«Facemmo capire che non eravamo un'isola felice. Oggi? Siamo messi malissimo»

Quarant'anni fa, nel settembre del 1985, a Lugano si celebrava il processo del "ramo ticinese" dell'inchiesta Pizza Connection. Ne parliamo - con un occhio rivolto al presente - con l'avvocato Paolo Bernasconi, al tempo procuratore pubblico
«Quel processo è servito molto. È servito a far capire, al parlamento, ai partiti politici e al governo federale, che dal punto di vista della prevenzione della criminalità, non si poteva più considerare la Svizzera come un'isola felice».
Quarant'anni fa, proprio in questi giorni - era settembre del 1985 - a Lugano andava in scena l'epilogo del "ramo ticinese" dell'inchiesta Pizza Connection. Il nome di Lugano trovava spazio a fianco di quelli di New York e di Palermo. Il processo, ricorda l'avvocato Paolo Bernasconi, al tempo procuratore pubblico del Sottoceneri, è stato «lo sbocco di una lunga inchiesta che era cominciata parecchi mesi prima e che aveva coinvolto anche esponenti della mafia siciliana, della mafia turca, con diramazioni negli Stati Uniti. Quindi si era andati a toccare personaggi del crimine organizzato molto pericolosi».
«Quel consiglio di Giovanni Falcone: "Non venire mai a Palermo"»
E fu per quel motivo - anche sull'onda di quanto stava accadendo a Palermo, dove in quei mesi erano in corso i lavori d'allestimento della cosiddetta "aula bunker" del carcere dell'Ucciardone che avrebbe ospitato, a partire dal febbraio 1986, lo storico "Maxiprocesso" a Cosa Nostra - che le misure di sicurezza furono, per quanto abituati alle nostre latitudini, senza precedenti. «L'impressione, a tanti anni di distanza, è che forse il comando della polizia di allora aveva un po' esagerato». In realtà, «era l'inchiesta che poteva dare qualche problema. Durante le indagini, allora sì che era necessaria una certa prudenza», ricorda Bernasconi, «anche se all'epoca era tutto molto artigianale. L'unica vera prudenza però era quella che mi aveva sempre raccomandato Giovanni Falcone: "Non venire mai a Palermo. Non venire a Palermo perché mi crei soltanto dei problemi di sicurezza. Stai lì. Lì sei tranquillo e nessuno ti tocca"».
Al netto delle sentenze contro i singoli, quel processo ha avuto soprattutto il merito storico di certificare che certe vicende, che sembravano così distanti da noi, in realtà avevano ramificazioni anche in casa nostra. Milioni e milioni, proventi del traffico di droga internazionale, che arrivano in Svizzera per poi essere "ripuliti" senza alcun controllo. Perché ai tempi non esisteva alcuna norma di diritto nel nostro paese che imponesse di verificare l'origine del denaro che entrava in banche e fiduciarie. Insomma, quella porta c'era. Ed era aperta. Spalancata.
L'inversione di marcia innescata sul fronte del riciclaggio del denaro è di certo l'eredità più importante di quanto culminato in quel settembre di quarant'anni fa. «Abbiamo utilizzato, come bisognerebbe sempre fare, le esperienze e le informazioni ricavate da questa lunga inchiesta, per far capire che il nostro sistema, non solo giudiziario ma anche legale, era altamente insufficiente. E quindi le abbiamo utilizzate insieme al procuratore, poi assassinato, Giovanni Falcone e altri magistrati di altri paesi - mi ricordo la Francia, il Belgio, la Germania - per lanciare, non solo in Svizzera ma in Europa e poi in tutto il mondo, la necessità indispensabile di creare le norme contro il riciclaggio e anche le norme di diligenza contro il riciclaggio».
Quel coperchio che deve essere continuamente sollevato
Un percorso non breve. «Noi ci siamo arrivati dopo tanto lavoro, con la prima norma antiriciclaggio del codice penale del primo agosto 1990. Poi ci è voluto fino al primo gennaio del 1998 per avere finalmente una legge antiriciclaggio». E ancor di più, un percorso che non si ferma, «perché è una legge con le sue norme che bisogna continuamente rivedere e migliorare perché anche la criminalità dal suo punto di vista migliora - quindi peggiora - e diventa sempre più pericolosa». In altre parole, come spiega l'ex procuratore, lo stato di allerta deve essere una costante. «Ho sempre considerato che l'attività del pubblico ministero deve essere quella di sollevare il coperchio sulle strategie criminali per far capire alle autorità politiche quali sono le misure di prevenzione da adottare. Allora abbiamo utilizzato questo processo, le scoperte che abbiamo fatto, per promuovere tutta l'ondata antiriciclaggio. Ed è necessario che i procuratori pubblici continuino in questa attività di allarme verso l'autorità politica».
«Oggi? Siamo messi malissimo»
Quarant'anni dopo, sappiamo che le organizzazioni mafiose hanno piantato radici ben in profondità anche in Svizzera. E non si parla solo di riciclaggio. Quindi, oggi, ad "anticorpi" e strumenti, come siamo messi?
«Siamo messi malissimo. Basta seguire la stampa internazionale. Il narcotraffico, specialmente quello proveniente dal Sudamerica, quindi la cocaina, ha assunto dimensioni colossali. Nei porti di Rotterdam, Anversa, Amburgo, Hannover, Marsiglia; vengono sequestrate ogni anno centinaia di tonnellate di cocaina. Vuol dire che le organizzazioni criminali che lavorano in questi paesi dispongono di cifre colossali, che si misurano in miliardi di franchi. Ci sono paesi, da sempre considerati tranquilli, in cui oggi si spara. Non a Napoli o a Palermo. Oggi si spara per strada a Bruxelles, a Rotterdam, a Marsiglia. Ci sono in questi paesi procuratori pubblici e poliziotti che vengono condannati per corruzione in favore del crimine organizzato. In Svezia ci sono ragazzini che vengono pagati 100 euro da queste organizzazioni per andare a uccidere. Questa attività criminale è diventata enorme perché ci sono in ballo miliardi. E dove vanno a finire questi miliardi? Dove si riciclano? Passano per la Svizzera, passano per la Cina, passano per la Russia».
Se siamo messi così male, oggi cosa manca nel nostro arsenale per contrastare questo fenomeno? «È una risposta che richiede almeno due o tre ore. Perché non esiste uno strumento, esiste un complesso, una galassia di strumenti. Ma, in breve: non c'è prevenzione. Non c'è prevenzione nei confronti dell'infiltrazione della criminalità organizzata nell'economia legale in Svizzera».



