza sedeva l'imputato, Hans Peter Maier, che la sera dell'11 novembre del 2010 ha portato via la persona con la quale M.C. aveva condiviso gioie e dolori di 11 anni di vita insieme. La campanella del giudice è suonata alle 18.18. L'imputato, con la sua sciarpa grigia, la giacca marrone, il mocassino in pelle, il calzino giallo e lo sguardo fisso verso la Corte, ha ascoltato impassibile tutto quello che non avrebbe mai voluto sentire dal giudice.

Ermani ha definito l'imputato non credibile, nemmeno in aula. Ermani ha spiegato che per la corte non vi era e non vi era mai stata nessuna relazione passionale segreta, perché fra i due non vi era nessuna compatibilità di tipo sessuale, ma soltanto un'amicizia legata a interessi comuni, tra i quali l'arte e la fotografia. Il giudice Ermani ha rincarato la dose, dicendo semplicemente che Maier per Diebold era un estraneo e per nulla un amore segreto. Ermani, premettendo che la Corte si è attenuta ai fatti nella sua ricostruzione di questa terribile vicenda, ha invece parlato di un compagno di Diebold credibile, contrariamente a Maier, e sincero. Un compagno che ha avuto anche la forza e il coraggio di rispondere in aula alle domande del giudice, anche a quelle “invasive”, ma che dovevano servire a chiarire i fatti e a fare emergere una verità che Maier, invece, avrebbe negato, anche nel corso del dibattimento in aula.

Il giudice Ermani, nella sua lettura durata mezz'ora, ha presentato la ricostruzione dei fatti che hanno portato all'11 novembre. Ha ripercorso per filo e per segno i due giorni che hanno anteceduto l'uccisione della vittima, elencando gli elementi che hanno convinto la Corte a ritenere l'omicidio un'azione premeditata e quindi un assassinio. "Maier, narciso, istrionico e di un'intelligenza superiore alla media, ha ucciso con crudeltà la sua vittima. E da narciso - ha aggiunto il giudice - ha cercato di usare il compagno di Diebold per farla franca". Sì, perché il piano architettato dall'assassino aveva lo scopo di far credere che fosse stato il compagno a uccidere Diebold, spinto dalla gelosia per la relazione (che appunto non c'è mai stata) tra Maier e la sua vittima. "Maier che - ha detto il giudice - una volta uccisa la vittima, ha ripulito tutto, con Matteo Diebold ancora lì a terra, incurante di un corpo a terra e di quella scena agghiacciante che si presentava in quell'appartamento, in cui è avvenuta una mattanza". Un Maier che poi ha cercato di negare l'evidenza, resistendo agli interrogatori degli inquirenti per ben 47 giorni.

E mentre il giudice leggeva la ricostruzione dei fatti formulata dalla Corte, la lunga lista dei reati legati alle truffe e alle appropriazioni indebite accertate nei confronti dell'imputato nel corso degli ultimi anni e di quei maledetti 200mila franchi, il compagno di Diebold continuava a tenere chiusi gli occhi, con le palpebre tremanti.

Quando poi il giudice Mauro Ermani ha letto la sentenza e quindi la decisione della Corte di condannare l'imputato Hans Peter Maier alla pena massima prevista dal Codice Penale Svizzero, ossia il "carcere a vita", il compagno della vittima ha aperto gli occhi.

Dichiarato chiuso il processo, Maier si è alzato e come ha fatto in questi sette giorni di processo, ha stretto la mano al suo legale difensore, l'avvocato Carlo Steiger e, scortato da quattro agenti, ha abbandonato l'aula. Negli spalti destinati al pubblico, intanto, erano rimasti in due: il compagno e la sorella di Matteo Diebold. Tra i due il forte abbraccio e il pianto liberatorio di un dolore che, come ci aveva detto il compagno di Diebold durante uno di questi giorni di processo, mai potrà essere lenito.

(p.d'a.)

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