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AL CINEMA

L’ultimo turno di un’infermiera

Esce oggi nelle sale il bellissimo “Heldin”, il film svizzero candidato agli Oscar della regista Petra Volpe. Un ritratto lucido e vero della fatica che scandisce la routine lavorativa in corsia.
FILMCOOPI ZURICH
L’ultimo turno di un’infermiera
Esce oggi nelle sale il bellissimo “Heldin”, il film svizzero candidato agli Oscar della regista Petra Volpe. Un ritratto lucido e vero della fatica che scandisce la routine lavorativa in corsia.
LUGANO - Nelle consegne d’inizio turno c’è tutto il ventaglio di come la sofferenza possa prendere il nome delle più note e anche meno note patologie. La vediamo annidarsi nei corpi dei malati, velare i loro volti di un’espressione che solo l...

LUGANO - Nelle consegne d’inizio turno c’è tutto il ventaglio di come la sofferenza possa prendere il nome delle più note e anche meno note patologie. La vediamo annidarsi nei corpi dei malati, velare i loro volti di un’espressione che solo la resa è in grado di restituire. Corpi, volti e anime da curare, come fa - fino allo sfinimento - l’eroina di turno di un reparto di chirurgia oncologica, l’infermiera Florie Lind (una straordinaria Leonie Benesch).

È lei la protagonista del bellissimo film di Petra Volpe, “L’ultimo turno” (il cui titolo originale è “Heldin”, “eroina”, appunto), l’opera con cui la Svizzera si presenta nella corsa per la statuetta dell’Oscar. Chi vedrà il film - che esce oggi nelle sale - non potrà a fine proiezione non provare quel senso di scoramento (ma allo stesso tempo di solidale vicinanza) per la sorte lavorativa quotidiana toccata alla povera infermiera dell’ultimo turno.

Una quotidianità che - per i carichi di lavoro e la famosa “coperta corta” che scopre tutti i mali della carenza di personale - riesce a trasformare una semplice giornata occupazionale in una battaglia di chissà quale prode impresa.

È il ritratto lucido, vero e toccante della fatica che la cineasta è riuscita a dipingere; la si respira, come fa Floria nei suoi sospiri estenuanti, nella corsa da una iniezione a un’altra, nel trasporto di un lettino a un altro ancora, di consolazione in consolazione, entrando e uscendo da una stanza, salendo e scendendo dai piani dell’umanità straziata che abita l’ospedale e che parla con le voci dei pazienti, voci che a gran voce a volte - come presuntuosamente fa il “baronetto” di una lussuosa stanza pagata profumatamente - chiedono di essere prese in cura, assecondate e salvate senza attendere nemmeno trenta secondi di troppo.

«Sono subito da voi», risponde Floria ai tanti “voi” che la chiamano da una parte e dall’altra, tra campanelli che suonano e lucine rosse fuori dalle stanze che si accendono. La promessa di arrivare subito non può essere mantenuta, lei lo sa, perché non tutto può essere fatto al minuto se si è in due ad avere in cura 30/40 pazienti per volta.

La nostra eroina cerca di farlo capire a quelle anime in pena che in vestaglia o pigiama gli si presentano davanti chiedendo la pillola dell’antibiotico, il cambio della flebo, quello del pannolino, la morfina per il dolore, l’esito di una Tac attesa da giorni come nel caso del vecchio signor Leu; un’infermiera deve anche sapere cantare una ninna nanna, come fa Florie durante il giro dei pazienti alla signora Khun, lei sempre vinta da uno stato di paura permanente e che non vuole altro che tornarsene a casa. La stanchezza però non piega la capacità di donare un po’ di umanità.

La regista accompagna lo spettatore in corsia, lo fa camminare accanto alla protagonista - che per affrontare le riprese ha ultimato anche un periodo di praticantato al Kantonsspital di Liestal - facendogli vivere la corsa contro il tempo, affannosa e paziente, di Florie. La delicata regia di Volpe ammanta gli ambienti e si astiene da sottolineature musicali troppo invasive, “contrappunta” le scene, immacolate in una fotografia autentica.

Nella compulsiva giornata dell’infermiera Florie, il confine tra il mero esercizio di una professione e il coinvolgimento personale è però labile, facile da varcare: qualcuno a un certo punto muore in una di quelle stanze, ma a fine turno nell’armadietto - con camice e sandali da infermiera - difficile non riuscire a riporre anche l’eco di un qualche sentimento da cui si è stati attraversati.

Lo mostra chiaramente la bella trovata di sceneggiatura adottata nel finale.

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