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04.11.2019 - 06:010
Aggiornamento : 10:29

Le bande nigeriane fanno capolino in Ticino

La mafia africana è un fenomeno emergente in Italia, dove collabora con 'ndrangheta e camorra. E non disdegna di sconfinare. L'esperto: «Serve una strategia»

LUGANO - Hanno nomi curiosi come "l'Ascia nera", "i Gatti neri", "i Vichinghi" o "l'Occhio supremo". Tatuaggi di riconoscimento, riti d'iniziazione. Sono le gang della malavita nigeriana: le ultime arrivate nella geografia del crimine organizzato in Italia. Ma non mancano le incursioni in Ticino. E secondo gli esperti «non vanno prese sottogamba».  

Fenomeno emergente - Oltre confine il problema è noto. A rilanciare l'allarme è stato, l'anno scorso, un rapporto dell'Antimafia italiana (Dia). Le cosche nigeriane - afferma - si sono «radicate particolarmente in Campania, Piemonte e Veneto» all'ombra delle mafie più famose – 'ndrangheta e Camorra in particolare. Si dedicano a truffe, traffico di droga e prostituzione. Senza disdegnare di scavalcare il confine. 

Il viaggio della coca - «Parliamo di un'organizzazione strutturata ma molto fluida» avverte l'esperto Sergio Nazzaro, giornalista svizzero trapiantato in Campania e autore del volume "Mafia nigeriana" (ed. Città Nuova) appena pubblicato. «È caratterizzata da un forte legame con la madre patria, che funge da porto franco per la sostanza proveniente dal Sudamerica». Dalla Nigeria la cocaina viene trasportata «per via di terra o aerea, le evidenze investigative escludono il viaggio via mare» spiega l'esperto. «Giunta in Italia, la sostanza si diffonde in mille canali e molti portano verso nord».   

Dal Ticino alla Nigeria - L'ultima notizia è di fine ottobre. In manette sono finiti due nigeriani residenti nel Locarnese: con altre tre persone (agli arresti) avevano costruito una rete di spaccio tra il Ticino e il paese d'origine. Negli anni – ha ricostruito la Procura – avrebbero ridistribuito oltre 200mila franchi di guadagni illeciti tra Nigeria e Sudamerica. Un centinaio i consumatori denunciati a piede libero.

15 arresti - Ma non è un caso unico. Stando ai dati della polizia, dal 2014 a oggi cittadini nigeriani sono stati coinvolti in almeno dieci inchieste anti-droga in Ticino. Un totale di 15 persone. In un caso, allo spaccio era abbinata anche il raggiro a distanza (cosidetta “truffa nigeriana”), altra specialità delle gang.

Corrieri e residenti - In almeno quattro casi i malavitosi si erano infiltrati stabilmente nel territorio, con appartamenti-base. Altre volte andavano e venivano dall'Italia: nel 2016, ad esempio, in manette è finito un nigeriano proveniente da Torino. Nell'arco di tre anni, avrebbe portato nella Svizzera italiana almeno 130 grammi di polvere bianca.

«Serve una strategia» - Il capoluogo piemontese «è il principale centro della mafia nigeriana, assieme a Castelvolturno in Campania» spiega Nazzaro. Nel Nord Italia «la rete è estesa e ormai radicata da anni, in accordo con le cosche italiane». Il lavoro degli inquirenti non è semplice. Le inchieste condotte in Ticino non hanno permesso, finora, di risalire alle organizzazioni criminali a monte. Ma l'esperto italo-svizzero mette in guardia: «È importante che la Svizzera implementi una strategia contro il crimine organizzato. Non interpretare i fatti come casi a sé stanti ma seguire i canali finanziari, oltre ai simboli, i riti e i segni di riconoscimento. La difficoltà? Parliamo spesso di persone con identità-fantasma, che si muovono tra più stati». 

Le inchieste ticinesi: 

Dalla Valle fino al Luganese - È il 21 ottobre. Il Ministero pubblico annuncia un'operazione congiunta, condotta dalla Polizia cantonale e dalla comunale di Locarno. In manette sono finite sei persone tra i 36 ed i 53 anni (due nigeriani, uno svizzero, due italiani, uno spagnolo), tutti residenti in Ticino. In tre anni avrebbero spacciato «alcuni chili» di cocaina e «una ventina» di chili di cannabis tra Locarnese, Vallemaggia e Luganese. Circa 200mila franchi i proventi rispediti in Nigeria e Sudamerica. Un centinaio i consumatori locali denunciati. 

La banda dedita a truffe e spaccio - Tra luglio e agosto altri tre arresti. Il primo è un 42enne nigeriano: a casa sua, nel Luganese, vengono sequestrate «diverse decine» di grammi di coca. Avrebbe rifornito spacciatori e consumatori locali. Un 40enne sempre nigeriano è invece finito in manette in agosto al valico di Brogeda: fa parte di «una banda dedita a truffe informatiche» secondo gli inquirenti, che nel suo appartamento si imbattono in un connazionale. Addosso gli trovano decine di "bolas" – ovuli ingeribili – di cocaina. Anche lui è agli arresti. 

Quelle banconote sporche di coca - Nel 2016 sono diverse le inchieste e gli arresti. Il più clamoroso: sempre a Brogeda vengono fermati un 36enne nigeriano e una 26enne congolese, residenti all'estero. Sulla loro auto sono nascoste mazzette di banconote per 350mila euro. Vengono analizzate: risultano contaminate da cocaina. I due vengono arrestati per spaccio e riciclaggio. Nel giro di pochi mesi finiscono in manette anche due corrieri della droga residenti in Italia, e un giovane 19enne residente invece nel Luganese, che spacciava nei dintorni del parco Ciani.   

Appartamenti usati come base - Non solo trasferte mordi-e-fuggi dall'Italia. A volte i trafficanti in Ticino si trasferiscono in pianta stabile. Nella primavera del 2016 alla Polizia arriva una segnalazione per spaccio di cocaina. Vengono organizzati appostamenti, pedinamenti. Alla fine gli investigatori risalgono a un appartamento del Luganese utilizzato come "base". Al suo interno vengono fermati un 24enne, un 36enne, un 26enne e un 27enne, tutti con passaporto nigeriano. Dalla perquisizione spuntano oltre 250 grammi di polvere bianca. 

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