CANTONE
05.07.2013 - 10:160

Neolaureati ticinesi presi in giro a colpi di 'stage'

È la parola più inflazionata nelle inserzioni di lavoro legate al terziario. E giustifica salari da fame e contratti da brivido. Dopo la denuncia di un giovane bellinzonese, la replica del sindacalista: "Triste realtà, ma ora alziamo la voce"

BELLINZONA – C’è una parola che sta diventando l’incubo dei neo laureati ticinesi: stage. È lo stesso vocabolo che sta contaminando le inserzioni di lavoro legate al settore terziario. Un concetto che giustifica stipendi da fame e contratti al limite dell’indecenza. La storia raccontata oggi su 20 Minuti da Pietro A., 27enne bellinzonese neolaureato in economia, è lo specchio di una situazione disastrosa. “Sembra che non esista più un posto di lavoro vero e proprio – dice il giovane –. Troppe aziende ti offrono stage a 400-500 franchi al mese. Ho fatto decine di colloqui in un anno. E quando magari accetti, ti tengono per tre mesi e poi ti lasciano a casa, rimettendosi alla ricerca di un altro staigiarie. A loro non interessa assumerti, vogliono solo sfruttare la gente”.

Rabbia - Neolaureati ticinesi frustrati, depressi e incavolati. I casi sono parecchi e lo conferma anche Enrico Borelli, sindacalista di UNIA: “Sì, è vero. Riceviamo parecchie segnalazioni, via telefono e via email. Quella del cosiddetto stage è una piaga che sta creando grossi problemi nel terziario. Ormai diversi datori di lavoro nascondono le loro offerte dietro a questo termine per potere sfruttare i giovani. È una triste realtà che va denunciata, fanno bene questi ragazzi a uscire allo scoperto”.  

Illusione - Li chiamano stage, ma in realtà sono assunzioni a tempo determinato in cui il giovane non ha né la possibilità di crescere, né di farsi assumere a titolo definitivo qualora dimostrasse buone capacità. “Il significato di stage – sottolinea Borelli – è stato stravolto da queste persone. Nella nuova idea di stage viene a mancare l’aspetto pedagogico e formativo della persona. I neolaureati che rispondono a questi annunci di lavoro hanno spesso la sensazione di essere presi in giro e di perdere tempo. È una situazione che non fa altro che aumentare la sensazione di precarietà all’interno del nostro già fragile mercato del lavoro”.

Battaglia - Il fenomeno è ancora poco conosciuto. E Borelli ha una spiegazione: “Contrariamente ad altri settori, in vari ambiti del terziario non si ha l’abitudine di fare proteste di massa, di scendere in piazza a gridare per i propri diritti. E così certi abusi restano nascosti”. I sindacati, però, si stanno muovendo. “Infatti faremo il possibile per sensibilizzare le autorità e i politici sulla questione. Non va assolutamente sottovalutata, anzi dobbiamo muoverci in fretta. Sono convinto che la battaglia da portare avanti sia quella per il salario minimo di 4.000 franchi per tutti. In questo modo i datori di lavoro non potranno più fare certi giochetti”. 

Responsabilità - Per alcuni lo stratagemma sarebbe pure una trappola per attirare frontalieri in Ticino, pronti a lavorare anche a paghe da stage, appunto. Borelli non crede a questa tesi: “Nemmeno un frontaliere vive con 500 franchi al mese”. E al sindacalista UNIA non va neanche la teoria secondo cui quello dello stage sarebbe un modello importato dall’Italia. “Può darsi che in altri Paesi ci siano sistemi altrettanto barbari. Ma va detto che, ammesso che sia davvero così, gli imprenditori ticinesi stanno imparando molto bene a sfruttare i giovani. Mi spiace, ma dare sempre la colpa agli altri non serve, assumiamoci le nostre responsabilità”.

 

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