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MAROCCO/CANTONE

Quindici anni dall’attentato di Marrakech

Si è svolta oggi la cerimonia per commemorare le vittime dell'attentato al Caffè Argana.
Arnaldo Caccia
Fonte red
Quindici anni dall’attentato di Marrakech
Si è svolta oggi la cerimonia per commemorare le vittime dell'attentato al Caffè Argana.

MARRAKECH - Sono trascorsi quindici anni esatti dall’attentato di Marrakech, avvenuto nei pressi del Caffè Argana, in cui la violenza jihadista uccise tre giovani ticinesi – Cristina Caccia, Corrado "Mondo" Mondada e André Da Silva Costa – insieme ad altre 14 persone.

Anche oggi, come ogni anno, Arnaldo Caccia, padre di Cristina, si è recato sul luogo della tragedia per prendere parte alla cerimonia per ricordare le vittime innocenti di quella follia. Presente quest'anno anche il presidente del Gran Consiglio Fabio Schnellmann.

«Ricordare significa rifiutare l’indifferenza. Ricordare significa affermare che ogni vita conta», ha detto l'ambasciatore svizzero in Marocco Valentin Zellweger durante la cerimonia.

«Da quel giorno non è cambiato niente. È come se fosse accaduto ieri», ci aveva raccontato Arnaldo nel 2021, in occasione del decimo anniversario della tragedia. Un evento che colpì profondamente l’intero Cantone, come un pugno allo stomaco, e che ogni anno - il 28 aprile - riapre una ferita mai del tutto rimarginata.

L'attentato - L’esplosione si verificò alle 11.30 ora locale (12.30 in Svizzera) all’interno del Caffè Argana, nella centralissima piazza Jamaa el Fna. Il locale, molto frequentato dai turisti, venne quasi completamente distrutto da un ordigno artigianale azionato a distanza. La violenta deflagrazione causò la morte di diciassette persone - otto francesi, tre svizzeri, due marocchini, un russo, un canadese, un britannico e un olandese - e il ferimento di altre venticinque. Per l’attentato furono condannati nove imputati. Per i due principali responsabili - Adil Al-Atmani e Hakim Dah - fu chiesta la pena capitale, ma i legali dei familiari delle vittime ribadirono durante il processo la loro opposizione, per evitare di trasformare gli autori dell’attacco in "martiri".

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