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L'OSPITE

20/02/2017 - 14:22

Attenzione a condannare uno schiaffo, bisogna analizzare il contesto

Elena Toppi Conelli, Psicologa-psicoterapeuta FSP-ATP

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La lettura dell’articolo su tio-20 minuti del 17 febbraio 2017 «Un ceffone non è educativo. Basta spacciare la violenza per amore» in cui è intervenuta la signora Kathya Bonatti mi ha fatto riflettere e reagire, come professionista e come madre.

Premetto che non è mia intenzione assolvere i genitori che hanno commesso atti di violenza gravi e che per tali atti sono stati riconosciuti dalla legge come colpevoli e di conseguenza puniti. La denuncia del ragazzo 14enne è un atto difficilissimo da comprendere, soprattutto se non si ha un quadro chiaro della situazione e dei motivi che possono aver spinto il ragazzo ad un simile gesto, gesto cui nessun figlio vorrebbe mai arrivare. Ritengo quindi imprescindibile conoscere il contesto prima di veicolare messaggi quali: “è pieno il mondo di genitori sadici e crudeli” (cit.) o prima di sostenere, in modo neanche tanto velato, la dicotomia: genitore sano=genitore perfetto / genitore malato=genitore maltrattante. È pericoloso e poco etico soprattutto se si considera il numero di giovani che legge Tio.20 minuti.

Nel mio lavoro di psicoterapeuta, ma anche di madre, è importante saper distinguere i comportamenti dalle persone. L’intervento della signora Bonatti induce a confusione e ad una lettura distorta delle relazioni umane, in primis quella tra genitore e figlio. Mi chiedo infatti con che occhi gli adolescenti che hanno letto questo articolo, possano guardare i loro genitori, sapendo che magari uno schiaffo nella loro vita, lo hanno già ricevuto... Saranno pervasi dal dubbio di avere un padre o una madre “sadici”? Essere genitore è cosa complessa, il tipo di rapporto affettivo con i propri figli dipende spesso dalla storia personale del genitore stesso: un vissuto difficile che non ha avuto modo di essere elaborato porta inevitabilmente a difficoltà di relazione con i figli. E allora la tentazione di ridurre il tutto al facile binomio vittima-carnefice è fortissima, perché la nostra mente, si sa, ha sempre bisogno di attribuire un senso a ciò che accade.

Condannare il proprio padre/madre perché è “sadico” o “cattivo” anziché per il suo comportamento sbagliato (nel caso di uno schiaffo, per esempio) per un figlio significa vivere un dilemma esistenziale e portare dentro di sé un’eredità pesantissima perché prima o poi si chiederà se lo è pure lui (soprattutto quando sarà a sua volta genitore). È proprio su questo terreno di vulnerabilità che la trasmissione intergenerazionale della violenza si perpetua e la vittima diventa (molto spesso) autore di violenza.

Nelle situazioni di maltrattamento è difficile non entrare nell’ottica vittima-carnefice, tuttavia chi è formato per curare questi casi - parlo di specialisti come psicologi-psicoterapeuti con anni di studi, lavoro personale su sé stessi e specializzazioni nel campo- sa benissimo che, anche sulla base degli ultimi studi, questa lettura è riduttiva e fuorviante perché priva del contesto in cui sono stati commessi gli atti di violenza. Inoltre etichettare le persone anziché analizzare i comportamenti ha il sapore di “pseudo-diagnosi” senza utilità: un giudizio e una condanna come farebbe un giudice ma non certo uno psicoterapeuta in un contesto di cura. Aiutare un genitore a capire come può comportarsi meglio è sicuramente più proficuo.

Aprire il dialogo per costruire un’autonomia reciproca, nella comprensione delle proprie fragilità (che siano figli o genitori) significa anche riuscire ad aiutare le persone a “porsi le buone domande” come Socrate ci ha insegnato tanti secoli fa.


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