«Non vogliamo punire i genitori, ma aiutarli»

La Svizzera introduce nel Codice civile l'educazione non violenta. De Rosa: «Un passo importante». Pro Juventute: «Ora serve un cambiamento culturale».
LUGANO - Schiaffi, sculacciate, minacce e insulti gravi da parte delle mamme e dei papà verso i figli. Da oggi non saranno più considerati metodi educativi accettabili, «ma veri e propri atti di violenza».
Lo sancisce la nuova legge inserita nel codice civile. Per il consigliere di Stato Raffaele De Rosa «si tratta di un passo importante, che il Ticino accoglie con soddisfazione: il nostro Cantone aveva infatti già sostenuto, negli anni scorsi, l'introduzione di questo principio nella legislazione federale, riconoscendone il valore per la promozione dei diritti dell'infanzia».
Il ruolo delle famiglie: «Centrale e insostituibile»
Per le famiglie è importante chiarire un aspetto: «Non cambia il loro ruolo educativo, che resta centrale e insostituibile. I genitori continuano ad avere il compito di trasmettere valori, fissare regole e porre limiti. La novità consiste nel fatto che la legge afferma che il percorso educativo deve svolgersi nel rispetto della dignità dei bambini e dei giovani, senza ricorrere alla violenza fisica o psicologica. Nessuna forma di violenza è accettata».
La revisione introduce inoltre un altro elemento concreto: rafforza il ruolo dei Cantoni nel garantire un accesso adeguato ai servizi di consulenza e di sostegno destinati alle famiglie. «In Ticino questa rete è già presente e rappresenta una risorsa preziosa che intendiamo continuare a valorizzare. Più in generale, questa modifica ci ricorda che educare è una responsabilità importante e spesso complessa. Nessun genitore deve sentirsi solo di fronte alle difficoltà che possono emergere nella quotidianità».
Chiedere aiuto? «Segno di responsabilità, non debolezza»
A chi può rivolgersi un genitore che sente di essere in difficoltà? «Chiedere aiuto non è un segno di debolezza, piuttosto di consapevolezza e di responsabilità. In Ticino esiste una rete di servizi, enti, fondazioni e associazioni consolidata, grazie alla quale è possibile offrire consulenza, informazioni, sostegno e può accompagnare quotidianamente i genitori nelle diverse fasi della crescita dei figli. Professionisti qualificati possono offrire ascolto, e orientamento rispetto alle difficoltà educative, relazionali o familiari».
Per facilitare l'accesso a queste risorse, il Dipartimento della sanità e della socialità ha inoltre realizzato una nuova pagina informativa dedicata all'educazione non violenta, nella quale sono raccolte informazioni pratiche e i principali servizi disponibili sul territorio
L'invito è quello di non aspettare che le difficoltà diventino troppo grandi. «Un confronto tempestivo può aiutare a trovare nuove strategie e a vivere con maggiore serenità il proprio ruolo di genitore».
Il ruolo della società (e dei media)
Per il direttore del Dipartimento della sanità e della socialità «la promozione di un'educazione non violenta non è una responsabilità delle sole istituzioni. È un impegno che coinvolge l'intera comunità: le famiglie, la scuola, i servizi, le associazioni, i professionisti che operano sul territorio e anche il mondo dell'informazione, come pure la società civile».
In questo senso, i media svolgono un ruolo prezioso. «Informare in modo corretto, contribuire a diffondere una cultura del rispetto, far conoscere i servizi disponibili e promuovere una riflessione pubblica significa contribuire concretamente alla protezione dell'infanzia e al sostegno delle famiglie. La sensibilizzazione passa anche attraverso una comunicazione responsabile, capace di informare senza creare allarmismi e di far sapere alle persone che, quando ne hanno bisogno, non sono sole».
Lodi (Pro Juventute): «Ora cambiamento culturale e pedagogico»
Ilario Lodi, responsabile regionale per la Svizzera italiana di Pro Juventute, sottolinea come il cambiamento più grosso debba ancora arrivare. «La questione è ancorata a una base legale - premette - abbiamo fatto un primo passo importantissimo, ora bisogna lavorare a livello culturale e pedagogico. Serve mettere le persone nelle condizioni di riflettere su questo tema all’interno delle famiglie».
Sulla violenza educativa, intesa come violenza fisica e sui giovani, Lodi precisa come, in Ticino, «non sia un’emergenza assoluta», ma esista «in alcune sacche e in determinati contesti, magari legati alla scarsa consapevolezza dell’effetto che può avere sui minori».
Inoltre viviamo in una società in cui la violenza è pervasiva. «È una società altamente competitiva, e la competitività può generare forme di violenza sottili, non sempre evidenti ma costanti, che talvolta possono sfociare in atti concreti».
«Le alternative esistono sempre»
Altre volte «è legata alle difficoltà dei genitori, che arrivano a usare la violenza perché credono di non avere alternative per rispondere ai bisogni dei bambini. È una questione culturale: bisogna capire che alternative esistono sempre». E non si tratta solo di condannare chi ha agito «ma anche di capire come aiutarlo, affinché non accada più».
Uno schiaffo occasionale può essere considerato in qualche modo “accettabile”? «No - conclude Lodi - non è accettabile. Tuttavia non me la sento di condannare automaticamente un genitore che vive in condizioni di forte stress, in un contesto sociale e culturale difficile, e che in un momento di esasperazione arriva a dare uno schiaffo. È comunque un gesto che non dovrebbe mai accadere, ma è importante anche prendersi cura del genitore».



