Keystone
«E dopo? Andiamo in ospedale a infettare la gente?» (foto d'archivio)
CANTONE / SVIZZERA
03.04.2020 - 12:240
Aggiornamento : 14:57

Soldato viaggia in treno dalla Romandia al Ticino con la truppa in cui si è registrato un contagio

Alcuni militi criticano la gestione dell'emergenza: «Distanze non rispettate». L'Esercito: «È questione di disciplina».

Sullo spostamento verso il nostro cantone un portavoce assicura: se le prescrizioni dell'Ufficio federale della sanità pubblica vengono rispettate è possibile.

BELLINZONA / ZURIGO - Nell’Esercito svizzero si contano più di 130 persone positive al nuovo coronavirus. Secondo l’accusa di alcuni militi, però, non si farebbe tutto il necessario per limitare i contagi.

«Di disinfettanti non ce n’erano e per due giorni abbiamo ricevuto una sola mascherina», lamenta parlando con 20 Minuten un soldato che al momento presta servizio come sanitario e vuole rimanere anonimo*. In molte situazioni, inoltre, non verrebbe rispettata la distanza sociale di 2 metri. E non è tutto: nonostante un caso confermato di coronavirus al suo interno, la sua truppa si è dovuta fare un viaggio di quasi sei ore per venire in Ticino dalla Svizzera francese.

«Nel primo posto in cui ci trovavamo in Romandia non si faceva molta attenzione alla regola della distanza sociale in caserma», continua il milite. «Ai pasti, per esempio, eravamo tutti vicini e solo una volta il comandante ci ha intimato di tenere la distanza. Altri superiori di rango più alto, invece, non ci hanno mai ammoniti», sostiene. 

Anche durante il viaggio in treno verso il Ticino la distanza sociale era un optional, una cosa che lo ha sorpreso molto: «E dopo? Andiamo in ospedale a infettare la gente?», si è chiesto il sanitario prestato all’esercito.

Nella non meglio identificata località in cui è di stanza nel nostro cantone, invece, le regole per il contenimento dell’epidemia sono ben rispettate, sottolinea. All’arrivo tutti i militi impegnati in ambito sanitario sono sottoposti a un controllo medico che, benché non comprenda il test per il coronavirus, prevede almeno l’esame della lingua e della temperatura da parte di un dottore.

Anche un altro milite critica l’Esercito. Nonostante le regole sulla distanza sociale vigenti, lamenta, la sua compagnia ha dovuto eseguire in fretta e furia un controllo del materiale che non esita a definire come «imposto» e «provocatorio»: «Veniamo sempre rimproverati perché dobbiamo tenere la distanza di due metri e poi si fa questo controllo in un posto così piccolo con tante reclute», fa notare. Il soldato, che desidera anch’egli restare anonimo*, spera che il suo «grido d’aiuto venga ascoltato».

Il portavoce dell’Esercito Daniel Reist respinge al mittente le critiche. Anche in questa situazione, ricorda, i controlli del materiale continuano a far parte del servizio, ma «le regole sul distanziamento possono essere rispettate anche durante questa attività»: «È una questione di disciplina», sottolinea.

L’Esercito, poi, dispone di «assolutamente abbastanza» materiali di protezione come disinfettanti per le mani e mascherine. Essi, però, non vengono distribuiti a tutti i membri dell’esercito, ma piuttosto assegnati a seconda della loro funzione.

Il portavoce garantisce poi che, nei casi di contagio confermati, l’Esercito segue le rigide regole dell’Ufficio federale della sanità pubblica (UFSP): la persona infetta viene isolata e chiunque abbia avuto un contatto con lei di una durata superiore a 15 minuti entra in quarantena. In quest’ultima condizione i soldati continuano a lavorare, ma separati dal resto della truppa che non ha avuto contatti con la persona infetta. Se le linee guida dell’UFSP vengono rispettate, conclude Reist, i soldati possono anche intraprendere un viaggio in treno.

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