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CANTONE / MYANMAR
15.06.2020 - 07:220
Aggiornamento : 09:58

Lasciare il tranquillo Ticino per cucinare delizie in Asia

Il coraggio del rischio: Fanny Moghini, originaria di Lamone, cucina ogni giorno pietanze italiane in Myanmar

LAMONE/BAGAN - Fanny Moghini, ticinese di nascita e vallesana d’adozione, da anni si divide tra la Svizzera e l’Asia Sudorientale, dove gestisce insieme al marito Michel tre ristoranti di successo, dopo aver lavorato entrambi come educatori.

Come avete conosciuto il Myanmar?
«Nel 2000 ci siamo stati in viaggio la prima volta, per caso. Abbiamo incontrato una guida che ci ha accompagnato alla scoperta del Paese anche gli anni successivi. Nel 2007 questa persona è mancata, lasciando una giovane vedova e due bambini: abbiamo deciso di aiutarli».

Da dove è nata l’idea di aprire un locale?
«Nel frattempo abbiamo conosciuto anche un amico della loro famiglia che desiderava aprire un ristorante, ma non sapeva da dove cominciare. Ci siamo offerti di sostenerlo prendendo un anno sabbatico e trasferendoci in Myanmar».

Una scelta decisamente azzardata.
«Era il momento giusto per un cambiamento: in Svizzera il lavoro non ci dava più soddisfazioni, e l’amore per questo popolo ci ha spinto a sfidare l’ignoto, ricominciando da zero e imparando una nuova professione a 59 anni. Abbiamo trovato un tetto nella cittadina di Bagan e abbiamo deciso di cucinare cibo italiano, assumendo i nostri amici birmani come collaboratori: cosi è nato “La Terrazza Italian Restaurant”».

Quanti dipendenti avete?
«Oggi sono 49 e io lavoro a diretto contatto con loro, formandoli ogni giorno, sia in cucina, sia in sala. I nostri camerieri sanno preparare un centinaio di piatti diversi, tutti tipici italiani, e li sanno spiegare in buon inglese ai nostri clienti».

Il successo ha favorito l'apertura di due altri ristoranti?
«Abbiamo aperto una prima pizzeria, ”La Pizza”, dotata di un forno a legna artigianale. In seguito, ne abbiamo inaugurata un’altra nella parte nuova della città, per soddisfare i turisti delle strutture alberghiere più moderne. Le pizzerie attirano clienti anche in bassa stagione, permettendoci di coprire meglio le spese su tutto l’anno».

E poi è arrivato il lockdown anche in Myanmar...
«Abbiamo dovuto rinunciare a tutta l'attività il 20 marzo scorso, poco prima che il Paese chiudesse le frontiere con il resto del mondo. I contagi sono stati relativamente pochi, senza decessi, e la popolazione ha reagito trovando la giusta misura: sono abituati a far fronte a crisi e disgrazie di ogni genere».

I dipendenti come vi hanno aiutato?
«Fortunatamente possiamo contare su un personale fedele, rispettoso e volenteroso. Superate alcune difficoltà iniziali, siamo riusciti a gestire la mentalità orientale e abbiamo introdotto il giorno di riposo settimanale, gli assegni familiari, il congedo maternità e una sorta di cassa malati. Nel momento del coronavirus, il capo del personale e il cuoco, in accordo con la tradizione buddista, hanno avuto un comportamento molto generoso, decidendo di rinunciare al loro stipendio di parecchio superiore rispetto alla media dei collaboratori, proponendo per tutti, durante i tre mesi di chiusura, un sacco di riso e due bottiglie d'olio. Noi siamo rientrati in Svizzera, potendo contare su validi responsabili sul posto. L'attività delle pizzerie ha già ripreso e a fine mese torneremo anche noi a Bagan per riaprire il ristorante principale».


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La mozzarella a “chilometro zero” va a ruba

«Il nostro menu è stato ideato sulla base degli ingredienti disponibili. Qui a Bagan si trovano tutto l’anno molte verdure tipicamente mediterranee», afferma Fanny. «Oggi, visto l’aumento del nostro fabbisogno, contiamo su un contadino che coltiva le nostre verdure in riva al fiume; mentre per carne, pesce e uova facciamo affidamento su produttori locali che conosciamo». Anche pasta e latticini sono ottenuti in loco: «Offriamo ai nostri clienti la pasta fatta a mano direttamente da noi, così come il pane, cotto ogni mattina nei nostri forni a legna. La popolazione qui consuma pochissimi latticini, quindi è stato difficile trovarli: ho appreso alcune nozioni di casara sufficienti per formare un giovane, il quale si reca presso la mandria di mucche lattifere. Oggi il latte fresco arriva al ristorante prestissimo per essere trasformato nelle migliori condizioni e la nostra mozzarella va a ruba!». R.P.

 

 

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