Fonte foto: Davide Rotondo
MORCOTE
15.07.2014 - 06:070

"Su di me solo calunnie, oggi mi vendico con Jean Corty"

Dopo anni di silenzio il gallerista Paolo Poma, ex deputato in Gran Consiglio, vuota il sacco. Si toglie qualche sassolino dalla scarpa: "Sono stato trattato come un criminale". E oggi riporta alla luce i quadri di Jean Corty

MORCOTE - "Dieci anni di doloroso silenzio, e oggi finalmente molti capolavori della pittura ticinese possono di nuovo rivedere la luce". C’è tanta soddisfazione, ma anche parecchia rabbia nella parole di Paolo Poma, due volte presidente del Gran Consiglio ticinese, noto collezionista d'arte e proprietario dell'omonima galleria in quel di Morcote. I capolavori di cui si sta parlando sono quelli del pittore ticinese  Jean Corty , le cui opere - provenienti dalla galleria Poma di Morcote - sono esposte fino al 31 ottobre al Museo d'Arte Sergio Maina di Caslano.

È un fiume in piena Paolo Poma, quando gli si chiede di ricordare quegli anni quando fu vittima di quella che egli definisce "un'infame campagna mediatica" che gettò ombre sull'attività della sua galleria. "Mi accusarono di commerciare quadri falsi, e il mio nome finì sui giornali, causandomi danni milionari". Era il 2006, e la magistratura ticinese decise di aprire un'inchiesta sulla galleria Poma. Inchiesta che portò al sequestro di 470 opere della galleria, alcune delle quali furono perfino distrutte su ordine della magistratura. "Fu un vero e proprio abuso di potere, distrussero opere che giudicarono false, quando in realtà erano tutte autentiche" racconta Poma. L'inchiesta si è conclusa nel 2012, dopo 8 anni, con un "non luogo a procedere". Una perizia costata diverse centinaia di migliaia di franchi ha prosciolto da ogni illecito Paolo Poma, al quale spetta ora un risarcimento.

Il blitz della magistratura - Quando il ricordo va a quei momenti la voce di Paolo Poma si carica inevitabilmente di dolore: "Suonarono alla porta alle 7 del mattino. La procuratrice pubblica iniziò a controllare ogni angola della casa. Continuava a dire: 'mi faccia vedere dove nasconde la sua fabbrica di falsi'. Le spiegavo che avevo solo quadri autentici. Ma non mi credeva. Voleva controllare il mio computer, ma io non avevo nessun pc. Fummo trattati come criminali. Restarono in casa a cercare prove fino a mezzanotte, e pensare che io stavo pure male. Ero in chemioterapia, mi sentivo debole. Quella stessa mattina quando ho aperto il giornale mi sono trovato in prima pagina "La galleria Poma, l'atelier dei falsi". Si rende conto? Lo stesso giorno in cui si presenta la magistratura in casa mia per sequestrarmi i quadri, sul giornale esce l'articolo su di me. Mia moglie non si è mai più ripresa da quella esperienza".

La calunnia e la corsa a riprendersi i soldi - Il tutto aveva avuto inizio  con alcune opere di Jean Corty, denunciate come false in quanto di recente "fabbricazione". "Si era persino scritto che erano ancora fresche di pittura" ricorda Poma. In realtà ci spiega "un quadro era stato restaurato con un prodotto per rinfrescare i colori, l'odore di fresco ha fatto pensare a qualcuno che l'opera fosse di recente realizzazione".

La calunnia, si sa, è un venticello, e in un cantone piccolo come il Ticino, il vento in questi casi corre veloce. I giorni che seguirono furono terribili. I clienti che avevano acquistato quadri presso la galleria Poma, convinti ormai che avevano tra le mani opere false rivolevano i soldi indietro. "Mi hanno riconsegnato almeno 500 quadri, e io ho dovuto pagare tutti. Erano quadri di artisti italiani, ticinesi, francesi. Tutte opere autentiche, ma ormai gli acquirenti - quasi tutti ticinesi - si erano lasciati influenzare dalle calunnie. Gli acquirenti italiani invece restarono dalla mia parte. Nessuno di loro si presentò in galleria per riconsegnarmi i quadri. Anzi, quando lessero gli articoli sulla stampa scoppiarono a ridere. Sapevano benissimo che quei quadri non potevano essere dei falsi".

Nessun risarcimento e nuova vita  - Il danno, come detto, è stato di diversi milioni. Ma Paolo Poma non intende passare alla cassa. "Non chiederò un risarcimento - ci dice - è una questione di principio. Si tratta in fondo di soldi pubblici, della gente, e io tra la gente ho tanti amici. Ho perso diversi milioni di franchi. Ma è acqua passata. Quello che mi interessa ora e far riscoprire questi tesori artistici che sono stati a lungo nascosti, e sono felice che all'età di 87 anni, la vita mi ha permesso di poter ridare nuova luce a Jean Corty un artista ticinese di grande talento che non merita di restare al buio come è accaduto per tutti questi anni".

 

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