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«Quando tutti sanno: chi ascolta, chi protegge, chi agisce?»

L'interpellanza di Più Donne solleva dubbi sulla capacità delle istituzioni ticinesi di gestire e coordinare le segnalazioni di rischio e vulnerabilità.
«Quando tutti sanno: chi ascolta, chi protegge, chi agisce?»
Ti-Press
Fonte Red
«Quando tutti sanno: chi ascolta, chi protegge, chi agisce?»
L'interpellanza di Più Donne solleva dubbi sulla capacità delle istituzioni ticinesi di gestire e coordinare le segnalazioni di rischio e vulnerabilità.

BELLINZONA - La morte della 52enne che aveva reso pubbliche le registrazioni delle conversazioni con l'allora consigliere di Stato Claudio Zali porta in Gran Consiglio una serie di interrogativi sulla capacità delle istituzioni ticinesi di riconoscere situazioni di rischio e proteggere chi segnala violenze, minacce, pressioni o abusi. Tamara Merlo e Maura Mossi Nembrini, per Più Donne, hanno presentato il 20 agosto un'interpellanza dal titolo «Quando tutti sanno: chi ascolta, chi protegge, chi agisce?».

Le firmatarie precisano di non voler stabilire né suggerire collegamenti tra il decesso della donna, gli audio da lei diffusi e una violenta aggressione che, secondo le informazioni rese pubbliche, avrebbe denunciato circa dieci giorni prima della morte e per la quale avrebbe dovuto ricorrere a cure ospedaliere. «Accertare i fatti compete esclusivamente agli inquirenti», sottolineano.

L'interpellanza si concentra invece su una questione più generale: «che cosa accade, nel nostro Cantone, quando più persone, esponenti politici e istituzioni vengono a conoscenza di segnali che possono indicare paura, violenza, minacce, pressioni o una situazione di particolare vulnerabilità?». Sul decesso, sui precedenti procedimenti giudiziari, sull'aggressione denunciata e sull'operato delle autorità giudiziarie è già stata depositata un'altra interpellanza, ricordano Merlo e Mossi Nembrini.

Secondo il testo, l'esistenza e il contenuto delle registrazioni erano conosciuti nel mondo politico prima che la vicenda assumesse le dimensioni successive. I presidenti di almeno tre partiti di Governo - PLR, Centro e PS - ne erano a conoscenza e avevano ritenuto il contenuto sufficientemente grave da chiedere chiarimenti a Claudio Zali tramite una lettera. La donna, sempre secondo quanto emerso pubblicamente e riportato nell'interpellanza, aveva inoltre raccontato in precedenza la propria versione dei fatti ad altri esponenti politici.

Le due deputate escludono di voler attribuire a chi disponeva di queste informazioni la capacità di prevedere quanto sarebbe accaduto. Pongono però il problema di dove finisca la responsabilità personale di chi riceve una segnalazione e dove inizi quella istituzionale. «Quando si sa, che cosa si deve fare?», chiedono, interrogandosi anche sulla necessità di occuparsi della persona che segnala quando emergono elementi di violenza, paura o possibile vulnerabilità.

Alla luce dell'aggressione che la donna avrebbe denunciato prima della morte, Merlo e Mossi Nembrini chiedono inoltre se qualcuno abbia valutato l'eventuale situazione di pericolo, ricostruito il contesto complessivo e messo in relazione le informazioni eventualmente disponibili presso Polizia, Magistratura, servizi e mondo politico. Tra gli interrogativi figurano anche l'eventuale proposta di forme di protezione o accompagnamento e la verifica di possibili timori per nuove aggressioni, pressioni o ritorsioni.

L'interpellanza pone quindi l'accento sulla circolazione delle informazioni tra istituzioni. Secondo le firmatarie, singoli elementi conosciuti da autorità, servizi, superiori, colleghi o politici possono apparire insufficienti se considerati separatamente. La questione è dunque individuare chi abbia il compito di ricomporre il quadro quando più segnali si accumulano, in particolare nei casi in cui la persona oggetto di una segnalazione occupi una posizione di potere politico, istituzionale, amministrativo o professionale.

Un altro tema sollevato riguarda il rischio che l'attenzione si sposti dai fatti segnalati alla persona che li riferisce, concentrandosi sul suo carattere, sulle relazioni, sulla vita privata, sulle fragilità vere o presunte o sulla reputazione. Per le due deputate, «la credibilità di una segnalazione deve essere accertata attraverso i fatti, i riscontri e gli elementi oggettivi disponibili, non attraverso un giudizio complessivo sulla persona che segnala». Un rischio che, sostengono, assume una dimensione particolare in una realtà relativamente piccola come il Ticino, dove reti politiche, professionali, amministrative e personali possono incrociarsi.

La questione, secondo Merlo e Mossi Nembrini, non riguarda soltanto la Magistratura, ma l'intero sistema: Governo, amministrazione, Polizia, Magistratura, servizi sanitari e sociali e, nei rispettivi ruoli, chi esercita responsabilità politiche. «Non possiamo continuare a domandarci, dopo ogni vicenda grave, chi sapesse. Dobbiamo finalmente stabilire che cosa deve fare chi sa», affermano.

Con l'interpellanza vengono quindi rivolte al Consiglio di Stato dodici domande. Le deputate chiedono innanzitutto se, dopo la diffusione degli audio e l'emersione pubblica della vicenda, un'autorità o un servizio competente abbia valutato la possibile situazione di rischio o vulnerabilità della donna e del suo contesto familiare e se siano state proposte misure di protezione, accompagnamento o contatti con servizi specializzati.

Al Governo viene inoltre chiesto se in Ticino esistano protocolli per mettere in relazione, nei limiti consentiti dalla legge, informazioni raccolte da Polizia, Magistratura, strutture sanitarie, servizi sociali e altre autorità, e chi abbia la responsabilità concreta di ricomporre il quadro quando segnalazioni sullo stesso contesto vengono raccolte in momenti diversi.

Le firmatarie vogliono sapere anche se esistano garanzie supplementari quando le segnalazioni riguardano persone che esercitano importanti funzioni politiche, istituzionali o amministrative e quali obblighi abbiano membri del Governo, deputati, alti funzionari, Municipi e Consigli comunali quando vengono a conoscenza di fatti dai quali potrebbe emergere una situazione di violenza, minaccia o concreto pericolo.

Ulteriori domande riguardano gli strumenti destinati a evitare che giudizi sulla personalità o sulla vita privata di chi segnala sostituiscano la verifica dei fatti, le procedure per accertare l'eventuale diffusione di informazioni personali o giudizi denigratori con effetti delegittimanti e l'esistenza di un interlocutore indipendente al quale rivolgersi quando una segnalazione coinvolge una persona in posizione di potere.

Infine, Merlo e Mossi Nembrini chiedono al Consiglio di Stato se intenda verificare l'esistenza, negli ultimi anni, di casi nei quali un evento grave sia stato preceduto da segnali, denunce o richieste d'aiuto già conosciuti dalle istituzioni senza una valutazione complessiva. La richiesta conclusiva è di valutare se quanto emerso richieda una riflessione non soltanto sulle procedure, ma anche sulla «cultura istituzionale dell'ascolto, della segnalazione e della protezione di chi parla, soprattutto quando dall'altra parte si trovano persone dotate di maggiore potere».

Nella motivazione dell'urgenza, le deputate richiamano infine il rischio che nell'opinione pubblica si consolidi la percezione che denunciare o rendere pubblici fatti riguardanti persone in posizione di potere possa comportare conseguenze deleterie e che sia quindi più sicuro tacere. Per le firmatarie è urgente che le istituzioni dimostrino che «chi parla non viene lasciato solo, chi segnala viene ascoltato e chi denuncia può confidare nella protezione dello Stato, indipendentemente dalla posizione o dal potere delle persone coinvolte».

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