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RANCATE/BASILEA
15.03.2019 - 08:280
Aggiornamento 10:55

«Non appartenevano allo Züst e non mi stupirebbe se fossero patacche»

Dal museo di Rancate a quello di Basilea, due direttori sollevano dubbi sulla presunta origine ticinese dei “bronzi del macellaio” oggi al Metropolitan e su cui pende una denuncia in Pretura.

RANCATE/BASILEA - L’aveva suggerito il giudice del Tribunale d’appello: la procuratrice interpelli la Pinacoteca Züst di Rancate per stabilire se le due statue contese e oggetto della denuncia appartenevano al collezionista Giovanni Züst.

Lo strano dono - Il nodo da sciogliere è se i preziosi bronzi romani (adesso al Metropolitan Museum di New York dopo la vendita all’asta nel dicembre 2012 per 3 milioni di dollari) erano proprietà di uno spagnolo oppure provengono dai beni di un macellaio del Mendrisiotto. Che le avrebbe ricevute in dono decenni fa dallo stesso Züst. Una ricostruzione contestata però dallo spagnolo che ha denunciato otto persone per appropriazione indebita, truffa e ricettazione (due sono le persone cui affidò le opere per il restauro, le altre invece avrebbero avvalorato con, a suo dire, false testimonianze l’origine momò delle statue).

A Rancate nessuna traccia - Una storia intricata, insomma, che una visita a Rancate non può chiarire: «Da noi questo tipo di documentazione non c’è - spiega Mariangela Agliati Ruggia, direttrice della Pinacoteca Züst -. È stato ritrovato un inventario, ma riguarda solo la nostra quadreria. L’arte antica è stata invece donata dallo Züst all’Antikenmuseum di Basilea». Pittura, argenti e antichità le tre passioni del collezionista. Le prime confluirono in dono a Rancate, le seconde a San Gallo, le terze a Basilea.

Passaggio a Basilea - Una traccia che ci porta fortuna. Perché è nel museo archeologico al numero 5 di St. Alban-Graben, un’elegante villa-palazzo in città vecchia, che bussò una delle due persone cui lo spagnolo sostiene di aver affidato le statue. A raccontare l’episodio è lo stesso direttore dell’Antikenmuseum Andrea Bignasca. «Nel 2012 un certo T. D., a me fino ad allora sconosciuto, mi aveva presentato le due opere restaurate portandole qui da noi a Basilea, probabilmente con l’intento di sentire un nostro parere o anche di venderle». Come provenienza, prosegue il direttore, «indicò la collezione privata di un suo zio in Ticino».


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Origine non chiara - A parlare è quindi l’esperto di arte antica, che ancora oggi non nasconde la propria perplessità sui due oggetti: «Le opere mi parvero insolite - afferma Bignasca -, sia per la loro iconografia unica che per il loro ottimo stato di conservazione nonché per la loro provenienza non chiara e non veramente ricostruibile. Così lasciai andare il proprietario con le sue opere e non lo rividi più».

Nessuna traccia negli archivi Züst - Perplessità, che si somma a stupore tempo dopo: «È stata una grande sorpresa per me, quando mi segnalarono la loro vendita in asta Christie’s sotto la pretesa appartenenza alla collezione Züst» ricorda il direttore dell’Antikenmuseum. «A me a livello di archivi non risultano essere opere Züst, tanto più che se lo fossero state lo Züst le avrebbe donate a noi nel 1959 in occasione della sua donazione di arte antica che condusse alla fondazione dell’Antikenmuseum di Basilea».

Pareri concordi: patacche? - Proprio perché Giovanni Züst era pienamente consapevole del grande valore della sua collezione, appare poco credibile la storia del dono al macellaio di paese: «Un regalo un po’ troppo prezioso - commenta Agliati Ruggia -. A meno che - aggiunge con un sorriso la direttrice della Züst - non gli avessero detto che erano patacche. Le sue opere antiche più belle le ha comunque donate all’Antikenmuseum». Della stessa opinione è anche il direttore Bignasca: «Mi sembrerebbe strano che Giovanni Züst avrebbe tolto dalla donazione opere tanto importanti per un museo pubblico. Per darle ad un privato». Da qui il giudizio finale del direttore dell’Antikenmuseum: «Secondo me non si tratta di opere Züst. I rivenditori attuali devono aver usato a scopi di lucro il buon nome di Züst sia per la sua relazione con il Ticino che come “garanzia” di qualità e di provenienza. Naturalmente non si potrà provare nulla e anche la mia asserzione è, in fondo, gratuita. Però non sarei sorpreso se, fra qualche anno, i due pezzi risultassero dei falsi…».

 

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