«Non sono né vittima, né pensionato»

Sergio Savoia sugli haters comparsi come funghi all'annuncio della sua candidatura: «Stucchevole chi trasforma qualche insulto sui social in vittimismo. Che oggi è elettoralmente pagante».
LUGANO - Né vittima, né tantomeno "pensionato". A Sergio Savoia, neo candidato per Avanti con Ticino&Lavoro, non piace affatto l'appellativo usato per descriverlo in relazione ai commenti ricevuti in occasione dell'annuncio della sua candidatura.
Savoia non vuole apparire debole?
«Ho una posizione un po’ diversa rispetto a quella rappresentata nel vostro articolo. Io, non sono una vittima. Sono abituato da molto tempo a prenderle e a darle (metaforicamente parlando) e non mi scandalizzo certo per qualche parola pesante. Ritengo anche che se i politici non desiderano avere brutte esperienze sui social media, possono semplicemente non frequentarli. Nessuno li obbliga».
Il che equivarrebbe a un suicidio politico...
«Non necessariamente, ma la cosa importante in questo contesto è la responsabilità da parte di chi gestisce le piattaforme di tenere “pulita” una community. Sui miei social media, dove faccio centinaia di migliaia di visualizzazioni e decine di migliaia di commenti, gli insulti sono molto rari. Semplicemente perché passo molto tempo a tenere corretta la mia community e ad avere una conversazione civile con chi ci legge».
Prendere come esempio la propria pagina social non rischia di essere poco rappresentativo rispetto a quanto accade su altre piattaforme? Altrove abbiamo notato un gran numero di persone che non sembrano simpatizzare con lei.
«Se si fanno grandi numeri e la maggioranza dei commenti arriva da non follower, il dato secondo me è comunque significativo. Questo non significa naturalmente che la mia esperienza sia rappresentativa di tutto ciò che accade sui social. Ma la realtà è che gli haters non sono rappresentativi di nulla, per il semplice fatto che la stragrande maggioranza di quelli che leggono un articolo, non scrivono nulla. Chi commenta è più facilmente spinto da un bias che favorisce le reazioni negative. Quindi, ribadisco: non mi sento una vittima. Anche perché credo profondamente nella libertà di espressione, compresa la libertà di esprimere giudizi molto duri, critiche o persino disprezzo nei miei confronti. Finché naturalmente non si supera il limite del penale. Quando si passa dalla critica alla minaccia o ad altri comportamenti penalmente rilevanti, faccio uno screenshot e mi rivolgo alle autorità competenti. È già capitato in passato».
Insomma, non si vuole riconoscere nel ruolo di vittima
«No, non lo sono. E trovo stucchevole quando il normale conflitto politico o qualche insulto sui social vengono trasformati in una rappresentazione di sé come vittima. Naturalmente minacce, stalking o comportamenti penalmente rilevanti sono un'altra cosa e vanno trattati per quello che sono».
Ogni riferimento è puramente casuale...
«Non c’è nessun riferimento particolare. Semplicemente il vittimismo oggi è elettoralmente pagante, ma non è il mio stile».
C'è dell'altro che non le è andato giù nell'articolo?
«No, tra l’altro l’ho trovato un articolo interessante e ho reagito per quello. Solo una piccola correzione, fatta con il sorriso: non sono ancora pensionato. Ho lasciato la RSI per seguire altri interessi, tra cui la politica».



