Infermieri frontalieri, sono circa 4'000: «L'emorragia continuerà»

Ogni mese sono una ventina i professionisti varesini che si spostano oltre confine. Il sindacato COINA denuncia la strategia dell'assessore Bertolaso
Ogni mese sono una ventina i professionisti varesini che si spostano oltre confine. Il sindacato COINA denuncia la strategia dell'assessore Bertolaso
MILANO - Ogni mese, circa 20 infermieri residenti nella provincia di Varese scelgono di lavorare nelle strutture sanitarie svizzere, quasi sempre quelle ticinesi. A Como, in un solo anno, sono stati oltre 100 i professionisti che hanno lasciato il sistema sanitario italiano.
I dati veri? Peggiori di quelli ufficiali
Un fenomeno tutt'altro che nuovo, ma che torna al centro del dibattito (anche politico) in seguito alle dichiarazioni dell’assessore al Welfare della Lombardia, Guido Bertolaso, sulla carenza di infermieri nella sanità regionale. Secondo Bertolaso, in Lombardia mancherebbero tra i 2'500 e i 3'000 infermieri, mentre ogni anno circa 3000 professionisti lascerebbero il sistema sanitario regionale. Una fotografia che il COINA, sindacato delle professioni sanitarie, giudica parziale: la portata della crisi in atto sarebbe ben più ampia di quanto emerge dai dati ufficiali.
«Stentiamo a comprendere la posizione dell'assessore Bertolaso, del quale non mettiamo in discussione l'impegno profuso in questi anni, ma che continua a muoversi dentro una contraddizione evidente», dichiara Marco Ceccarelli, segretario nazionale del COINA. «Da una parte ammette che gli stipendi sono troppo bassi, che la Svizzera continua ad attrarre infermieri italiani e che il costo della vita in Lombardia per un infermiere è diventato insostenibile. Dall'altra continua a presentare come soluzione strutturale campagne di reclutamento internazionale dall'America Latina fino all'Uzbekistan».
Per il COINA, la Lombardia resta la regione italiana con la maggiore emergenza infermieristica, con una carenza stimata di almeno 10mila professionisti. «I numeri indicati oggi da Bertolaso fotografano soltanto una parte del problema», prosegue Ceccarelli.
La questione dei salari
Il nodo centrale resta quello economico. Un infermiere del Servizio sanitario nazionale percepisce mediamente circa 1700 euro netti al mese, mentre in Canton Ticino gli stipendi partono da circa 75mila-82mila franchi annui (80mila-87mila euro), con retribuzioni mensili che possono arrivare a 6500-7300 euro lordi e compensi netti da circa 4800 euro. Con l’esperienza si possono superare gli 85mila-92mila franchi annui (91mila-98mila euro), fino a oltre 100mila franchi (107mila-118mila euro) per i profili più qualificati. Il divario retributivo supera spesso il doppio e può arrivare anche al triplo rispetto agli stipendi italiani.
A pesare è anche il costo della vita in Lombardia. A Milano, l’affitto medio di un bilocale supera frequentemente i 1.100-1.300 euro al mese, mentre tra spese abitative, trasporti e utenze una parte consistente dello stipendio viene assorbita rapidamente. In questo contesto, la concorrenza svizzera risulta particolarmente attrattiva, soprattutto per i professionisti delle province di confine.
4000 infermieri italiani occupati in Svizzera
Le stesse istituzioni regionali hanno riconosciuto la criticità introducendo incentivi straordinari fino a circa 5400 euro annui per il personale delle aree di confine, nel tentativo di contenere l’esodo. Tuttavia, secondo le stime circolate nel dibattito regionale, sarebbero già circa 4000 gli infermieri frontalieri lombardi impiegati in Svizzera, provenienti in gran parte da Como, Varese, Lecco e Sondrio.
«E allora la domanda è semplice», conclude Ceccarelli. «Se sappiamo che migliaia di infermieri lombardi attraversano il confine perché trovano stipendi da 6000-7000 franchi al mese, migliori condizioni di lavoro e maggiori prospettive professionali, perché continuiamo a cercare personale a migliaia di chilometri di distanza invece di fare il massimo per trattenere chi abbiamo già formato nelle nostre università?».
Fermare la fuga dei sanitari, non pescare all'estero
Il segretario del COINA critica infine la strategia regionale di reclutamento internazionale: «Da anni l’assessore Bertolaso incarna la discutibile figura di un “moderno Marco Polo” della sanità lombarda: prima l'America Latina, oggi l'Uzbekistan. Ma la vera priorità dovrebbe essere fermare l'emorragia delle nostre eccellenze. Non si può continuare a cercare infermieri a cinquemila chilometri da Milano quando non si riesce a convincere quelli formati a Milano e dintorni a restare. La Lombardia rischia di diventare la più grande scuola di formazione infermieristica della Svizzera: formiamo professionisti con risorse pubbliche italiane e li vediamo partire verso sistemi sanitari che riconoscono meglio il loro valore economico e professionale. Servono stipendi adeguati, valorizzazione professionale, carriere attrattive e numeri reali. Solo così si potrà invertire una crisi che rischia di diventare irreversibile».




