«Relazione litigiosa. E non vi è prova di rapporti sessuali non consenzienti»

Condannato a un anno e mezzo di carcere un 30enne italiano residente nel Mendrisiotto. Per lui è stato fatto valere il principio in dubio pro reo.
LUGANO - Grossa sconfitta per la pubblica accusa. Il 30enne italiano residente nel Mendrisiotto accusato di avere ripetutamente picchiato, violentato e minacciato la moglie tra il 2023 e il 2025 è stato condannato solamente a un anno e mezzo di carcere. E anche la richiesta di espulsione è stata respinta.
L'uomo, che dovrà comunque sottoporsi a un trattamento psicoterapico ambulatoriale, è infatti stato prosciolto da tutte le accuse relative alle violenze sessuali.
La procuratrice pubblica Valentina Tuoni, che aveva chiesto sette anni di carcere più l'espulsione dalla Svizzera per 15 anni, ha già annunciato che farà appello.
«Tanti litigi, anche violenti»
«I fatti si situano nell'ambito di una relazione coniugale, in un contesto caratterizzato da frequenti litigi, anche violenti, e da una vita di coppia difficile», ha spiegato alle Assise criminali di Lugano la giudice Monica Sartori-Lambordi. «Va rilevato che per quanto attiene alle violenze fisiche vi è stata una parziale concordanza tra le dichiarazioni delle parti. L'imputato ha riconosciuto le sue responsabilità, sebbene non integralmente».
«Nessuna prova medica»
Diametralmente opposte, invece, le versioni fornite da imputato e vittima rispetto alle violenze sessuali. «Va ricordato che dalla documentazione medica agli atti non è emersa alcuna lesione riconducibile a un possibile rapporto sessuale non consenziente», ha sottolineato la giudice, precisando che per questo motivo la Corte ha dovuto procedere a un'approfondita e rigorosa analisi della credibilità dei due protagonisti.
«Pratiche spinte nella sfera sessuale e un racconto non lineare»
«In quest'ambito occorre riconoscere all'imputato una costante linearità rispetto all'esposizione dei fatti. Per contro il racconto della vittima, la quale ha riferito di un rapporto assai intenso e caratterizzato da pratiche spinte nella sfera sessuale, non è apparso sufficientemente lineare e costante nel tempo».
I fatti, inoltre, non sarebbero stati sufficientemente circoscritti né dettagliati. «E non è chiaro se le modalità in cui la vittima ha manifestato il rifiuto potessero essere comprese dall'imputato».
«Vale il principio in dubio pro reo»
Per la Corte, dunque, «non è stato raggiunto l'intimo convincimento che i fatti descritti nell'ipotesi accusatoria siano avvenuti. Perciò, in funzione del principio in dubio pro reo, l'imputato deve essere prosciolto dalle accuse di violenza carnale e coazione sessuale».
Il 30enne, in definitiva, è stato prosciolto anche dalle accuse di coazione e appropriazione indebita ed è stato riconosciuto colpevole unicamente di ripetute lesioni semplici qualificate, ripetuta minaccia, vie di fatto, infrazione alla legge federale sugli stupefacenti e contravvenzione alla legge federale sugli stupefacenti.
Alla vittima è stato accordato un risarcimento per torto morale di 2'000 franchi.
Durante il dibattimento, lo ricordiamo, la pubblica accusa aveva chiesto sette anni di carcere più l'espulsione dalla Svizzera per 15 anni. La difesa aveva invece spinto per la scarcerazione immediata (il 30enne si trova in detenzione da un anno ndr.) e la rinuncia all'espulsione.



