Chiara Orelli si è dimessa dal Gran Consiglio

La parlamentare lo ha comunicato all'Ufficio presidenziale del Gran Consiglio
BELLINZONA - La deputata socialista Chiara Orelli si è dimessa dal Gran Consiglio. Secondo la lettera inviata all'Ufficio presidenziale del Gran Consiglio, le ragioni della sua decisione sono da legare all'attacco del Mattino della domenica a suo padre, lo scrittore Giovanni Orelli. Un attacco a cui sarebbero mancate le scuse pubbliche del partito di Bignasca, ma soprattutto un attacco a cui, per Chiara Orelli, non c'è stata una reazione chiara dal punto di vista politico, a metà tra l'accusa, la mediazione ed il il compromesso.
La lettera:
"Qualche giorno fa ho indirizzato a tutti voi, con modalità per me certamente irrituali e con qualche personale fatica, una richiesta di chiarezza di fronte alla violazione di un valore alla base di ogni vivere civile, quello del rispetto della vita e della storia di ogni persona.
Ho ricevuto da molti di voi parole belle e forti. Sono profondamente grata a coloro che me le hanno indirizzate e che, attraverso me, hanno voluto manifestare a mio padre Giovanni la loro stima e la loro vicinanza. Così come sono grata al Consiglio di Stato, e alle moltissime persone che hanno fatto sentire a me e alla mia famiglia un Ticino diverso da quello, pure numeroso, che si riconosce in quelle parole mortifere da cui tutto ha avuto origine.
Ho chiesto quella chiarezza per una ragione al tempo stesso personale e politica. Non credo che possa esistere per chi agisce sul terreno della politica il doppio binario di una morale privata e di una morale pubblica che procedono per strade distinte. Non credo vi possa essere frattura tra individualità più profonda e dimensione politica e civile della persona, almeno quando sono in gioco questioni fondamentali, di senso di sé e del proprio agire. Gli ‘hooligans’ fuori dal parlamento non sono qualcosa o qualcuno con cui noi non abbiamo a che fare: altrimenti alimentiamo l’idea di un ‘palazzo’ distante da una ‘piazza’ in cui si svolgono le turpitudini senza che il palazzo ne porti responsabilità.
Di fronte alla nettezza dell’immagine che augura la morte di qualcuno ho chiesto questo, un’assunzione di responsabilità; una posizione chiara, non una serie di sfumature. Non sempre si possono servire due padroni.
A quella richiesta hanno fatto seguito, insieme alle cose belle di cui ho detto poco fa, un crescendo di mistificazioni, di manipolazioni della realtà (ad esempio l’attribuzione a mio padre di frasi da lui mai usate), di distinguo tra satira e non satira, addirittura la creazione di una realtà artificiosa per giustificare l’esternazione di Boris Bignasca: tutti responsabili, nessuno responsabile; il guanto di velluto a palazzo, la clava nella piazza.
Un’evoluzione che ho vissuto con crescente disagio, un gioco sinistro – soprattutto nelle sue implicazioni personali, nell’uso strumentale del nome e di persone che mi sono cari – al quale non voglio partecipare, nemmeno come spettatrice.
Egregio presidente, care colleghe e cari colleghi, questi dodici anni di esperienza parlamentare sono stati per me una palestra privilegiata di apprendimento e di esperienza. Ho cercato di percorrerli con la serietà di cui sono stata capace, consapevole delle responsabilità che il ruolo di parlamentare comporta. Questa vicenda, che mi ha evidentemente colpito sul piano personale, mi ha posto di fronte a un’evidenza disarmante nella sua semplicità: se la politica praticata diviene il luogo del compromesso a ogni costo, del gioco delle parti che utilizza per i suoi fini persone e sentimenti, dell’odio partigiano che diviene disumanizzante, allora quella politica, quel luogo della politica è un luogo nel quale io non desidero stare".




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