«Ci aspettavamo un confronto teso. Ma non che l'odio uscisse dallo spazio digitale»

Dagli attacchi social a quelli nella vita reale. A pochi giorni dal voto, il clima attorno al canone radiotelevisivo è molto teso. Ne abbiamo parlato con il direttore della RSI Mario Timbal
COMANO - Il clima attorno alla votazione sul canone radiotelevisivo, in queste ultime settimane, si è fatto sempre più aspro nei toni. Dopo aver tracciato una cornice della situazione con Greta Gysin e Lorenzo Quadri, sui fronti opposti dell'iniziativa "200 franchi bastano!", abbiamo rivolto qualche domanda anche a Mario Timbal, direttore della RSI.
Direttore, i toni della campagna si sono inaspriti. Si aspettava certi episodi di odio? Come quello avvenuto qualche settimana fa - con l'augurio di "morire tutti" rivolto ad alcuni dipendenti RSI - in piazza a Lugano o come tanti commenti a mezzo social...
«Sapevamo che il confronto sarebbe stato acceso e che sui social avremmo visto toni anche aggressivi nei nostri confronti. Fa parte, purtroppo, del clima polarizzato che accompagna temi sensibili come questo. Quello che non ci aspettavamo è che certe espressioni di odio potessero uscire dallo spazio digitale e manifestarsi nella vita reale, come nell’episodio citato. In questo contesto desidero soprattutto ringraziare le colleghe e i colleghi della RSI, che hanno continuato a lavorare con professionalità e senso del servizio pubblico nonostante la pressione e gli insulti. È stato altrettanto importante per noi sentire il sostegno, l’affetto e la vicinanza di tante persone che, pur nel dibattito, hanno scelto un confronto rispettoso e si oppongono all’iniziativa».
Lei dirige la RSI da quasi cinque anni. Al suo arrivo erano già in corso grandi cambiamenti. Il livore che si respira in questi giorni ha invece origini più “antiche”. Era già presente all’epoca di No Billag. Con gli stessi argomenti. Stipendi troppo alti, troppi dipendenti, raccomandazioni, propaganda di parte. Ma c’è - o c’è stato - del vero in tutto questo che giustifichi questo clima verso la RSI?
«È giusto non liquidare queste critiche con superficialità. La SSR e la RSI sono istituzioni pubbliche, finanziate dal canone, e quindi è legittimo che i cittadini chiedano trasparenza, efficienza e sobrietà. In questo senso, alcune percezioni nascono anche da una distanza accumulata nel tempo tra l’azienda e una parte del pubblico, e vanno prese sul serio.
Detto questo, molte rappresentazioni diffuse nel dibattito non corrispondono alla realtà. In questi anni sono stati avviati importanti processi di riorganizzazione e di contenimento dei costi, con strutture semplificate, riduzioni di organico e maggiore attenzione all’uso delle risorse. Oggi la RSI opera con criteri di controllo, trasparenza e responsabilità spesso superiori a quelli di altre aziende di servizio pubblico.
Il punto, quindi, non è negare le critiche, ma distinguere tra la necessità – legittima – di migliorare continuamente e una narrazione caricaturale che non riflette il lavoro, l’impegno e il senso di servizio pubblico delle nostre collaboratrici e dei nostri collaboratori. Su questo terreno vogliamo continuare a lavorare: più vicini al pubblico, più chiari su come utilizziamo le risorse e sempre orientati al valore per la comunità».
Per concludere. A esprimere un certo odio, usando quei toni, è solo una minoranza. Ma, anche se da parte di pochi, quanto vi preoccupa questo risentimento? Perché, indipendentemente da quello che il popolo deciderà domenica, ci sarà comunque un 9 di marzo…
«Ci preoccupa, perché anche quando nasce da una minoranza il risentimento è un segnale che non va sottovalutato. Non tanto per la dimensione del fenomeno, quanto per ciò che indica: una distanza, in alcuni casi una perdita di fiducia, che per un servizio pubblico è un tema serio.
Proprio per questo, al di là dell’esito della votazione, il 9 marzo per noi sarà comunque un punto di partenza. Dovremo continuare a lavorare alla ristrutturazione ENAVANT e per ricostruire fiducia con tutto il pubblico. Gli ingredienti sono chiari: ascolto, vicinanza al territorio e trasparenza su come lavoriamo e su come utilizziamo le risorse. La grande maggioranza del pubblico mantiene un rapporto di fiducia con la RSI, e questo è un capitale importante. Ma il servizio pubblico esiste per tutti, anche per chi è critico o distante. Ridurre quella distanza, con i fatti e nel tempo, è una nostra responsabilità».



