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LUGANO
03.11.2019 - 16:440
Aggiornamento : 21:56

«È una vendetta contro di me»

Parla l'imam di Viganello, al quale è stata sospesa la domanda di naturalizzazione

LUGANO – È considerato una minaccia «duratura per la sicurezza del Paese» in quanto «guida spirituale» della moschea di Viganello, sfiorata più volte in passato da indagini giudiziarie. Samir Jelassi, 50 anni, oggi ha affrontato le telecamere e si è dichiarato «vittima di una grave ingiustizia».

Assieme al suo legale, Paolo Bernasconi, l'imam luganese ha organizzato una conferenza stampa all'hotel Pestalozzi di Lugano per chiarire la sua posizione. Come riferito nei giorni scorsi dal quotidiano italiano Libero, per i servizi segreti il religioso avrebbe «legami con il terrorismo».

Accuse, avanzate dai Servizi informativi della Confederazione (Sic), che sono valse il “semaforo rosso” di Berna alla richiesta di naturalizzazione di Jelassi. La domanda, presentata nel 2014, è «tuttora pendente» ha precisato Bernasconi, ma è stata “sospesa” due anni fa a seguito di un parere negativo del Sic. Secondo i servizi, l'imam avrebbe legami con «persone in fase di radicalizzazione, già radicalizzate o che sono diventate combattenti della Jihad».

«Si tratta di insinuazioni senza fondamento. Vengo accusato senza prove su qualcosa che ho combattuto tutta la vita» ha dichiarato Jelassi, ricordando di avere «collaborato per anni con le istituzioni elvetiche proprio contro il fondamentalismo, e a favore del dialogo religioso».

Il legale dell'imam ha sottolineato come, contro Jelassi, non penda alcun procedimento giudiziario. Al contrario, il 50enne ha sporto denuncia contro ignoti per “diffamazione” e contro la Sem. Querele a cui il Ministero pubblico della Confederazione non ha però dato seguito.

«Sono una persona civile, condanno assolutamente il terrorismo. Non sono responsabile per chi frequenta o ha frequentato la mia moschea» ha sottolineato Jelassi, rivelando inoltre di avere «collaborato a suo tempo come informatore delle autorità» rispetto ad alcuni casi di radicalizzazione. In un'occasione, fu lui stesso a sporgere denuncia al Ministero pubblico contro un giovane radicalizzato.

Tra il 2015 e il 2016 Jelassi avrebbe incontrato «in due occasioni» degli agenti del Sic, subendo quelli che definisce «degli interrogatori irregolari e non annunciati». Interrogato sui finanziamenti della moschea, e su una lista di possibili sospetti di radicalizzazione (una decina di persone) l'imam si sarebbe rifiutato di collaborare. «Non ero autorizzato e non volevo farmi accusatore di persone su cui non sapevo niente».

Quanto alla questione del finanziamento di 1,5 milioni dal Qatar – sospetti circolati a seguito dei cosidetti “Qatar Paper” – afferma di «non averne mai saputo nulla» e che «a quanto ne so ora quei soldi non sono mai arrivati». La moschea «è sempre stata finanziata con piccole donazioni dai suoi frequentatori».

Alla luce di questo, Jelassi si definisce diffamato e perseguitato. Parla di «una vendetta» nei suoi confronti da parte di ignoti funzionari del Sic. Gli stessi che ha denunciato per diffamazione. Si definisce «addolorato» di come le autorità «accusino le persone di fede islamica di terrorismo con grande leggerezza e senza rispetto dello stato di diritto». E chiede alla Commissione di vigilanza sul Sic di riesaminare il caso.

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