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LOCARNO

In aula il ragazzo, sotto effetto di tranquillanti: "Sentivo Arno come una minaccia"

D. racconta come ha ucciso Garatti
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In aula il ragazzo, sotto effetto di tranquillanti: "Sentivo Arno come una minaccia"
D. racconta come ha ucciso Garatti
LOCARNO - A presentarsi nell'aula del Tribunale di Locarno questa mattina alle 9.30 è stato D. D., il figlio di Mitra D., condannato per aver ucciso il patrigno, Arno Garatti, il primo luglio 2011. Chiamato come testimone, D. si &e...

LOCARNO - A presentarsi nell'aula del Tribunale di Locarno questa mattina alle 9.30 è stato D. D., il figlio di Mitra D., condannato per aver ucciso il patrigno, Arno Garatti, il primo luglio 2011.

Chiamato come testimone, D. si è presentato in jeans e giacca in pelle nera. Capelli rasati e orecchino, e sotto effetto di tranquillanti, il giovane è parso nei movimenti lento, ma lucido nel rispondere. Il ragazzo ha parlato, contrariamente ai "non commento" durante il processo di primo grado dell'estate scorsa."Non so il nome del farmaco - ha detto alla giudice - me l'ha dato la guardia carceraria. Lo prendo tutti i giorni da quando mi hanno arrestato". Il giovane, che sta scontando la sua pena al carcere minorile di Zurigo, parla lentamente. Quindi sono seguite le domande in merito al delitto.

 

Perché ha ucciso Arno Garatti - "Quando sono arrivato in Svizzera (è arrivato il 15 maggio 2011) ero molto turbato. Ero caduto in depressione, era morto mio padre e non mi trovavo molto bene qui. L'aggressività di Arno e il suo comportamento violento mi preoccupava e temevo che potesse far male a mia madre. E' vero che al momento dalla mia partenza dalla Serbia non vivevo più con mio padre, però avevo vissuto con lui per sette mesi. La nostra convivenza si era conclusa per un litigio dovuto a banalità". D. racconta della sua difficoltà di integrazione in Svizzera: "Non mi trovavo bene. Quando sono arrivato ho cominciato a lavorare come autoelettricista, ma dopo tre giorni ho smesso. Di Arno Garatti non mi piaceva il fatto che beveva troppo, spaccava le cose in casa ed era aggressivo. Era aggressivo con chiunque gli capitasse a tiro. Ho personalmente assistito a un episodio in cui Arno Garatti ha aggredito una persona solo perché era geloso".

La persona è C.M., uno dei due testimoni, che ieri ha deposto in aula, l'amico che ha visto il cadavere di Garatti in bagno, invitato dallo stesso autore del delitto, il figliastro di Arno.

 

Perché lo ha ucciso? - "Perché davo tutta la colpa a lui. E' come se tutta la mia sfortuna dipendesse da lui. Il mio lavoro non andava bene, non mi trovavo bene qui e mi chiudevo sempre in camera. Lui beveva molto e buttava gli oggetti per la casa. Ero stanco di questa situazione. Sentivo Arno come una minaccia. Avevo paura che ferisse mia madre. E visto che avevo già perso mio padre non volevo perdere anche lei".

Il giovane durante l'interrogatorio spiega che Arno non lo aveva mai picchiato e di aver deciso di ucciderlo nel giorno in cui la madre partiva per la Serbia perché pensava fosse una buona opportunità ed aveva tutto il tempo per sbarazzarsi del corpo. Lo ha deciso qualche giorno prima del 1. luglio: "E' accaduto tutto troppo velocemente. Quando ho deciso di ucciderlo avevo paura di farlo. Mi sono pero' deciso ad agire quando lui, dopo aver accompagnato mia madre, è rientrato in casa, ha sbattuto la porta e ha iniziato a parlare con se stesso e a insultare mia madre, dicendo che mia madre è una prostituta".

 

L'ascia e la pistola - Il ragazzo racconta poi i modi in cui ha pensato di uccidere Garatti. In un primo tempo ha pensato di farlo con una pistola che non è riuscita a trovare: " M. (colui che avrebbe potuto procurargli la pistola) mi ha detto che sarebbe arrivata dopo cinque-sei giorni. Sono allora andato nel negozio di Mario (Paiva, uno dei tre imputati). Ho improvvisato. Ho visto l'ascia e ho pensato che sarebbe stata un'arma perfetta per ucciderlo. L'ho presa, insieme ad altri oggetti. Pensavo di scioglierlo nell'acido con candeggina e altri prodotti - spiega D.D. Non so quali, quelli che avevo a casa. Allora non sapevo che non era possibile". Il ragazzo spiega di aver comprato un tagliaformaggio, una lampada UV, una bilancia per misurare i grammi, un sigaro cubano e una valigia, quest'ultima presa per riporvi gli oggetti acquistati. Poi spiega come è andata con l'acquisto dell'ascia: "Non sono più sicuro di averla vista lì nel negozio o al mercatino di Giubiasco, non ricordo quando. Penso di essere andato con Mario in un negozio dove mi ha dato la sega elettrica. L'ho presa dal suo furgone. Poi ho acquistato tre litri di candeggina, delle mascherine e non so se ho acquistato qualcos'altro".Con le mascherine D. pensava di proteggersi mentre avrebbe tagliato il corpo di Arno: "In un primo tempo pensavo di sciogliere il corpo. Il farlo a pezzi era l'idea di riserva".

D. spiega di essersi vantato con Mario di lavorare per dei mafiosi, da killer e che gli oggetti gli servivano per uccidere una persona.

 

Come ha ucciso Garatti - D.prosegue con il racconto: "Non ricordo esattamente dove siamo andati dopo l'acquisto della candeggina. Mi ricordo di essere tornato a casa, ma non so che ora fosse. Era inizio pomeriggio.Ho aspettato Arno in camera mia e riflettevo su come ucciderlo, ma mi mancava il coraggio. Ero indeciso di ucciderlo, ma ero bloccato. Non so come spiegarlo. Arno è arrivato in casa ed è cominciato tutto.

Mi sono preparato come per la doccia, ma in realtà era un'esca. Ho infilato l'ascia e un pugnale che era in casa negli slip e sopra avevo un accappatoio che avevo comprato da Mario. Mi sono diretto in bagno, lì ho tolto l'orecchino che avevo e l'ho messo nello scarico della vasca da bagno. Poi sono uscito dal bagno dicendogli che mi era caduto l'orecchino nella vasca e l'ho pregato di aiutarmi a prenderlo. Lui era in salotto, seduto. Si è alzato ed è venuto in bagno. Si è chinato e ha guardato nel buco, ma non vedeva niente. Mi ha chiesto di portargli una lampada che aveva. Sono uscito dal bagno e ho preso la lampada, gliel'ho data. Quando si è chinato di nuovo per vedere, ho preso l'ascia e l'ho colpito in testa.Penso tre volte. Prima l'ho colpito con la parte piatta e poi con la lama. L'ascia si era spezzata e a quel punto ho preso il pugnale e l'ho colpito al collo, perché Arno respirava ancora. Io non mi ricordo quante volte l'ho pugnalato. Mi hanno detto 8 volte. Ho smesso di colpire quando ho sentito che non respirava più. Si sentiva il rumore del sangue che era nella gola e poi ha smesso, non si sentiva più. Quando ho finito di colpire metà del corpo era nella vasca e l'altra metà fuori. Arno era in ginocchio con il dorso e la testa nella vasca. Ho lasciato Arno in quella posizione e sono uscito dal bagno. Sono andato in salotto e acceso la musica e il sigaro cubano acquistato da Mario e ho preso un aperitivo alcolico che c'era in casa. Era di pomeriggio, non ricordo che ora fosse. Dopo sono tornato in bagno per accertarmi che Arno fosse davvero morto. Era così. Ho gettato tutto il corpo nella vasca. Poi mi sono sciacquato la faccia perché c'erano degli schizzi di sangue e sono andato a vestirmi. Indossavo ancora l'accappatoio che era sporco di sangue. Sono uscito. Penso di essere andato in un bar, ma non so per quanto tempo. Ho bevuto alcol, whiskey. Non so quanti bicchieri, ma ero ubriaco.

Sono tornato a casa e penso di aver preparato tutti gli oggetti di valore da vendere. Si trattava di dischi vecchi di musica, un laptop, un aspirapolvere e altre cose che non ricordo."

 

Subito dopo - Il ragazzo spiega di aver voluto vendere i dischi per procurarsi dei soldi e andare via dalla Svizzera e ha chiamato F. per dirgli che aveva degli oggetti da vendere.

Dai tabulati telefonici risulta che alle 20.37, prima di chiamare F, D. ha mandato un sms a sua madre, ma il ragazzo spiega di non ricordare. Quindi continua il racconto con C.M. che sarebbe arrivato quella sera: "So che è arrivato, ma non ricordo se è arrivato quella sera o un altro giorno. Ma lì so che C.M. è arrivato, ha visto il corpo, ma non so quando. Poi lui è scappato. Ricordo di avergli detto che c'era una sorpresa. Ci siamo incontrati davanti al bar A. per un telefonino che ho acquistato da lui. Siamo andati nell'appartamento, ho aperto la porta del bagno e gli ho fatto vedere il corpo nella vasca da bagno. Prima C.M. pensava che gli stessero facendo uno scherzo. Poi ha toccato il corpo, si è spaventato ed è fuggito via".

Dopo aver preparato gli oggetti da vendere, D. D. racconta di avere chiamato F. (un ambulante conosciuto al mercatino già ai tempi della sua prima permanenza in Svizzera). L'appuntamento alla stazione e poi nell'appartamento di via Daro 8. "E' entrato in salotto e ha scelto gli oggetti da acquistare. Il problema è che non aveva abbastanza soldi e mi ha detto che me li avrebbe dati più in là. L'ho aiutato a caricare in macchina gli oggetti e poi siamo andati da un suo parente, non so bene a fare cosa. Mi sembra che lui volesse vendergli qualcosa. F. mi ha riportato in stazione e io sono tornato in appartamento".

Infine i rapporti con Pavia: D. non ricorda di averlo chiamato quella sera e Pavia è entrato solo il giorno dopo nell'appartamento: "No, ci è venuto solo il giorno successivo. Ma non ne sono sicuro al 100%. Non mi ricordo".

 

Sms alla madre - La presidente della Corte Giovanna Roggero-Wil ricorda che a mezzanotte e mezza risulta che D.D. ha mandato un sms alla madre il cui testo era: "Urgente, fatti sentire". D. dice di non ricordarsi e non trova spiegazione alcuna.

La notte tra il 1° luglio, giorno del delitto e il 2 luglio, D. si mette a dormire. "Mi sono alzato verso mezzogiorno". La presidente della Corte gli ricorda che in quella mattina del 2 luglio aveva sentito la madre. "Mi ricordo solo che io cercavo di prendere tempo, temporeggiavo. Mia madre mi chiedeva dove fosse Arno, in quanto lui non rispondeva al telefono, ma io le avevo detto che Arno era fuori a Locarno, da un amico a riparare delle moto ed aveva lasciato il telefonino in casa. Ricordo di aver parlato anche con mia sorella, ma con lei avevo parlato del suo lavoro e dei due tatuaggi che si era fatto".

 

 

 

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