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09.11.2016 - 11:470
Aggiornamento : 10.11.2016 - 09:33

Un ticinese a Washington: «Vi racconto la mia nottata elettorale»

Patrick Acquadro è di Lugano. Si trova per motivi di lavoro a Washington e ha vissuto una lunga giornata di elezioni insieme agli americani

WASHINGTON - Ci accomodiamo intorno al televisore nella sala comune del nostro ostello nel centro di Washington DC. Ci sono quattro americani (tre donne), un giapponese, uno spagnolo, un inglese, un tedesco e uno svizzero (io). Sono le sei della sera e ci accingiamo a seguire i risultati elettorali. È presto, molto presto, e la nottata sarà lunga. Ma forse nemmeno troppo: Hillary potrebbe risolvere le cose in fretta. Magari a mezzanotte saremo già a dormire nei nostri letti a castello. C’è ottimismo, se consideriamo che tutti, almeno ufficialmente, sono dalla parte della democratica. Io mi astengo, neutrale come è giusto che sia secondo il mio passaporto. Mangiamo patatine e beviamo birra nemmeno ci trovassimo al cinema. Eppure la fine del film la conosciamo già. Sì, non ci saranno molte emozioni. C’è quasi la speranza che invece qualcosa di particolare possa ravvivare la serata: come nello sport, se la partita è troppo sbilanciata non ci si diverte. E in effetti ecco una mezza sorpresa: la Florida è in bilico. E a livello nazionale Trump è avanti. Proprio così, ma tanto alla fine si aggiusterà tutto. 

Ci si scherza su: “Immaginate se lui vince il voto generale ma perde gli stati,” ride un ragazzo del New Jersey. “Sarebbbe divertente.”
"In quel caso però significherebbe che il voto di uno vale più di quello di un altro", mi azzardo. "E ciò solo perché è nato in una regione piuttosto che un’altra".
Lui alza le spalle come per dire: c’est la vie my friend.
Di sicuro è strano come i commentatori si ostinino a fare previsioni di voto basandosi sulle varie razze e sulla loro educazione (i bianchi vengono divisi tra coloro che hanno fatto il college e quelli ‘ineducati’). Se non è un modo particolare di fare giornalismo questo…
Notiamo comunque come tra i cosiddetti esperti ci sia una certa eccitazione, forse nervosismo. Facciamo zapping tra Cnn, Fox News e Msnbc per capire dove si stia andando a parare. A quanto pare qualche speranza per i repubblicani esiste. E se ne accorge anche altra gente che a poco a poco si aggiunge al nostro gruppo. La suspense cresce. Non si ha più il coraggio di alzarsi nemmeno per andare al bagno, sia mai che si perda il posto o qualche novità dell’ultimo secondo. Il tempo passa, i risultati diventano via via più chiari e la cartina degli Stati Uniti più rossa. La faccenda si sta facendo seria: i sorrisi si trasformano in smorfie. Qualcuno scuote la testa, altri sbuffano.
Tutto questo supporto per la Clinton attorno a me in realtà un po’ mi sorprende: sono nel Paese da 5 settimane e per quel che mi riguarda nelle altre città ho sentito molte più persone dalla parte di Trump. Ma sarà che negli ostelli ci sono soprattutto persone appartenenti alla classe mediobassa, mi ero sempre detto. I sondaggi, così categorici, non possono essersi sbagliati. Oppure sì…
“Non è che ci sarà una nuova Brexit?” chiedo a un giovane inglese.
“Spero proprio di no,” mi risponde.
“Dio, ditemi che non è vero!” interviene un’accalorata signora di colore.
Il dubbio si insinua sempre più mentre lo schermo piatto di fronte a noi mostra cifre allarmanti. Sono le 11 e l’atmosfera è completamente diversa rispetto a solo un paio di ore prima. Adesso il sentimento comune è di incredulità. C’è ancora tanto da attendere ma a questo punto si è pronti al peggio. Sta accadendo l’impensabile. Già, ma impensabile per chi? Per i sondaggisti di certo (già prima
la loro credibilità era ai minimi, ma ora?), per i media e per i democratici, che da una quindicina di giorni si comportavano come se avessero la vittoria in tasca. Ma non per i sostenitori del miliardario repubblicano, come detto. Loro ci hanno sempre creduto, persino più di lui.
Ricordo un anziano che a Boston ha urlato: “Trump vincerà e ribalterà il mondo!”. A quanto pare aveva ragione, almeno in parte.
Cosa è dunque successò? Difficile esprimersi con precisione. Ognuno ha una propria opinione. Secondo alcuni è il risultato di una chiara lotta contro l’establishment, dove il governo di Washington era il cancro da combattere con la medicina più potente. Per altri invece la vera ragione è che si è svegliata una parte dell’America, quella rurale e delle piccole città, che gli ha dato il suo appoggio pensando solo a se stessa. E la campagna del magnate ha toccato le corde giuste. Le più semplici: economia, lavoro e confini sicuri. Le stesse che di questi tempi valgono ovunque, Svizzera compresa.
“Cosa accadrà agli ispanici e ai musulmani?” domanda un cubano da in fondo alla sala. Non c’è una risposta certa, ma a mio parere non devono preoccuparsi oltre misura. The Donald sarà anche il nuovo presidente degli Stati Uniti, ma non potrà fare ciò che vuole. Anche se l’ha promesso. Non si tratta di una dittatura, dopotutto. Ed è ciò che tanti, compreso molti europei disperati, a volte dimenticano: la democrazia è questa, che piaccia oppure no. E chi ha votato per Trump non per forza l’ha fatto per le sue sparate eccessive. Probabilmente l’ha fatto nonostante esse.
Intanto si vedono lacrime sullo schermo ma non qua. C’è chi anzi la prende con ironia. “Le borse crolleranno ma non fa niente,” sghignazza un signore di mezza età. “Tanto da domani saranno i repubblicani a doversene preoccupare.”
Non da domani, ma da gennaio sì. Sono le 2.42 del mattino e ora è ufficiale: Donald J. Trump è il nuovo presidente degli Stati Uniti.
Possiamo sentirlo festeggiare, più pacatamente del previsto, prima di raggiungere il nostro letto a castello. Cercheremo di dormire, senza incubi, ricordandoci che così come non abbiamo un’idea precisa di cosa sia successo questa notte, non sappiamo nemmeno cosa accadrà in futuro.

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