ROSTOCK - I fatti di Rostock rappresentarono uno dei capitoli più bui della storia della Repubblica Federale Tedesca. Nella città anseatica sul Baltico, vi fu un attacco incendiario a sfondo razzista, che scosse tutto il paese. Le immagini di quella notte fecero il giro del mondo.
La città anseatica nel dopo riunificazione - Rostock, così come tutta la Germania est, era stata annessa alla Repubblica federale tedesca da neppure due anni. La riunificazione aveva portato con sé dolorosi sacrifici per la popolazione della ex Germania est, abituata al lavoro sicuro e ai servizi di base gratuiti per tutti. Per la prima volta molti cittadini della ex DDR stavano vivendo sulla loro pelle l'angoscia esistenziale della disoccupazione, dell’incertezza del domani. Ad approfittarne di questa situazione, di questa sensazione di smarrimento e confusione, fu soprattutto l'estrema destra, che giunta da Ovest, aveva fatto propaganda nei nuovi Länder, riuscendo a riscuotere i favori di molte persone, soprattutto quelle più colpite dagli stravolgimenti causati dalla caduta del muro. Apice della serie di attacchi di matrice xenofoba e razzista, che si verificarono sia a Est sia a Ovest del paese, furono i fatti di Rostock. Il 22 agosto del 1992, furono tremila le persone che si riunirono sotto i palazzoni del quartiere Lichtenhagen di Rostock. Palazzi costruiti durante gli anni della Germania Democratica, che si era deciso di destinare ai richiedenti asilo. L'afflusso di persone provenienti dall'estero in cerca di rifugio fu eccezionale in quel periodo e gli appartamenti a disposizione non bastavano. Si crearono così condizioni di degrado. I meno fortunati si dovettero arrangiare con tende e sacchi a pelo sull'area antistante il complesso edilizio. Una situazione straordinaria che mal digerivano i cittadini del quartiere, abituati a un paese, la DDR, che aveva un bassissimo tasso di stranieri, sotto l'1%, provenienti da altri paesi comunisti o alleati, come per esempio il Vietnam e la Polonia, ma anche dall’Algeria.
Le molotov e gli applausi - In quel giorno di agosto cominciarono a ed essere infrante le prime vetrine. Il primo, di altri attacchi che seguirono. Ad essere prese di mira le famiglie di vietnamiti che alloggiavano in quello che era ed è ancora chiamato “il palazzo dei girasoli”. E mentre aderenti della destra più estrema lanciavano molotov contro le finestre, gli altri stavano a guardare passivi. Anzi, c'è chi quell’attacco lo salutò con un applauso. La polizia ebbe un gran daffare. E mentre bruciavano gli appartamenti colpiti dalle molotov, gli agenti si impegnavano per mettere in salvo circa 150 persone, che trovarono scampo sul tetto del palazzo. Fortunatamente non ci furono vittime. Un vero e proprio miracolo.
Lichtenhagen oggi - Oggi, 20 anni dopo, dentro e fuori quei palazzoni non vi è più niente che ricorda quei giorni e quelle notti che fecero di Rostock il simbolo mondiale dell'odio nei confronti degli stranieri. L'intero stabile e i dintorni sono stati completamente risanati. I grandi girasoli, dipinti sulle facciate laterali dello stabile, sono ancora lì, dove erano 20 anni fa.
Poca voglia di parlare - Tra gli inquilini di quel palazzo, tedeschi o stranieri che siano, nessuno parla volentieri dei fatti di Rostock di 20 anni fa. "Qui la gente ne ha abbastanza di tutto questo clamore mediatico” ha detto un pensionato a un giornalista della Rheinische Post. E Rainer Fabian, della "Kolping-Initiative", un'associazione di sostegno sociale d’ispirazione cristiana del quartiere Lichtenhagen, dice che di coloro che allora abitavano nel complesso ne sono rimasti soltanto circa un terzo.
"Mi ricordo del fuoco" - Per quelli che allora vissero quei giorni di Rostock, i ricordi non si sono sbiaditi. Il 56enne Ngyen Van Han è uno dei vietnamiti che ha subito l'attacco incendiario. "Mi ricordo ancora delle urla, dei "Sieg Heil" (saluto nazista, ndr) e del fuoco. Tanto fuoco".
Il giorno del 18esimo compleanno - Ad essere sopravvissuto a quei giorni di follia anche Viet Phan Do, che era nel ventre della madre. La donna incinta riuscì a trovare riparo sul tetto del palazzo. A Viet Phan Do, nel giorno del suo 18esimo compleanno, la madre disse di scrivere su internet la parola "Lichtenhagen" - riporta la “Süddeutsche Zeitung". Alla vista di quelle immagini, il mondo gli è crollato addosso. Lui, in vita sua, non aveva ancora avuto esperienze di discriminazione razziale e non credeva ai suoi occhi. "Ho chiesto alla mamma cosa successe e se poteva aiutarmi a capire".
La paura degli agenti - Di quella notte, anche gli agenti di Rostock intervenuti per cercare di riportare l'ordine, ricordano del sentimento di paura che serpeggiava tra di loro. "Ancora oggi non capisco cosa successe allora" ha detto Thomas Laun, presidente della polizia del presidio di Rostock, al "Frankfurter Allgemeine Zeitung". Nel 1991 dalla Renania fu trasferito a Rostock e nel 1992 dovette interrompere la sua vacanza a causa dei disordini. "La polizia a quei tempi non era pronta per quei tipi di interventi". Una polizia che - come ha spiegato Laun - aveva il problema di mantenere il rispetto nei confronti degli agenti".
Il razzismo nella DDR - "Di certo ai tempi della DDR la polizia era rispettata e temuta. E poi c’era la Stasi e non c’era da scherzare. Attacchi a sfondo razzista non si sarebbero mai potuti verificare. C'erano stranieri nella DDR, ma non vi erano mai stati episodi simili a quelli di Rostock - ci ha raccontato una signora che nella DDR ci è nata e cresciuta – Qualche attacco si verificò nei confronti di algerini, me la polizia riusciva a tenere sempre sotto controllo la situazione".
Rostock non vuole dimenticare - Nella città anseatica sono previste nei prossimi giorni manifestazioni, seminari, esposizioni per ricordare quei giorni. "La città si scusa con tutte le vittime di quegli attacchi. Perché una cosa del genere non deve più succedere" ha detto il vicesindaco di Rostock, Liane Melzer.