"Fabbrica" Bitcoin, gli chiudono il conto e nessuna banca lo vuole

Le difficoltà incontrate da un startup crypto riflette davvero una reticenza del sistema bancario verso società innovative e prive di storicità finanziaria? La parola agli esperti.
LUGANO - S.* è titolare di una società che ha due scopi: gestire proprietà immobiliari, e "minare" Bitcoin. La seconda attività, in realtà, arriva quasi a tamponare alcune difficoltà riscontrate con la prima.
Quest'ultima attività, quella del cosiddetto "mining", nasce «per creare delle riserve per la società, cioè fondi in Bitcoin che vengono accumulati e, quando arriva il momento opportuno, venduti», ci spiega.
Per i non addetti occorrerà prima spiegare cos’è il mining: tecnicamente è la risoluzione di calcoli complessi tramite computer specializzati, chiamati ASIC, che sono progettati per questa attività. Quando si risolve un “blocco”, la rete paga in Bitcoin. «Attualmente, per ogni blocco risolto, vengono pagati 3,125 Bitcoin, che corrispondono a oltre 200.000 dollari. Un blocco viene risolto a livello globale circa ogni dieci minuti, ma il lavoro viene svolto collettivamente in "piscine" di computer, e il compenso viene suddiviso tra tutti i partecipanti», precisa S.. «Con un investimento di circa 130.000 franchi in macchinari, io produco circa 0,1 Bitcoin al mese, che attualmente valgono circa 6.500 dollari, a fronte di un costo dell'elettricità di circa 5.000 dollari. Quando il valore del Bitcoin è alto, il profitto è maggiore; quando scende, il margine si riduce».
Un’attività che, assicura, si muove assolutamente in acque trasparenti: «Ho sempre gestito tutto in modo trasparente e tracciabile». Eppure tutto questo lo ha comunque portato ad avere problemi con il suo istituto di credito, che ha deciso di disdire la relazione bancaria con la sua società. «Hanno chiuso i conti e sospeso i servizi, rendendo impossibile la prosecuzione dell'attività. Ho provato a rivolgermi ad altre banche, ma tutte hanno rifiutato di aprire un conto a causa dell'attività di mining di criptovalute». «Ho anche contattato PlanB, il progetto di Lugano che si promuove come capitale svizzera delle cripto, ma non ho ricevuto risposta», prosegue.
S. si trova insomma in una situazione paradossale: «In Svizzera esiste una legislazione sulle criptovalute, Lugano si promuove come capitale delle cripto, ma io che provo a dedicarmi a questa attività mi trovo le porte chiuse in faccia».
La sua azienda, intanto, è ferma: «Non posso più incassare, né pagare fornitori, stipendi o servizi».
«Il problema non riguarda solo le criptovalute»
Ma qual è il problema? Lo abbiamo chiesto a Lars Schlichting, un avvocato esperto in materia blockchain e crypto assets. «Il problema delle banche che non aprono più conti non riguarda solo il mining o le criptovalute, ma coinvolge tutte le nuove società e le startup», ci spiega. «Abbiamo casi in cui le banche aprono il conto di costituzione per una nuova società, ma poi si rifiutano di trasformarlo in conto operativo: il cliente si ritrova con i soldi bloccati e deve cercare un'altra banca o rivolgersi a servizi come Revolut».
Secondo Schlichting, la Svizzera rischia così di perdere tutte le sue startup se le banche non vogliono più lavorare con le società piccole e innovative. «È un problema generalizzato e noto: le banche hanno paura di tutto ciò che è nuovo o non tradizionale e chiudono i conti anche a chi non opera nel settore crypto. Così facendo, favoriscono indirettamente l'uso delle criptovalute e delle banche estere, perché le società innovative, non trovando alternative, si rivolgono a questi strumenti».
«Vanno considerate le difficoltà strutturali di queste realtà»
Ma le banche hanno davvero iniziato a chiudere le porte in faccia alle startup? Lorenzo Ambrosini, direttore della Fondazione Agire (che si prefigge l'intento di promuovere e diffondere l’innovazione e lo sviluppo tecnologico delle attività economiche), cerca di fare chiarezza in questo senso. «Non abbiamo dati a sostegno di queste tendenze in negativo. Detto ciò, le startup si trovano spesso di fronte a difficoltà strutturali, dovute alla loro natura effimera e alla mancanza di uno storico che possa garantire affidabilità agli occhi di banche, investitori e fornitori. Questo rende più complesso accedere a finanziamenti o anche solo aprire un conto corrente, perché manca una base di dati o di risultati pregressi su cui costruire fiducia».
«Per questo motivo - prosegue Ambrosini - è fondamentale che le startup si presentino al mercato in modo strutturato e credibile: occorre lavorare sulla formazione degli imprenditori, dotarli di conoscenze e strumenti strategici, e aiutarli a costruire argomentazioni solide, ad esempio attraverso la presenza di un team forte, brevetti, primi clienti o una chiara visione del potenziale di mercato. Solo così si può ridurre il rischio percepito e aumentare le possibilità di successo». «Il nostro ruolo - conclude - è proprio quello di accompagnare le startup in questo percorso, fornendo supporto formativo (con l’acceleratore Boldbrain Startup Challenge) e strategico (presso il nostro Tecnopolo Ticino) per consolidare la loro credibilità e facilitare l'ingresso nel mercato».
«Spesso senza garanzie o bilanci consolidati»
Le sue parole trovano conferma in quelle di Franco Citterio, direttore dell'Associazione Bancaria Ticinese (ABT): «Parto dal presupposto che ogni caso va esaminato separatamente e che ogni banca ha la sua autonomia decisionale. Le startup, per loro natura, sono società neocostituite o in fase embrionale, spesso senza garanzie o bilanci consolidati. Questo rende difficile per le banche concedere loro credito, perché il finanziamento iniziale di solito avviene tramite mezzi propri o venture capital, cioè capitale a rischio, e non attraverso il credito bancario tradizionale».
«Le banche infatti - spiega Citterio -, non sono autorizzate o comunque non sono incentivate a prendersi rischi elevati con i soldi dei risparmiatori, che non vedono di buon occhio investimenti troppo rischiosi. Il finanziamento delle startup rimane quindi un problema strutturale, soprattutto quando si chiede alla banca di assumersi rischi superiori a quelli normalmente sopportabili per un'azienda commerciale già avviata e con garanzie a bilancio».
Per quanto riguarda le società che operano nel settore delle criptovalute, invece, «il tema principale è la provenienza dei fondi - fa notare Citterio -. Le banche sono molto prudenti e spesso scettiche nell'accettare capitali che arrivano da questo settore, perché si entra in un ambito legato alla legge sul riciclaggio di denaro. Ci sono banche più coraggiose e altre più prudenti, ma in generale l'accettazione di fondi provenienti dalle criptovalute è vista come un rischio aggiuntivo». «In sintesi - conclude il direttore di ABT -, le startup fanno fatica ad accedere al credito bancario e le società che operano con le criptovalute incontrano ulteriori difficoltà per motivi di compliance e trasparenza, legati soprattutto alla tracciabilità e alla legalità dei fondi».
*nome noto alla redazione



