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28.03.2018 - 18:200

«Quelle brutalità inimmaginabili»

Nel processo per maltrattamenti su una bambina hanno preso la parola i difensori. La madre affidataria: «Una colpa che mi porterò dietro per sempre». La sentenza sarà comunicata per iscritto

LUGANO - Non più di diciotto mesi sospesi per la madre affidataria, una pena corretta per il padre. E l’assoluzione per il tutore e l’assistente sociale. È questo, in sostanza, quanto chiesto - sottolineando anche il tempo trascorso dai fatti - dai difensori dei quattro imputati comparsi alle Criminali di Mendrisio, riunite a Lugano, per una serie di indicibili maltrattamenti su una bambina. Una bambina che all’epoca, era il periodo tra il 2010 e il 2013, aveva meno di dieci anni. Il dibattimento si è concluso con le parole della madre affidataria in lacrime: «Mi dispiace, è una colpa che mi porterò dietro per sempre».

«Cose orribili» - «Ha fatto cose orribili» ha esordito il suo difensore, l’avvocato Pietro Croce. Aggiungendo però che «la donna era mossa dai migliori propositi». È dunque davvero incomprensibile, ha sottolineato, che «possa aver fatto quello che ha fatto». Ma la sua assistita ha ammesso tutto, sin dal primo interrogatorio. «I professionisti coinvolti nell’affidamento - ha affermato il legale - non hanno invece saputo, o forse sarebbe più corretto dire non hanno voluto, riconoscere la gravità della situazione».

Il mancato approfondimento - Senza voler relativizzare la colpa del padre affidatario, anche l’avvocato Felice Dafond ha fatto leva in particolare sulle responsabilità delle autorità che non avrebbero effettuato i dovuti approfondimenti per verificare l’idoneità all’affidamento. «L’autorità avrebbe dovuto accorgersi che non c’erano le basi idonee». La coppia stessa avrebbe manifestato la volontà di rinunciare all’affidamento, ma gli operatori avrebbero solo spronato i due ad andare avanti, ha spiegato l’avvocato.

«Non potevano sapere» - «Nessuno poteva immaginare le brutalità commesse dai coniugi». Così l’avvocato Yasar Ravi in difesa dell’assistente sociale, accusato - assieme al tutore - di aver ignorato i segnali d’allarme. E ha aggiunto che «i coniugi non hanno mai dimostrato di volersi assumere realmente fino in fondo la responsabilità di quanto commesso». Associandosi all’arringa di Ravi, l’avvocato Andrea Ferrari (patrocinatore del tutore) ha sottolineato che gli operatori hanno affrontato seriamente quei fatti di cui erano a conoscenza. «Ma si sono attenuti alle risultanze della rete». E per questo ha affermato: «In quest’aula mancano almeno cinque o sei persone che non hanno fatto nulla per porre rimedio alla situazione». Secondo i legali, tutore e assistente sociale non possono quindi essere considerati colpevoli né di violazione del dovere di assistenza o educazione né di favoreggiamento.

Le richieste dell’accusa - Nella sua requisitoria di ieri, la procuratrice pubblica aveva insistito soprattutto sul mancato intervento tempestivo da parte del tutore e dell’assistente sociale. Nei confronti dei genitori affidatari aveva chiesto pene detentive di due anni e dieci mesi (di cui dieci mesi da espiare) per lei, e di due anni (sospesi) per lui. Una condanna a dieci mesi (sospesi) era stata proposta per gli altri due imputati. La rappresentante della vittima, avvocato Maria Galliani, aveva invece chiesto il riconoscimento delle indennità per torto morale per un importo complessivo di 65’000 franchi.

La decisione della Corte, presieduta dal giudice Mauro Ermani, sarà comunicata domani per iscritto alle parti.


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