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LOCARNO

"Mia madre non mi ha istigato a uccidere Arno"

Continua l'interrogatorio a D.D., il figliastro di Mitra Djordjevic, condannato per aver ucciso Arno Garatti il 1° luglio del 2011
Ti-Press (archivio)
"Mia madre non mi ha istigato a uccidere Arno"
Continua l'interrogatorio a D.D., il figliastro di Mitra Djordjevic, condannato per aver ucciso Arno Garatti il 1° luglio del 2011
LOCARNO - Si è ripresentato in aula alle ore 14:06 D.D., il ragazzo artefice della morte di Arno Garatti. La giudice Giovanna Roggero-Wil ha chiesto al testimone di raccontare quanto successo il mercoledì 6 luglio e nelle prime ore del 7 ...

LOCARNO - Si è ripresentato in aula alle ore 14:06 D.D., il ragazzo artefice della morte di Arno Garatti. La giudice Giovanna Roggero-Wil ha chiesto al testimone di raccontare quanto successo il mercoledì 6 luglio e nelle prime ore del 7 luglio, che coincidono con l'arrivo in via Daro 8 degli agenti di polizia.

 

L'incontro davanti alla posta di Bellinzona - "Mercoledì, mi pare di pomeriggio, ho incontrato Kenny alla posta - racconta D.D. - Avevo fissato con lui un appuntamento il martedì sera per ricompensarlo del suo servizio, ossia quello di sbarazzarsi del cadavere. Non avevo soldi e ci siamo messi d'accordo che l'avrei pagato in sigarette. Dovevo dargli 22 stecche".

 

Stando al racconto del giovane, l'accordo sarebbe avvenuto il giorno prima, il martedì. "Avevo le sigarette in una scatola di cartone. Ci siamo incontrati davanti alla posta e abbiamo parlato del trasporto del corpo. Kenny mi ha detto che la sua macchina aveva qualche problema, ma che avrebbe risolto in giornata e che mi avrebbe aiutato la sera".

 

La sera di mercoledì 6 luglio e l'arrivo della polizia - D. racconta della chiamata di Kenny, avvenuta mercoledì sera: "Mi ha detto che la macchina non era a posto, ma mi ha detto di non preoccuparmi, che sarebbe arrivato Mario (Paiva, l'altro imputato accusato di aver fornito l'ascia, l'arma del delitto) con il furgone".

 

Mercoledì sera D. racconta che stava preparando gli oggetti da vendere al mercato di Locarno l'indomani, quando è arrivata la polizia: "Era l'una di notte. Hanno suonato il campanello. Era la polizia".

 

Il ruolo della madre - Chiuso il capitolo riguardante il delitto, la giudice ha cominciato a porre delle domande sulla madre del giovane. Nel settembre del 2011, durante l'inchiesta, D.D. ha infatti cominciato a tirare in ballo la madre.

 

Il 28 di giugno D.D., stando alle sue testimonianze, avrebbe avuto un colloquio con la madre, in cui lei si lamentava del marito, Arno Garatti. "Il 28 giugno la discussione c'è stata con mia mamma - spiega il giovane - mi ha detto che era stanca di Arno, perché si ubriacava troppo e non sapeva più come fare a resistere. Arno litigava tanto con mia madre e diventava aggressivo. Lei era stanca. ma non ha detto nulla di più. Era di pomeriggio e Arno dormiva. La sera precedente aveva avuto un incidente, era caduto, e non stava troppo bene".

 

La lettera di D.D. al CAR - Il giudice si sofferma su quel 28 giugno, anche perché nella lettera spedita alla Corte (CAR) in febbraio, in cui annunciava la sua rinuncia al ricorso della Sentenza di quattro anni di detenzione, D. aveva scritto che aveva sentito parlare vagamente la madre della morte di Arno.

 

"Ho rinunciato al ricorso. Ero stanco della situazione e volevo scontare la mia pena. Ho deciso da solo. Ma non ricordo di avere scritto questa cosa", spiega il giovane. La presidente della Corte ricorda delle dichiarazioni contraddittorie, in sede d'inchiesta, di D.D. sul coinvolgimento della madre in questo delitto e ha insiste: "Ci deve spiegare perché in febbraio mi ha scritto che con sua madre ha parlato in modo molto vago della morte di Arno e oggi ci dice soltanto che lei non era contenta del comportamento di Arno".

 

"Non mi ricordo di avere detto queste parole". Alla presidente che gli ha chiesto di fare uno sforzo di memoria, D.D. risponde: "mi ricordo di aver sentito più volte mia madre dire che voleva vedere Arno morto. Questo capitava quando lei era nervosa o arrabbiata. Lo diceva a me. Mi ricordo che mia madre mi diceva "oh come lo vorrei morto". Non ricordo però che dicesse altre cose."

 

D.D. prosegue spiegando che la madre non gli ha mai detto di volere Arno morto. "Quando ho detto quelle parole - prosegue D.D. - ero arrabbiato con mia madre e volevo fargliela pagare per i suoi continui abbandoni".

 

"Come mai allora, a un certo punto dell'inchiesta ha tirato in ballo sua madre e non lo ha fatto subito?", viene chiesto al ragazzo che risponde: "L'ho fatto perché ho scoperto quello che mia madre pensava di me. Non so se perché me l'hanno detto i periti o il mio avvocato mi ha dato una copia del verbale. Ho scoperto che mia madre aveva detto che io non sono più suo figlio, che per lei sono una vergogna e che non esito più per lei. Lei non mi ha istigato ad uccidere Arno".

 

 

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