Critiche all’iniziativa UDC: «Ci ritroveremo a gestire l’immigrazione con tabelle Excel»

Il fronte del no avverte: a rischio bilaterali, mercato del lavoro e competitività della Svizzera
Il fronte del no avverte: a rischio bilaterali, mercato del lavoro e competitività della Svizzera
BELLINZONA - «Il vero obiettivo di questa iniziativa è far saltare il castello degli accordi bilaterali. Il testo dell’iniziativa vende un concetto di sostenibilità, ma in realtà si vuole far saltare gli accordi bilaterali». Per Fabio Regazzi è questa la vera posta in gioco dell’iniziativa “No a una Svizzera da 10 milioni!”, promossa dall’UDC e in votazione il prossimo 14 giugno.
Il consigliere agli Stati del Centro e presidente dell’Unione svizzera arti e mestieri è intervenuto oggi durante una conferenza stampa del comitato «No all'iniziativa del caos». Regazzi ha difeso il mercato del lavoro svizzero, definendolo «flessibile e responsabile», capace di permettere alle imprese «di reagire rapidamente», assumere competenze e restare competitive. A suo giudizio, l’iniziativa dell’UDC «metterebbe sotto pressione» questo sistema, provocando «una penuria di personale» destinata a colpire settori chiave come sanità, industria, ricerca e turismo. Limitare l’immigrazione, ha osservato, «non creerebbe automaticamente più lavoratori svizzeri». Regazzi ha poi ricordato che la Svizzera «invecchia rapidamente» e che «nei prossimi dieci anni avremo bisogno di 500mila nuovi lavoratori». Con l’attuale evoluzione demografica, ha aggiunto, «mi chiedo come si possa immaginare di sopperire a queste carenze». Pensare di risolvere il problema con «un numero massimo scritto nella Costituzione» sarebbe quindi, secondo lui, «una pericolosa illusione». Critiche anche alla burocrazia che deriverebbe dall’introduzione dei contingenti: «Arriveremmo alla gestione dell’immigrazione tramite tabelle Excel», con tanto di «battaglia di ripartizione» della forza lavoro tra i diversi settori economici. Le PMI, ha concluso, «hanno bisogno di più personale, certezze e condizioni quadro stabili». E la Svizzera di «una politica migratoria mirata, pragmatica e intelligente, non un tetto rigido».
Genini: «L'invecchiamento della popolazione è un serio problema»
Anche Simone Genini, consigliere nazionale PLR, ha puntato l’attenzione sull’invecchiamento della popolazione. In Svizzera, ha ricordato, gli over 65 sono ormai più numerosi degli under 20, mentre il tasso di natalità continua a diminuire. Una tendenza che entro il 2050 porterà «620mila ultraottantenni in più» e «700mila persone in meno in età lavorativa». Da qui le preoccupazioni per il ricambio generazionale e per il fabbisogno di personale curante. «La metà dei medici attivi in Svizzera ha studiato all’estero» e «un terzo del personale curante possiede un diploma ottenuto fuori dai confini», ha sottolineato. Avvertendo che un tetto rigido all’immigrazione rischierebbe di aggravare ulteriormente la situazione. Genini ha poi richiamato il tema del finanziamento dell’AVS: «Nel 1948 il rapporto tra lavoratori e pensionati era di sei a uno; oggi siamo attorno a tre a uno». Per il consigliere nazionale, limitare l’immigrazione significherebbe mettere sotto pressione non solo il mercato del lavoro, ma anche la tenuta del sistema sociale svizzero.
Farinelli: «Sicurezza nazionale a rischio»
Alex Farinelli, consigliere nazionale PLR, ha invece insistito sulle conseguenze per la sicurezza del Paese. Secondo lui, l’approvazione dell’iniziativa rischierebbe di compromettere la partecipazione della Svizzera ai sistemi Schengen e Dublino. «Se si vogliono fare controlli efficienti, bisogna avere accesso alle informazioni», ha dichiarato, ricordando che ogni giorno in Svizzera entrano ed escono circa un milione di persone. Farinelli ha poi evocato le possibili ripercussioni sul sistema dell’asilo. Senza Dublino, «molte più persone respinte in altri Paesi europei potrebbero tentare una seconda richiesta in Svizzera. Vedrebbero quindi un’ulteriore possibilità di restare in Europa, con aumento dei costi da sostenere da parte del Paese a cui è stata fatta domanda». Negli ultimi quindici anni, ha ricordato, circa 25mila richiedenti sono già stati rinviati verso il primo Stato competente. «L’iniziativa dell’UDC finirebbe quindi per colpire due ambiti che questo stesso partito dice di voler difendere: la sicurezza e l’efficienza del sistema dell’asilo». Sul tema, ha aggiunto, si è espressa anche la Conferenza dei comandanti delle polizie cantonali, schieratasi contro il testo.
De Angelis: «Perderemo di competitività»
Per Leandro De Angelis, presidente del PVL Ticino, la questione centrale riguarda invece gli accordi bilaterali con l’Unione europea. «Se salta la libera circolazione delle persone, per effetto della clausola ghigliottina rischiano di cadere anche tutti gli altri accordi bilaterali», ha avvertito. Accordi che toccano settori strategici come il commercio, il traffico aereo e l’accesso al mercato europeo. De Angelis ha ricordato che oggi le aziende svizzere possono operare «praticamente alle stesse condizioni delle imprese francesi, italiane, polacche o rumene», pur senza che la Svizzera faccia parte dell’UE. Un elemento decisivo per un Paese esportatore: «Il 50% delle esportazioni svizzere è destinato all’Unione europea e il 70% delle importazioni proviene da lì». Per il presidente del PVL Ticino, perdere queste condizioni significherebbe rendere le imprese meno competitive, con il rischio di «una perdita di migliaia di posti di lavoro anche in Ticino». E questo in un contesto già segnato da forti tensioni economiche e geopolitiche. «L’immigrazione pone delle sfide, anche infrastrutturali, ma sono problemi ai quali si può rispondere con misure pragmatiche, non con un’iniziativa di pseudo-sostenibilità che rischierebbe di devastare la nostra economia».
Luca Albertoni: «No a un ritorno dei contingenti»
Molto critico anche il presidente della Camera di commercio ticinese, Luca Albertoni, secondo cui l’iniziativa aprirebbe scenari di forte incertezza. «La mancanza di distinzione fra categorie porta inevitabilmente a fare delle scelte», ha osservato. E provocatoriamente ha aggiunto: «Quando arriveremo al limite, bisognerà aspettare che muoia un pensionato per poter assumere un lavoratore dall’estero». Un esempio «brutale», ha ammesso, ma che secondo lui rende l’idea dei problemi applicativi legati ai contingenti. «E allora chi farà queste scelte? Il Consiglio federale? Il Parlamento? Una commissione etica?». Per Albertoni, il rischio concreto sarebbe anche un aumento del frontalierato. «Se ci sarà lavoro e benessere economico la gente continuerà comunque a venire a lavorare in Svizzera. Se non potrà più essere residente, lo farà come frontaliere». Un paradosso, ha aggiunto, visto che parte della politica favorevole all’iniziativa negli ultimi anni aveva invece sostenuto l’insediamento dei lavoratori in Svizzera proprio per ridurre traffico e pendolarismo. «Questa non è un’opinione: è un dato di fatto incontrovertibile». Secondo il presidente della CC-Ti, i problemi legati ad alloggi, mobilità e infrastrutture esistono e non vengono negati, ma «non si risolvono così». Servirebbero piuttosto «decisioni coraggiose», anche sul fronte infrastrutturale.
Infine, Albertoni ha ricordato la sua esperienza con il vecchio sistema dei contingenti. «È curioso che chi dice di voler lottare contro la burocrazia voglia introdurre un sistema più burocratico dei contingenti: è difficile trovarne uno». E ha concluso: «L’ingegnere di una casa farmaceutica viene considerato più “importante” del lavoratore che servirebbe in Ticino, dunque il contingente finirebbe per essere attribuito piuttosto a Basilea che al Ticino. La guerra per i posti di lavoro e per i permessi tornerebbe a essere fenomenale».





