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LOCARNO

Delitto di Daro, il racconto del commerciante portoghese: "Non gli ho mai creduto"

Nel corso del processo d'appello, che segue all'omicidio di Arno Garatti, la presidente della Corte ha interrogato Mario Paiva
Foto Ti Press
Delitto di Daro, il racconto del commerciante portoghese: "Non gli ho mai creduto"
Nel corso del processo d'appello, che segue all'omicidio di Arno Garatti, la presidente della Corte ha interrogato Mario Paiva
LOCARNO - Dopo una pausa è ricominciato alle 10.52 il dibattimento. A Paiva il giudice ha chiesto il tipo di rapporto tra il commerciante portoghese e la vittima, Arno Garatti. "Era un mio cliente, ma non vi erano legami di amicizia&...

LOCARNO - Dopo una pausa è ricominciato alle 10.52 il dibattimento. A Paiva il giudice ha chiesto il tipo di rapporto tra il commerciante portoghese e la vittima, Arno Garatti. "Era un mio cliente, ma non vi erano legami di amicizia", spiega Paiva che racconta anche della sua conoscenza con il figlio dell'imputata, condannato a 4 anni: "Veniva al mercatino a Bellinzona il sabato mattina. Stava lì perché c'erano i suoi amici e alle volte mi aiutava a vendere la merce. A un certo punto D. ha cominciato a vendere per conto suo i suoi fumetti. Ma D. non lo frequentavo al di fuori del mercato di Bellinzona e, qualche volta, di Locarno. Ho saputo poi che D. è tornato in Serbia. Ho poi rivisto D., mi sembra a fine maggio 2011. Mi è venuto a trovare al mercato di Bellinzona. Ricordo che era vestito da festa, aveva un completo e fumava un piccolo sigaro. Mi è venuto a salutare a dirmi che era tornato e che adesso voleva rimanere. Mi aveva raccontato di essere stato due anni al suo paese e che era cambiato, di essere diventato più forte, più adulto, più duro e che aveva frequentato la malavita del suo paese. Mi aveva detto che era ricercato dalla polizia del suo paese e che faceva il sicario. Non era più il ragazzo timido che era nella sua prima permanenza da noi".

A questo punto la presidente della Corte ha chiesto se Paiva non avesse chiesto qualcosa in più in merito alla vita criminale in Serbia. "Io non gli credevo - ha spiegato il commerciante portoghese - di certo non si può cambiare da un giorno all'altro. Non ricordo quando è avvenuta questa conversazione, mi ricordo che la mia compagna mi aveva detto che l'aveva visto in giro. Penso che si sia presentato al mercato una decina di giorni dopo che la mia compagna l'aveva visto".

 

"Dopo questo primo incontro -continua Pavia- l'ho rivisto al mercato di Locarno, verso metà giugno, ricordo che in quell'occasione il ragazzo presentava delle ferite alle mani e al volto. Mi aveva detto che qualche giorno prima aveva litigato con qualcuno e che era scappato dall'ospedale senza il permesso dei dottori. Preciso che, prima di questo incontro a Locarno, D. era venuto con me a Malvaglia ad aiutarmi a fare un mercato, insieme a mio figlio".

"Quante volte ha visto D. durante questo periodo di tempo?" ha chiesto la presidente della Corte e la risposta: "Tra fine maggio e fine giugno D. mi ha aiutato in circa cinque mercati: uno a Malvaglia, uno a Locarno e due-tre a Bellinzona. Lui veniva ad aiutarmi senza che lo chiamassi. A parte a Malvaglia. A seconda delle ore di lavoro gli davo 20-30 franchi. Al di fuori dei mercati non ho mai visto D. So però che da 2 a 3 volte, D. è andato in negozio quando io non c'ero. Ma quando veniva non rimaneva mai a lungo in negozio. Parlava con la mia ex compagna o giocava con la sua bambina. Lo so perché me lo diceva la mia ex compagna".

 

A questo punto il procuratore pubblico Marisa Alfier fa notare che vi erano state delle telefonate e che lo aveva incontrato per caso. "Erano chiamate di lavoro" ha risposto Paiva. "Non ricordo di aver fatto telefonate a D. se non in previsione del mercato di Malvaglia. Non mi ricordo di averlo visto altre volte". "Ma lei l'ha visto passar via con il signor Garatti?" ha chiesto il procuratore pubblico. "Sì, ma sempre il sabato mattina" - ha risposto l'imputato.

L'avvocato di parte civile, Mario Branda, ha chiesto cosa ha pensato il commerciante portoghese alla vista di D. ferito alle mani e al volto. "Quando l'ho visto concio, D. m'aveva detto di aver fatto a botte con qualcuno e che l'altro le aveva prese più di lui. Ricordo di avergli creduto, ma pensavo che era una faccenda tra ragazzi" ha risposto Paiva che racconta anche di quella volta quando D. ebbe un battibecco con un cliente e che ce l'aveva contro gli slavi. D. lo ha minacciato verbalmente dicendo che lo avrebbe ammazzato".

 

Il 1° luglio - "Mi ricordo di essere arrivato in negozio dopo le 15. D. era già in negozio che prendeva della merce self service. Si è fatto una lista di quello che gli serviva. Ho visto la lista ma non l'ho letta. Ha preso un accappatoio, una valigia, una macchinetta ad ultravioletti per vedere se i soldi sono falsi, un taglia formaggio a mezza luna, un sigaro cubano e poi mi ha chiesto se avevo un'ascia. Penso che lui l'aveva vista al mercato di Locarno il giorno prima. Gli ho risposto che l'ascia ce l'avevo, ma era nel furgone. Mi ha detto che l'ascia gli serviva per uccidere qualcuno, ma non gli ho creduto".

 

"Cosa sarebbe potuta servire un'ascia a Darko?" ha chiesto il presidente della Corte. "Pensavo che gli potesse servire per la legna" ha risposto Paiva. "Ma non si è chiesto lei a cosa potesse servire un'ascia?" ha incalzato il presidente della Corte. "No, non me lo sono chiesto - ha risposto Paiva. Mi ricordo che quando eravamo al mercato di Malvaglia avevamo visto un ragazzo di colore che aveva dell'oro e altre cose da vendere. Alcuni giorni dopo, D. mi aveva chiesto dove andare a ritrovare questa persona perché voleva fissare un appuntamento nel bosco e poi lo avrebbe ucciso utilizzando una pistola con il silenziatore. Io gli ho detto che erano cose da non farsi. Al ché lui ha cambiato discorso chiedendomi se sapevo dove c'era un fiume grosso per sbarazzarsi di un cadavere. Ricordo che mi aveva detto che se io volessi ammazzare qualcuno bastava che gli dessi 500 franchi. Ricordo che in risposta ai discorsi di D. sul cadavere nel fiume, gli ho spiegato che tempo fa, in Svizzera, un uomo aveva ucciso la moglie incinta e l'aveva buttata nel lago, ma la cosa era stata scoperta".

 

"D. parlava male di Garatti? Cosa diceva D.?" ha chiesto la presidente della Corte. "E' vero che D. parlava male di Arno Garatti. Per parlare male intendo che si lamentava del fatto che Arno Garatti lo rimproverava perché beveva troppo o usciva e rimaneva fuori troppo a lungo. Preciso che queste erano le uniche lamentele che D. formulava nei riguardi di Arno Garatti. Nulla di più. Non ho mai sentito D. dire che Arno Garatti picchiava sua madre né che i due litigavano. Quando dava dello "str.." ad Arno Garatti, D. lo dava per i rimproveri che normalmente un genitore dà a un figlio".

La presidente della Corte è poi tornata sulla vendita dell'ascia. "Era un'ascia antica, cioè vecchia. Un'ascia vecchia. C'era sì ancora il prezzo di acquisto, però era arrugginita. Ribadisco - ha proseguito Paiva - che quando D. mi ha detto che voleva l'ascia per uccidere qualcuno io non gli ho creduto. Ma non mi sono chiesto per cosa la volesse. Ho pensato che magari D. la voleva per tagliare della legna. Così ho pensato per il seghetto".

 

Paiva ha raccontato poi la spesa al do-it di Cadenazzo. Il giovane ha acquistato a credito sacchi della spazzatura, candeggine e mascherine: "Mi diceva che doveva ammazzare qualcuno, ma non gli ho creduto. E' vero che D. quel venerdi 1° luglio ha detto che il taglia formaggio gli serviva per tagliare le dita. Io non gli ho creduto e ho pensato che, in realtà, il taglia formaggio servisse alla mamma di D. Il ragazzo non ha detto a cosa gli servivano l'accappatoio, il seghetto e la valigia. Ho pensato che la valigia servisse alla mamma. Sulle altre cose non ho posto domande e non ho fatto domande. D., in negozio, oppure il giorno prima al mercato di Locarno, mi aveva detto che la mamma sarebbe partita per la Serbia perché doveva farsi fare un'operazione perché la Cassa malati qui non rispondeva. E' stato D. a dirmi spontaneamente che la candeggina e le mascherine comprate alla Coop servivano per il suo lavoro di killer. Io pensavo che la candeggina servisse alla madre per pulire l'appartamento e che la mascherina servisse alla madre durante i lavori di pulizia".

 

"E' vero- ha risposto Paiva alla presidente - D. mi chiedeva se sapevo dove poteva vendere del platino, precisando che doveva togliere del platino dal braccio della persona che voleva far fuori. Erano tutte storie strane".

"Ho pagato io la merce comprata a Castione. Finiti gli acquisti alla Coop siamo tornati in negozio. Lì c'erano dei clienti. A D., che era entrato in negozio a prendere le sue cose, gli avevo detto che l'avrei accompagnato io a casa. Ma quando ho finito con i clienti lui non era più lì. Non mi ricordo esattamente che ora fosse. Forse dopo le 17.00".

In quella sera risulta dai verbali, verso le 21.00, una chiamata tra D. e Paiva, rilevano dalla Corte e Pavia: "Non ricordo la telefonata di D. La presidente mi ricorda che i tabulati telefonici indicano che quella sera, dopo le 21.00 D. mi chiamò e a questa chiamata fece seguito una conversazione di un paio di minuti, ma io non ho ricevuto assolutamente questa chiamata. Ricevevo centinaia di sms perché avevo un'amante che non li pagava. Ero a casa. Con me c'era la mia compagna e un anziano ospite".

 

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