Kevin, l'americano del parco Ciani che rinasce grazie a una chitarra

Ex nazionale di pallavolo e condirettore alla filiale luganese della Cornèr banca, licenziato nel 2008 e disoccupato da allora, Kevin Fischer elemosinava al parco Ciani. La polizia l'ha allontanato, Il Golosone gli ha offerto un posto per continuare a esibirsi.
Ex nazionale di pallavolo e condirettore alla filiale luganese della Cornèr banca, licenziato nel 2008 e disoccupato da allora, Kevin Fischer elemosinava al parco Ciani. La polizia l'ha allontanato, Il Golosone gli ha offerto un posto per continuare a esibirsi.
MASSAGNO - A cinquantuno anni, è ancora un uomo in viaggio. Chitarra in spalla, cappello e occhiali scuri, stringhe gialle negli anfibi bassi e camicia nera col fumetto “Haunted City - Dark Side” sopra la schiena, Kevin Fischer arriva al ristorante Il Golosone di Massagno trascinando un trolley. Dentro ha quello che gli serve per suonare: l’amplificatore che gli è costato l’addio dal Parco Ciani, il portalistini blu con i testi delle ballate belle e tristi che propone al pubblico, un giorno a settimana d’ora in poi, ore 18. "Lyrical ballads", le chiama lui con perfetto accento americano, perché "quando lo impari da piccolo sei rovinato: puoi studiare le lingue che vuoi ma non riuscirai mai a parlarle bene". Lui si esprime in modo discreto anche in francese, tedesco e italiano. Nato a Basilea nel 1963 "da una mamma bella come Grace Kelly: faceva la modella", ha vissuto a Los Angeles dai sei anni ai 22, prima di tornare in Svizzera chiamato dalla pallavolo e diventare un campione della nazionale, fra il 1985 e il 1996. "Ginevra fino al 1990, poi Lugano. Era una trasferta con la squadra. Mi convinsero le palme piantate nella terra, non in vaso. E i 20 gradi di differenza, 4 a Ginevra e 24 qui. All’allenatore dei miei avversari dissi: “Mi dispiace, perderete: giocherò talmente bene che mi offrirete un contratto”. Vincemmo 3 a zero".
Bachelor in business administration a indirizzo marketing, quell’anno entrò alla Cornèr banca come semplice impiegato: tra il 2002 e il 2008 ne è stato condirettore. "Il primo nella storia della banca a farsi strada dall’interno. Per le alte cariche, è uso chiamare gente da fuori". Poi il licenziamento, inatteso e "immotivato: l’ufficio di collocamento ha domandato le ragioni, la banca ha risposto che era venuto meno il rapporto di fiducia. Una maniera per dire tutto e niente".
Era in vacanza alle Hawaii con la famiglia, al ritorno il badge non funzionava più. Allora è ripartito. Tre giorni a settimana a Zurigo come consulente per un progetto di dieci mesi di durata, obiettivo implementare il nuovo sistema operativo. La sera suonava per non sentirsi solo a Utoquai, ultimo ponte del fiume che si immette nel lago. "È tutta la vita che suono. Mi dicevano “Sei bravo, pensaci su”". L’ha fatto, infine: per racimolare qualche soldo, dopo la separazione dalla moglie che gli ha lasciato un figlio di 11 anni da crescere da solo. È durata un anno, fino alla metà di questo maggio: poi i poliziotti l’han mandato via. Allora Kevin s’è messo in viaggio di nuovo: convinto che l’unica strada è quella che ti porta avanti. E arrivato al Golosone, che gli ha offerto di suonare per l’estate, assieme ai Moon Light trio e i Pink Dreams. "Ho pensato di fare così", esordisce indaffarato con Andrea Bläsing, titolare, e suo padre Klaus. "Incontrare belle persone come loro è una benedizione", dice Kevin, in arte Kena Covers, perché sentano. Appoggia gli strumenti alla botte di legno dell’ingresso e senza perder tempo in convenevoli comincia a organizzare la performance, fra un sorso di birra e l’altro perché "per cantare bisogna riscaldarsi". The sound of silence, Let it be, Father and Son.
Kevin, ma lei chi è davvero: un musicista o un uomo di banca? O si sente ancora un campione della pallavolo?
"Io sono tutto questo insieme. E molto altro. Anche un matto di snowboard: sono stato fra i primi a provarlo. Al liceo giocavo a pallacanestro. La pallavolo l’ho scelta perché piaceva alle donne. Venivano a guardarci a Santa Monica beach. Gli uomini del beach volley si dice siano i più belli di Los Angeles. I calciatori sono sempre troppo piccoli, i cestisti troppo grandi, i pallavolisti l’ideale. Scherzi a parte, sono uno che fa quello che deve fare per vivere".
Com’è possibile che un uomo dotato di tanti talenti finisca a elemosinare in un parco?
"Ho dovuto reinventare la mia vita parecchie volte. E ho raggiunto diverse vette. Anche con la musica: al parco Ciani diverse persone passavano e mi facevano i complimenti. A metà maggio però sono venuti tre poliziotti. Ho mostrato loro il permesso, come sempre, ma mi hanno detto che con l’amplificatore non si poteva. E senza è inutile".
“Come sempre”: significa che non era il primo controllo?
"Erano passati tante volte. Mi conoscevano e mi salutavano. Quel giorno è andata in quel modo".
Che spiegazione si è dato?
"Il mondo è così. C’è sempre qualcuno al quale non va bene ciò che fai. La mia musica piaceva a tanta gente, ma un reclamo vale più di molti apprezzamenti".
Eppure non si è dato per vinto. Come riesce a reagire?
"Merito di Alex. Ha undici anni e mi dà una grande forza. Avere un figlio in affidamento è la mia fortuna".
La musica, invece, che cos’è per lei?
"Una passione. Non ho ore di allenamento alle spalle: suono e canto perché mi piace. Ho suonato al Garage Music di Castione, l’anno scorso".
È il musicista che vuol fare, nel futuro?
"Con la musica non si vive, se non sei famoso. E io non lo sono".
Lei con quanto era abituato a vivere?
"In banca guadagnavo centinaia di migliaia di franchi".
Poi?
"Al parco Ciani si riesce a raccogliere cento franchi al giorno. Ma non sempre si può essere lì. Diciamo 1500 franchi al mese".
Col tenore di vita che aveva prima, come ci si adatta?
"È difficile, ma non impossibile. Ora non voglio entrare in assistenza. È un buco nero da cui non si esce più".
Risparmi cui attingere?
"Non ne ho. Li ho investiti in una villa a Pregassona. Dovrò metterla in vendita".
Come si sente?
"La cosa più difficile è non riuscire a fare niente. Essere disoccupato e non avere prospettive di cambiamento, per quanti sforzi tu faccia, è qualcosa di terribile. Non si può descrivere".
Quanti colloqui ha fatto?
"Parecchi. Al mattino cerco lavoro. Ma non si può passare le giornate a cercare e basta, senza avere un soldo in tasca. Così al pomeriggio andavo al parco Ciani".
In tutto questo tempo niente: com’è possibile?
"Mi creda, non passa giorno in cui io non cerchi qualcosa da fare. Ma persone della mia età e con la mia esperienza non si assumono in qualsiasi posizione. Anche quella di capo contabile sarebbe troppo poco. I responsabili delle risorse umane ragionano così".
Lei che lavoro sarebbe disposto a fare?
"Io sono pronto a tutto. Non posso stare in piedi a lungo: per via di un infortunio mi manca la cartilagine al ginocchio. Per il resto, qualsiasi cosa viene. Mi sono offerto anche per sostituire una donna in maternità. Però nessuno mi prende".
Non sarà che sbaglia qualcosa?
"Io vedo solo una grande ingiustizia. Prima la banca che mi licenzia, poi gli altri che non mi vogliono. Più passa il tempo, meno lo accetto".
Mai pensato di tornare negli Usa?
"La mia vita è qui. Vede cos’ho al collo? Una moneta da 20 centesimi d’oro, un regalo di mio padre. Io mi sento svizzero".
E se la “colpa” fosse di Lugano?
"Sono pronto a spostarmi. L’ho scelta come mia città, ma se arriva un’opportunità altrove, non la rifiuto".
Guardando indietro, come si descriverebbe oggi: fortunato per avere avuto tanto o sventurato per non avere più niente?
"Ho avuto esperienze fantastiche. Ho giocato nella nazionale di pallavolo, l’ho resa grande. Ho portato il beach volley in Svizzera. Ho fatto discese meravigliose in snowboard sul Monte Rosa, ho fatto crescere la Cornèr banca. Sono estremamente contento di ciò che ho dato e ricevuto. Poi, un giorno, tutto questo è finito".
Deluso o arrabbiato?
"Potrei essere arrabbiato con la mia ex che mi ha lasciato, con la banca che mi ha licenziato. Ma, in fondo, chi sono io? Sono solo una storia fra molte".







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