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21.04.2020 - 09:090
Aggiornamento : 11:45

Riaprono le attività: l'ansia di chi vive con una persona a rischio

Covid-19: piano piano si torna alla normalità. E c'è chi rischia il posto a causa degli affetti famigliari.

Dall'impiegata che vive con la mamma che ha problemi di cuore, al muratore preoccupato per la moglie asmatica. La legge però non tutela coloro che si ritrovano in simili situazioni.

LUGANO - La Svizzera, Ticino compreso, ha deciso. Si affronta, o forse si sfida, il Covid-19 a viso aperto. Si tenterà lentamente, e gradualmente, di recuperare la normalità. Ma c'è chi sul posto di lavoro non ci vuole tornare. Per paura. Perché vive con una persona appartenente a una categoria a rischio. «Non si tratta di casi isolati – precisa il sindacalista OCST Giorgio Fonio –. Abbiamo raccolto la testimonianza, tra le altre, di una mamma che ha un figlio reduce da un tumore e che non sa come comportarsi. Evidentemente è molto preoccupata e angosciata dalla situazione». 

Con la mamma cardiopatica – Sì, perché nella maggior parte dei casi il datore di lavoro sembra poco flessibile. «Mia madre è cardiopatica – sottolinea una 23enne del Luganese –. Io lavoro in ufficio, ho proposto l'home working al mio capo. Inizialmente ha accettato. Ma poi ha iniziato a farmi pressioni affinché io rientrassi in sede. E di recente mi ha detto che se le cose dovessero continuare così, non sarà più in grado di garantirmi il posto di lavoro per il futuro». 

La moglie asmatica – Preoccupazione anche per un 35enne del Bellinzonese, attivo nell'edilizia. «Mia moglie ha problemi d'asma. Il nuovo coronavirus per lei potrebbe essere letale. Quando l'edilizia si è fermata, ho tirato un sospiro di sollievo. Ma adesso che si riparte, non riesco a dormire. Sono agitato. Nessuno sul posto di lavoro può capire il mio stato d'animo. Ho il terrore di portare a casa il virus. In queste settimane ho cercato di proteggere mia moglie in tutti i modi. Ora non potrò più farlo».

La voce del medico cantonale – Purtroppo la legge non è dalla parte di questi lavoratori. Lo ammette anche il medico cantonale Giorgio Merlani. «Per le persone ad alto rischio l'ordinanza prevede una serie di misure particolari – spiega –.  O lavorano da casa, o restano a casa percependo lo stipendio. La legge, tuttavia, non prevede nulla per le persone a contatto con soggetti a rischio». Merlani si appella al buonsenso dei datori di lavoro. «Mi auguro ci sia sempre la possibilità di offrire il lavoro da casa anche a chi è in contatto con persone vulnerabili. O di trovare altre soluzioni, nel caso il lavoro da casa non fosse possibile». 

Urgono nuove norme – «Il datore di lavoro – aggiunge Fonio – ha la responsabilità della salute dei dipendenti. Dove è possibile va assolutamente favorita la possibilità di lavorare da casa. Se il lavoratore contrae il virus sul posto di lavoro e poi lo porta a casa, facendo ammalare un parente a rischio, non si può escludere che ci siano questioni legali con responsabilità di terzi. È necessario che in tempi rapidi le autorità federali prevedano delle leggi specifiche per queste situazioni».

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