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La solitudine dei numeri primi, "il mio horror sentimentale sulla famiglia"
A colloquio con Saverio Costanzo e Alba Rohrwacher, regista e attrice del film "La solitudine dei numeri primi" da oggi nelle sale cinematografiche della Svizzera italiana. In programmazione a Lugano (Cinestar), a Giubiasco (Ideal), a Locarno (Rialto) e a Mendrisio (Teatro).

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La solitudine dei numeri primi, "il mio horror sentimentale sulla famiglia"
A colloquio con Saverio Costanzo e Alba Rohrwacher, regista e attrice del film "La solitudine dei numeri primi" da oggi nelle sale cinematografiche della Svizzera italiana. In programmazione a Lugano (Cinestar), a Giubiasco (Ideal), a Locarno (Rialto) e a Mendrisio (Teatro).
LUGANO - Lui lo ha definito un horror sentimentale sulla famiglia, e mai definizione fu più azzeccata. "La solitudine dei numeri primi" tratto dall'omonimo romanzo vincitore del Premio Campiello nel 2008, approda nelle sale cine...
LUGANO - Lui lo ha definito un horror sentimentale sulla famiglia, e mai definizione fu più azzeccata. "La solitudine dei numeri primi" tratto dall'omonimo romanzo vincitore del Premio Campiello nel 2008, approda nelle sale cinematografiche della Svizzera italiana. Lui è il regista Saverio Costanzo, premiato nel 2004 con il Pardo d'oro al Festival di Locarno con il film "Private".
Attorno all'uscita del film c'era parecchia attesa, dato che si basava su un romanzo tra i più popolari degli ultimi anni. A Venezia era candidato tra i papabili alla vittoria, ma non è riuscito a conquistare la giuria.
A Venezia tutti si aspettavano che il film vincesse. Così non è stato. È rimasto deluso?
"Non ho mai pensato che il film potesse vincere. Ero molto scettico a partecipare al festival. Il film non aveva una strada vera in un festival. È un film atipico per un concorso. Quindi non ho mai pensato che ci potesse essere un riconoscimento. Detto ciò, alla fine mi sono pure divertito a Venezia".
"Non ho mai pensato che il film potesse vincere. Ero molto scettico a partecipare al festival. Il film non aveva una strada vera in un festival. È un film atipico per un concorso. Quindi non ho mai pensato che ci potesse essere un riconoscimento. Detto ciò, alla fine mi sono pure divertito a Venezia".
In che momento ha capito che da libro poteva nascere un film?
"Quando ho letto il libro non c'è stato un innamoramento a prima vista. Inizialmente pensavo di dedicarmi solo alla sceneggiatura. Il libro non era ancora diventato quel bestseller che è diventato in seguito. Poi, lavorando con Paolo, ho iniziato ad affezionarmi alle immagini che stavamo inventando, e il passo alla regia è arrivato quasi inevitabile".
"Quando ho letto il libro non c'è stato un innamoramento a prima vista. Inizialmente pensavo di dedicarmi solo alla sceneggiatura. Il libro non era ancora diventato quel bestseller che è diventato in seguito. Poi, lavorando con Paolo, ho iniziato ad affezionarmi alle immagini che stavamo inventando, e il passo alla regia è arrivato quasi inevitabile".
Il leitmotiv del film è la solitudine, come è riuscito a dipingere questo stato d'animo?
"Il tema è quello della solitudine vista con gli occhi degli altri, di chi ti fa credere di essere solo. Abbiamo lavorato creando situazioni piene di gente in cui poter essere soli nella massa, o soli nelle istituzioni, in situazioni dove è molto difficile poter essere soli in quanto circondati continuamente da altre persone, eppure è proprio lì che uno si sente paradossalmente più solo".
"Il tema è quello della solitudine vista con gli occhi degli altri, di chi ti fa credere di essere solo. Abbiamo lavorato creando situazioni piene di gente in cui poter essere soli nella massa, o soli nelle istituzioni, in situazioni dove è molto difficile poter essere soli in quanto circondati continuamente da altre persone, eppure è proprio lì che uno si sente paradossalmente più solo".
Lo ha definito un horror sentimentale sulla famiglia. È un giudizio però in cui il concetto di famiglia non ne viene fuori in maniera proprio eccezionale.
"Semmai è un giudizio sulla famiglia distratta, sulla capacità che ha la distrazione nel compiere delle tragedie in famiglia. È un horror perchè il libro era talmente pieno di dolore che rappresentare quel dolore in forma realistica e senza filtri, sarebbe stato un po' parodistico. L'horror invece mi ha consentito di sdrammatizzare il tutto, pur rispettando la sofferenza dei protagonisti".
"Semmai è un giudizio sulla famiglia distratta, sulla capacità che ha la distrazione nel compiere delle tragedie in famiglia. È un horror perchè il libro era talmente pieno di dolore che rappresentare quel dolore in forma realistica e senza filtri, sarebbe stato un po' parodistico. L'horror invece mi ha consentito di sdrammatizzare il tutto, pur rispettando la sofferenza dei protagonisti".
C'era qualcosa del romanzo che non le piaceva?
"Diverse cose. Il libro ha un inizio folgorante con le due ferite dell'anima dei due protagonisti. Ho amato molto la rappresentazione glaciale dell'infanzia. Ma più i protagonisti crescevano e quindi si smetteva di lavorare sulla memoria e sull'elaborazione dei fatti, e più il libro si banalizzava. Nel filo, quindi, abbiamo cercato di ovviare a quella mancanza di potenza creando un unico momento emotivo".
"Diverse cose. Il libro ha un inizio folgorante con le due ferite dell'anima dei due protagonisti. Ho amato molto la rappresentazione glaciale dell'infanzia. Ma più i protagonisti crescevano e quindi si smetteva di lavorare sulla memoria e sull'elaborazione dei fatti, e più il libro si banalizzava. Nel filo, quindi, abbiamo cercato di ovviare a quella mancanza di potenza creando un unico momento emotivo".
Il tema della solitudine la affascina.
"Più che altro mi affascina la rappresentazione dell'inadeguatezza attraverso il corpo. Mi piaceva l'idea di sapere quanto i due personaggi del film riuscissero, attraverso il corpo, ad esprimere il proprio dissenso nei confronti del mondo che li ospita".
"Più che altro mi affascina la rappresentazione dell'inadeguatezza attraverso il corpo. Mi piaceva l'idea di sapere quanto i due personaggi del film riuscissero, attraverso il corpo, ad esprimere il proprio dissenso nei confronti del mondo che li ospita".
Tennensee Williams, noto drammaturgo, diceva che "ognuno è solo nei confini della propria pelle" per evidenziare che la solitudine è un aspetto che riguarda tutti e non solo i numeri primi. È d'accordo?
"Nei confini della propria pelle rende perfettamente il senso di claustrofobia del corpo. È quella sofferenza dell'anima che sa di essere chiusa in un corpo, il quale diventa il territorio del tutto. Viviamo in un'epoca in cui il corpo è diventato tutto e i personaggi sono vittime di questa malformazione sociale".
"Nei confini della propria pelle rende perfettamente il senso di claustrofobia del corpo. È quella sofferenza dell'anima che sa di essere chiusa in un corpo, il quale diventa il territorio del tutto. Viviamo in un'epoca in cui il corpo è diventato tutto e i personaggi sono vittime di questa malformazione sociale".
Se dovesse incontrare oggi per strada, Alice e Mattia, i due personaggi del libro, cosa gli direbbe?
"Che sono simpatici e che starei volentieri con loro, molto più di quanto mi capita stando con altra gente. Mi godrei la loro compagnia".
"Che sono simpatici e che starei volentieri con loro, molto più di quanto mi capita stando con altra gente. Mi godrei la loro compagnia".
All'inizio aveva pensato a Riccardo Scamarcio per il ruolo del protagonista maschile. Poi la scelta è caduta sul debuttante Luca Marinelli. Come mai questa scelta?
"Forse non ero pronto per Scamarcio, e forse lui non era pronto per il film. Stimo molto Riccardo, lo considero un grande attore. In quel momento avevo bisogno di qualcuno che avesse una personalità meno forte, qualcuno più libero e meno consapevole del lavoro del cinema".
"Forse non ero pronto per Scamarcio, e forse lui non era pronto per il film. Stimo molto Riccardo, lo considero un grande attore. In quel momento avevo bisogno di qualcuno che avesse una personalità meno forte, qualcuno più libero e meno consapevole del lavoro del cinema".
Nell'affrontare il libro non aveva paura di deludere le aspettative dei fans del libro?
"Avevo molta paura e ne ho tuttora. Non tanto per i confronti. Volevo rispettare il romanzo senza rinunciare alla mia personalità. volevo mantenere intatto il sentimento del libro ma consegnare al lettore una lettura nuova".
"Avevo molta paura e ne ho tuttora. Non tanto per i confronti. Volevo rispettare il romanzo senza rinunciare alla mia personalità. volevo mantenere intatto il sentimento del libro ma consegnare al lettore una lettura nuova".
Crede di esserci riuscito?
"Credo e spero di sì".
"Credo e spero di sì".
Il film ha ricevuto critiche anche molto dure. C'è stato qualcosa che l'ha ferita?
"No. Il film ha diviso in modo molto viscerale. O lo si ama o lo si odia. L'unico mio compito da regista nei confronti del pubblico è quello di fare un lavoro onesto. È l'unica cosa che mi interessa. Se viene amato o odiato non puo’ che riempirmi di orgoglio. Una persona non puo' piacere a tutti. Questo film respira vita, per il sacrificio che c'è dentro, per le persone che hanno contribuito a costruirne il corpo. Questo film è l'opera più compiuta che possa aver fatto. Se il pubblico esce dalla sala e dice che il film è carino allora per me è un fallimento, se invece dice che è meraviglioso o che fa schifo, allora per me è un risultato raggiunto".
Sal Feo
"No. Il film ha diviso in modo molto viscerale. O lo si ama o lo si odia. L'unico mio compito da regista nei confronti del pubblico è quello di fare un lavoro onesto. È l'unica cosa che mi interessa. Se viene amato o odiato non puo’ che riempirmi di orgoglio. Una persona non puo' piacere a tutti. Questo film respira vita, per il sacrificio che c'è dentro, per le persone che hanno contribuito a costruirne il corpo. Questo film è l'opera più compiuta che possa aver fatto. Se il pubblico esce dalla sala e dice che il film è carino allora per me è un fallimento, se invece dice che è meraviglioso o che fa schifo, allora per me è un risultato raggiunto".
Sal Feo
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