LOCARNO/ CHIAPAS
25.10.2016 - 09:120

«Vi racconto il clima di fuoco che si vive in Messico»

Thomas Müller, cresciuto in Ticino, vive nel sud del Paese dal 2002: «Qui la gente è povera ed esasperata. E il Governo censura i giornali»

LOCARNO/ CHIAPAS - «Sì, io amo il Messico, e adoro i messicani. Però qui la situazione è sempre più pesante. Ed è ora che qualcuno dica le cose come stanno». Thomas Müller, 44 anni, nato a Zugo, cresciuto tra Brissago e Locarno, vive nello Stato del Chiapas, nel sud del Paese, dal 2002. Negli scorsi giorni la Chiesa cattolica ha descritto il Messico come “un Paese in fiamme”, a causa del moltiplicarsi degli episodi di violenza (+ 40% nel 2016) e dell’incapacità delle autorità di reagire. Müller, ex cronista radiofonico sportivo in Svizzera e oggi impiegato d’albergo, va oltre. «Il vero problema – sostiene Müller – è che qui l’80% della gente vive in povertà. E la povertà fa fare brutte cose. C’è esasperazione, frustrazione».
Una recente inchiesta dice che il 72,3% dei messicani convive con una percezione quotidiana dell’insicurezza. Lei come lo spiega?
«È normale. Il Governo non fa nulla per fare progredire il Paese. Ad esempio non investe minimamente sull’educazione e sulla formazione. Preferisce che la gente resti ignorante, così può essere manipolata meglio».

Lei accusa, dunque, il presidente Enrique Pena Nieto?
«Tutto il sistema è assurdo. I media sono tutti nelle mani del Governo. I giornalisti sono pagati, e bene, per dire solo ciò che il Governo vuole. E chi si oppone, viene fatto allontanare. Recentemente alcuni giornalisti sono stati costretti a lasciare il Paese. Hanno raggiunto gli Stati Uniti e lavorano da lì scrivendo ciò che vogliono, senza paura della censura. In Messico avrebbero rischiato la vita».

Signor Müller, perché dalla Svizzera è andato a vivere in un Paese così in difficoltà?
«Io ci ero venuto per imparare lo spagnolo. Poi mi sono innamorato della gente locale. E ho deciso di restare. Ora mi sono sposato qui e ho anche due figlie. Durante il mio primo anno in Messico, ho lavorato per una radio locale. Si parlava spesso di politica e io ho capito subito come funzionavano le cose. Poi mi hanno cacciato, perché non avevo il passaporto messicano. Oggi ce l’ho, però lavoro in un albergo. Forse è meglio così, mi sento più libero di esprimere la mia opinione».

Vista la situazione di censura, non teme di avere ripercussioni dopo queste sue dichiarazioni?
«Un po’ di paura c’è. Però se tutti stanno zitti, non cambia mai nulla. La maggior parte delle informazioni che arriva in Europa è filtrata dalle autorità locali».

Cosa deve sapere un europeo sulla situazione del Messico?
«Che i ricchi se ne fregano dei poveri. E soprattutto è il Governo a lavarsene le mani. Di recente è stata svenduta un’azienda pubblica di telecomunicazioni a un ricco privato. Sta succedendo la stessa cosa con il petrolio. Qui si tende ad accrescere la ricchezza di pochi, per lasciare gli altri in strada».

Le manca la sicurezza della Svizzera?
«Tra i messicani sto bene. Però mi piange il cuore vederli morire di fame. La corruzione ha ormai contaminato tutti i settori. La polizia, gli architetti. I furbi e i potenti riescono a evitare qualsiasi legge. Le cause non vengono vinte con gli avvocati, bensì con i soldi».

Il cittadino messicano ha la possibilità di dialogare con le autorità?
«In linea teorica sì. La democrazia esiste solo sulla carta. In realtà qui c’è una dittatura. Prima di parlare con un funzionario bisogna sempre compilare un’infinità di formulari. Poi ti danno appuntamenti a orari assurdi e non si presentano. È tutto orchestrato ad arte. Tanto che il cittadino spesso rinuncia a tentare la via dell’incontro».

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