«È un programma pensato per mandare in crisi gli algoritmi»

Locarno79 secondo il suo direttore artistico, Giona A. Nazzaro, tra consigli di visione e perché un film brutto è sintomo di una democrazia in salute
LOCARNO - È scattato il conto alla rovescia che precede l'inizio della 79esima edizione del Locarno Film Festival, in programma dal 5 al 15 agosto. Come ogni anno, abbiamo parlato con il direttore artistico Giona A. Nazzaro di alcuni temi legati al festival.
Ha suscitato impressione, in conferenza stampa, il dato delle 7759 iscrizioni per l'edizione 2026. Sicuramente fa molto piacere e certifica come Locarno sia sempre al centro della scena cinematografica mondiale. Ma, in termini di lavoro, che impegno comporta il vagliare una mole così enorme di candidature?
«Significa che, a partire da settembre, stai sempre davanti al computer a vedere film. Questo numero enorme di iscrizioni significa che l'eco del Festival si fa sentire e il suo risultato viene considerato importante. Di conseguenza, tantissime persone desiderano essere parte di questo progetto. Il numero così elevato si giustifica con il fatto che, oggi, viviamo in un momento in cui il cinema può essere prodotto a partire dagli strumenti che ognuno ha in casa, fino ad arrivare al film di dimensioni epiche come "Odissea" di Nolan. Significa che l'accesso alla produzione è più ampio rispetto al passato e la possibilità di esprimersi attraverso le immagini in movimento è più agevole».
Si pone quindi un problema di qualità, in tale sovrabbondanza di offerta?
«Vedo come positivo e come segno di una democrazia ancora funzionante - e lo dico senza ironia - il privilegio di poter pubblicare libri brutti, realizzare film mediocri, incidere canzoni orrende. Nei regimi totalitari nulla di tutto questo può esistere. Le democrazie si distinguono perché danno la possibilità ai propri cittadini di esprimersi, di mettersi insieme per poter dare vita ai loro progetti creativi».
Ha definito James Gray, che riceverà il Pardo alla carriera, «l'ultimo grande romanziere del cinema statunitense». Cosa lo rende tale?
«James Gray è uno che ha sempre raccontato storie di immigrazione, in particolare la grande diaspora dell'Est Europa ebraica e yiddish verso il Nuovo mondo. È un cineasta nel quale rintracciamo la poesia di questo Nuovo mondo - quella di William Carlos Williams, ma anche l'epica realista di John Steinbeck, i racconti di Fitzgerald, uno sguardo se si vuole europeo, ma già profondamente europeo su una società, quella statunitense, che inizia a farsi. In sottofondo c'è quest'altra voce: quella dell'epica, che è la voce del cinema. In quello di Gray ci sono questi riverberi di una memoria che viene dal Vecchio mondo: un'immigrazione che porta con sé le storie degli antenati, delle persecuzioni, dei pogrom e al tempo stesso il viaggio, la traversata oceanica, gli incontri con gli italiani, i tedeschi e gli altri. E poi arrivi, varchi le porte di Ellis Island e ti trovi in un altro mondo dove ci sono gli irlandesi, c'è la lingua inglese e ognuno riforma la propria comunità».
Decisiva è, quindi, la capacità non solo di raccontare, ma d'intrecciare molteplici piani narrativi.
«Gray è un cineasta intimamente statunitense, con un gusto europeo per la fascinazione delle storie che mettono al centro le motivazioni dei personaggi. Lo considero un romanziere per il suo sguardo che avvolge un universo intero, che è fatto dei mondi che stanno alle spalle dei protagonisti. E poi perché usa il fuori campo con una maestria assoluta, la precisione con cui compone le inquadrature e muove il ritmo del racconto attraverso il montaggio. Tutto quello che accade è portato dagli attori che, anche nel caso di super divi come Scarlett Johansson e Adam Driver (protagonisti del film mostrato a Locarno, "Paper Tiger", ndr), sono utilizzati come gli attori del cinema classico: Gray non filma mai il divo ma il personaggio, con grandissimo rispetto per il talento e il lavoro».
In un'altra intervista ha affermato con forza che Locarno79 non sarà un festival elitario. La conferma arriva già dai titoli del Prefestival, due grandi film popolari: "Chi ha incastrato Roger Rabbit" e "Lo squalo".
«Io penso che "cinema" ed "elitario" siano una contraddizione in termini. Il cinema è l'arte dei poveri, è il loro lusso, come diceva Serge Daney. Il cinema è stato creato da persone che scappavano dall'Europa perché perseguitate per la loro religione o per la loro etnia. Il cinema si opponeva all'arte degli aristocratici, si spendeva un nichelino per vedere un inseguimento di cavalli. Tutto questo per dire che il cinema non è mai elitario. Anche quando proiettiamo un film di Lav Diaz di otto ore, in bianco e nero, nel quale il regista filippino riflette sulla storia del suo Paese: la sua ambizione è di condividerlo con i connazionali - e di conseguenza con tutto il mondo - quello che è accaduto al suo paese, che è sopravvissuto alla dittatura di Marcos, prima, e alla guerra alle droghe di Duterte, poi. Per me un cinema che non desidera comunicare non ha senso di esistere. Io non posso credere a un cineasta che dice: "Abbiamo avuto 30 persone in sala, un successo incredibile". Trenta persone non sono un successo. O meglio, a volte può capitare che un film inizi con 30 persone, però queste fanno un lavoro di diffusione talmente eccellente che, nell'arco di tre anni, da 30 si passa a 3000 persone...».
Ho letto sui social che qualcuno ha criticato la scarsa presenza di cinema italiano. A onor del vero, ci sono due film in coproduzione italiana nella sola programmazione di Piazza Grande. Cosa dice a proposito?
«Chi lo dice non sa contare. Oltre a quelli che ha citato. "Armony" di Dario Albertini e "Il cileno", co-prodotto anche dalla Ticino Film Commission, ci sono due film in concorso ("Alberti erranti" di Salvatore Mereu e "Kettycè" di Giovanni Tortorici, con Monica Bellucci e Luca Guadagnino tra i produttori) un documentario su Marco Bellocchio e un'altra co-produzione italiana, sempre fuori concorso, che si chiama "Roma Elastica", nel cui cast compaiono anche Ornella Muti e Franco Nero. L'altra cosa che vorrei dire: mi sarebbe piaciuto avere più cinema italiano, però non lavoriamo da soli. C'è un altro grande festival che si chiama Mostra internazionale d'arte cinematografica di Venezia e poi subito dopo, la Festa del Cinema di Roma».
Mettiamo che io sia uno spettatore che ha poco tempo a disposizione, ma voglio farmi un'idea di Locarno79: cosa dovrei vedere?
«In una giornata tipo, una persona che sta un solo giorno a Locarno dovrebbe vedere almeno un film del Concorso internazionale, uno di Cineasti del presente, uno fuori concorso e la sera in Piazza Grande. Il percorso di Locarno79 è costruito in maniera circolare e tutto converge sulla Piazza Grande. È il fulcro del Festival e ritrovarsi lì, la sera, è come tornare a casa».
Abbiamo chiesto a ChatGPT di giudicare il programma di Locarno79. Questo è il verdetto: «Nel complesso, il programma è ambizioso e coerente: privilegia la scoperta e la sperimentazione rispetto al richiamo commerciale, consolidando il posizionamento di Locarno come festival di ricerca. Il punto di forza è la varietà geografica e la quantità di nuove proposte; il principale limite è il rischio di dispersione e disomogeneità qualitativa, legato proprio all’elevato numero di anteprime assolute».
«Penso che ChatGPT esprima il pregiudizio commerciale dei suoi proprietari. I quali, ovviamente, sono molto concentrati su una sorta di omogeneità di presentazione, affinché l'eventuale consumatore non si disperda. Rispetto al giudizio sul festival, il programma di Locarno79 è pensato proprio per mandare in crisi gli algoritmi. Che, lo sappiamo, sono fatti in maniera perversa e fanno comparire solo cose simili a quelle che ci piacciono. Se uno viene a Locarno, riscopre il piacere della dispersione, della discontinuità, dell'interruzione. Non c'è una cosa che assomiglia all'altra. Se volete cose che si assomigliano tutte, beh, allora Locarno è il posto sbagliato».
Di cosa deve essere munito lo spettatore cinematografico, senza essere per forza un cinefilo?
«Ci vuole la curiosità. È il contrario dell'algoritmo, che si basa su delle abitudini che vengono poi organizzate in un percorso commerciale che possa rassicurare i produttori - che, in futuro, i loro beni siano consumati in maniera regolare. Il Festival di Locarno non invita a consumare i film: invita ad appropriarsi dei film, a farli propri, a viverli. Non chiedo consumatori per il Festival, ma cittadini. Voglio persone che godano di quello che vedono, che magari si arrabbino vivacemente per alcuni film e ci accusino di elitismo o di commercialismo: chiedo cittadini vivi, non modelli umani di algoritmi».



