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21.01.2021 - 06:030
Aggiornamento : 10:48

Il Ticino che (non) lavora da casa

Da quattro giorni lo smartworking è obbligatorio, almeno in teoria. Ma c'è qualche difficoltà

Ancora resistenze e ostacoli. Non solo nelle aziende, ma anche nell'amministrazione pubblica. Pronzini: «Mancanza di fiducia nei confronti dei collaboratori»

LUGANO - Tutti a casa. Da lunedì in Ticino - come nel resto della Svizzera - è entrato in vigore il telelavoro obbligatorio, ma cosa è cambiato in concreto per le 161mila persone attive nel nostro cantone? Difficile dirlo. Certo è che - almeno finora - per molti le cose sembrano andare avanti più o meno come prima. 

Il problema ha a che fare, da una parte, con il tessuto economico. Nell'industria «esistono situazioni molto eterogenee e la gestione del telelavoro va gestita quasi caso per caso» sottolinea il direttore di Aiti Stefano Modenini. «Nelle attività direttamente produttive, o ad esse collegate, non è applicabile. Lo è invece nelle attività commerciali, amministrative e di progettazione». Ne è un esempio Schindler, che ha raccomandato il tele-lavoro già a marzo, dove possibile. Dei 400 dipendenti a Locarno però «la maggior parte continuano a recarsi in fabbrica» precisano dall'azienda.

Altra solfa nel terziario avanzato. Un caso record è quello di Bravofly: l'azienda di voli low cost ha "lasciato a casa" da ormai dieci mesi tutti i suoi dipendenti (circa 500). Nella sede di Chiasso ne sono rimasti una ventina. Questo, però, ben prima dell'obbligo federale. Lo stesso vale per Ubs: nelle 18 sedi ticinesi, circa un terzo del personale lavora da remoto da quest'estate. Anche BancaStato si è attrezzata: «a breve» l'istituto dovrebbe portare in home-office oltre il 60 per cento dei collaboratori. Nei mesi scorsi, il picco massimo è stato del 25 per cento (un centinaio di persone). «Abbiamo potenziato la dotazione tecnologia, e il nostro scopo è arrivare a sfruttarla a pieno» spiegano dalla banca. Questo «tenendo conto che in banca non tutti i compiti e i mestieri si adattano a tale modalità».

E il Cantone? Il Dfe è incaricato dei controlli sul rispetto dell'ordinanza nelle aziende - scatteranno, probabilmente, nei prossimi giorni - ma non fornisce dati sui dipendenti cantonali impiegati a casa. Nel primo lockdown erano oltre 3mila, soglia che «sarà superata anche in questa fase» assicurano dal Dipartimento. Il governo comunque «ha già adattato le normative interne adeguandole alle nuove disposizioni federali» e «le cifre esatte potranno essere fornite prossimamente». Intanto restano quelle emerse da un sondaggio condotto via mail dall'Mps a novembre. "Solo" il 42 per cento dei dipendenti pubblici intervistati dichiarava di avere usufruito del telelavoro, come raccomandato dalla Confederazione. 

I sindacati intanto aspettano al varco. Anche l'Mps è tornato alla carica, presentando settimana scorsa un'interrogazione al Consiglio di Stato. «Il governo ha avuto tutto il tempo per attrezzarsi, siamo evidentemente di fronte a una negligenza» attacca il sindacalista e deputato Matteo Pronzini. «La verità è che da parte del Cantone registriamo un atteggiamento di resistenza, comune a molte aziende, e di mancanza di fiducia nei confronti dei dipendenti». 

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