CONFINE
07.11.2014 - 17:250
Aggiornamento : 10.01.2018 - 10:20

Uno svizzero fra i 17 disperati. L'imprenditore: "È colpa della crisi"

Il gruppo è stato salvato dall'alluvione a Germignaga in un capannone dove vivevano. Fonio (OCST): "Fermare al più presto questo cancro"

GERMIGNAGA - C'è anche uno svizzero fra i lavoratori che sono stati salvati dall'alluvione in un capannone a Germignaga, in provincia di Varese. Con lui dodici italiani, tra cui una donna di 53 anni, tre romeni e un polacco, tutti probabilmente lavoratori irregolari e in nero. Un imprenditore italiano di Potenza li portava tutti i giorni in Svizzera, nella seconda sede della sua società, del settore edile. Lo riporta La Provincia di Varese.

In quel capannone, travolto dalle acque del Margorabbia, dormivano e mangiavano in condizioni pessime. Le forze dell'ordine hanno spiegato che i componenti del gruppo non volevano uscire dalla struttura, per paura di perdere il posto di lavoro, una volta scoperti.

La procura di Varese sta coordinando un'indagine di polizia di Stato e di Guardia di finanza nei confronti dell’imprenditore. L'uomo avrebbe dichiarato: “Sì, li facevo vivere lì. È colpa della crisi: non poteva pagare loro vitto e alloggio”. Come riporta il quotidiano italiano, alcuni parenti avrebbero agito da procacciatori di indigenti.

Nel mondo del lavoro ticinese il caso di schiavismo scoperto dalle forze dell’ordine italiane a Germignaga suscita non pochi interrogativi. Giorgo Fonio, sindacalista OCST che si occupa del ramo, ha affermato che in Ticino, soprattutto negli ultimi tempi, si stanno insediando aziende estere “ che aggirano le leggi e i regolamenti per sottrarsi al Contratto Collettivo di lavoro (CCL), uno dei migliori in Svizzera”. Fonio porta l’esempio di un caso di una ditta che, per non pagare il secondo pilastro, opta per la formulazione di contratti a tempo determinato ai loro dipendenti e procede a un turn-over frequente, “che non fa altro che abbassare la qualità del lavoro e peggiorare la sicurezza del lavoro”. Un altro caso riguarda il reclutamento di maestranze operato esclusivamente oltre confine e che accetterebbero condizioni salariali inferiori rispetto al CCL in vigore in Ticino. “Questi fenomeni causano ulteriori difficoltà alle ditte sane, che sono in maggioranza, e rappresentano una vera e propria concorrenza sleale. E’ tempo di unirci insieme, datori di lavoro e sindacati, per fermare questa invasione. Un cancro che non fa altro che danneggiare il lavoro”.

 


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