Cartello della droga e macchie di sangue (che erano ketchup): «Un bugiardo patologico»

A processo oggi alla Corte delle Assise criminali di Locarno, riunita a Lugano, un 21enne che deve rispondere di sequestro di persona e rapimento.
LUGANO - Aveva fatto credere alla giovane vittima di essere un brasiliano, membro di un cartello della droga in guerra con un’altra fazione, sostenendo che per arrivare a lui l’avrebbero uccisa. Un pericolo costante, insomma, che avrebbe giustificato episodi di rapimento, di sequestro del telefono oltre alle ripetute minacce e violenze fisiche e psicologiche.
Davanti alla Corte delle Assise criminali di Locarno, riunita a Lugano e presieduta dal giudice Paolo Bordoli, è comparso un 21enne portoghese, nato e cresciuto a Bellinzona.
Le ipotesi di reato a carico dell’imputato sono molteplici. Oltre al sequestro di persona e al rapimento, deve rispondere, in via subordinata, anche di coazione, minaccia, vie di fatto, guida senza autorizzazione (ripetuta), guida senza licenza di circolazione, senza autorizzazione o senza assicurazione per la responsabilità civile (ripetuta), nonché di diffamazione.
I fatti contestati si collocano in un arco temporale di circa un anno, a partire da aprile 2024, e si riferiscono a diversi episodi avvenuti in varie località del Cantone, in particolare nel Sopraceneri.
Secondo l’accusa, rappresentata dal procuratore pubblico Alvaro Camponovo, la relazione tra l’imputato e la vittima, minorenne all’epoca dei fatti, sarebbe degenerata il 26 luglio 2024 a Solduno, quando, dopo un litigio, il giovane avrebbe tenuto la ragazza sequestrata, privandola della libertà con violenza e minacce.
Sarebbe poi seguita una lunga serie di comportamenti ed eventi intimidatori, legati alla presunta minaccia del cartello della droga. Ad esempio, il 12 dicembre 2024 a Sementina, il ragazzo avrebbe rinchiuso la giovane in un appartamento, minacciandola e dicendole: «Queste sono le chiavi e tu non esci».
Oggi il giovane è ricomparso in aula con occhiali, felpa nera con cappuccio e un atteggiamento sicuro e con un sorriso beffardo. A fine febbraio l’accordo trovato con il procuratore pubblico era infatti saltato quando il ragazzo non aveva ammesso una parte degli addebiti.
Anche nel corso dell’udienza odierna ha sempre negato l’esistenza del fantomatico cartello brasiliano. «Non ho mai detto niente di simile. L’ho scoperto durante l’inchiesta e l’ho trovato assurdo. So che ci sono dei messaggi, ma io non c’entro nulla. È vero che ho inventato altre cose, come la storia del tumore, ma non il cartello della droga. Non so perché la vittima si sarebbe inventata questa storia».
Il ragazzo, difeso dall’avvocato Didier Lelais, ha dichiarato di non ricordare neppure il momento del presunto sequestro e ha contestato quasi completamente la ricostruzione dei fatti contenuta nell’atto d’accusa. «Non ho mai messo la mano davanti alla bocca né stretto le mani al collo».
Dall’interrogatorio emerge una relazione alquanto complicata, tossica con un clima di terrore costante. La ragazza aveva bloccato l’imputato su tutti i canali social, ma lui era comunque riuscito a contattarla attraverso i messaggi dell’applicazione di pagamento TWINT.
Le ipotesi di reato più gravi prevedono l’espulsione obbligatoria. Incalzato dal presidente della Corte, il giovane si è detto perplesso: «Cosa farei fuori dalla Svizzera? In Portogallo ho dei parenti, ma non ho alcun contatto con loro. Non saprei come vivere». Si è detto però pronto ad affrontare un percorso terapeutico con uno psichiatra.
La parola è poi passata all’accusa. Il procuratore pubblico Alvaro Camponovo ha chiesto una pena di 36 mesi di carcere, di cui 18 sospesi con un periodo di prova di tre anni, oltre al divieto di contattare la vittima per cinque anni. Sull’espulsione, invece, il pp ha rimesso la decisione al giudizio della Corte.
«La sua colpa è oggettivamente e soggettivamente grave, per non aver mai assunto le proprie responsabilità né collaborato con le autorità».
Nella sua requisitoria, Camponovo ha definito la linea di difesa dell’imputato «deleteria e assurda, senza mai confrontarsi con gli elementi oggettivi dell’indagine». Il ragazzo non ha mai ammesso i fatti, sostenendo di essere stato oggetto di violenza da parte della vittima. Il pp ha inoltre ricordato, con imbarazzo, l’episodio della maglietta sporca di sangue che in realtà era ketchup (circostanza certificata dal medico legale).
A pesare in particolar modo è stata quindi l’assenza totale di collaborazione con le autorità, «il mancato rispetto delle regole e l’atteggiamento manipolatorio attestato anche da terzi (amici, familiari e infermieri)». Una condotta che, secondo il pp, testimonia la mancata presa di coscienza delle proprie azioni. «È un bugiardo patologico».
«Cosa spinge - ha aggiunto l’avvocato dell’accusa privata, Carlo Borradori - una ragazza perfettamente integrata, con ottimi risultati liceali, a denunciare in due occasioni l’imputato? La spinge la paura, il fatto che la sua vita è condizionata. Ha paura di frequentare i suoi coetanei; attorno a lei si sta creando un deserto che condiziona tutti i rapporti umani».
La sentenza verrà comunicata questo pomeriggio alle 16.30.



