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09.08.2019 - 14:520

Massacro di Rupperswil, il Blick ha violato il codice deontologico

Il giornale ha diffuso il nome dell'autore della strage. Il sito online mostrava inoltre una foto del 35enne

BERNA - Il "Blick" - nella versione cartacea come pure sul sito "Blick.ch" - ha violato diverse disposizioni del codice deontologico dei giornalisti pubblicando lo scorso dicembre il nome dell'uomo di 35 anni condannato per il "massacro di Rupperswil". Lo ha stabilito il Consiglio svizzero della stampa.

In una presa di posizione pubblicata oggi, l'organo di autocontrollo dei giornalisti ha accolto due reclami presentati contro le due testate del gruppo Ringier.

Il 24 dicembre 2018, riferendo del processo d'appello al quadruplice omicida, "Blick" e "Blick.ch" avevano riportato per esteso il nome l'uomo, che aveva ucciso con tagli alla gola una madre di famiglia 48enne, i suoi due figli di 13 e 19 anni e l'amica del primogenito. Il sito online mostrava inoltre una foto senza velature del 35enne, presa all'interno di un'auto della polizia.

Le due testate giustificavano la decisione di non celare più l'identità dell'assassino con due argomenti, indica il Consiglio svizzero della stampa. In primo luogo, il nome dell'uomo era già stato fatto dalla sua legale al termine del processo d'appello: ciò legittimava la conoscenza di esso da parte del pubblico più vasto. In secondo luogo, il nome era stato troppo a lungo abbreviato nei resoconti, il rispetto della personalità non si giustificava più.

Nella presa di posizione odierna, il Consiglio della stampa non contesta la straordinaria importanza del caso del quadruplice omicida di Rupperswil negli annali della criminalità nel nostro Paese: esso ha "destato un enorme interesse pubblico attorno alla persona dell'autore".

Ma tutto ciò non significa che un interesse pubblico alla pubblicazione del nome prevalga su tutto, rileva il Consiglio della stampa. In casi del genere sussiste - a favore dell'assassino e dei suoi congiunti direttamente toccati - "il diritto alla tutela della sfera privata, e ciò indipendentemente dall'orrendo svolgimento dei fatti".

Secondo l'organo di autocontrollo, "il ritegno osservato nell'insieme della stampa ("Blick" compreso) fino al processo d'appello era adeguato alla circostanza". Esso teneva conto del rispetto dovuto ai congiunti del reo, come pure "al diritto alla risocializzazione - foss'anche solo teorico - che appartiene a ogni imputato al di là delle circostanze orribili dei suoi atti".

La pubblicazione del nome da parte del "Blick" rappresenta invece un'esposizione inutile alla pubblica infamia: si tratta quindi di una violazione del codice giornalistico. "Nessuna delle eccezioni che il codice deontologico pure ammette è applicabile della circostanza: la violazione è dunque accertata". Si può invece fare una distinzione circa la foto, in cui il volto dell'imputato è difficilmente riconoscibile, nascosto in parte com'è dallo specchietto retrovisore dell'auto. Su questo punto il Consiglio non ravvisa una violazione della sfera privata dell'individuo.

I fatti risalgono al 21 dicembre 2015. L'uomo, reo confesso, abitava nel medesimo quartiere delle sue vittime. In base alla ricostruzione dei fatti, ha ucciso le quattro vittime che erano riunite nell'abitazione di Rupperswil in vista del Natale. Prima di sterminare la famiglia, l'imputato ha inoltre mandato la madre a prelevare 11'000 franchi in due banche e ha abusato sessualmente del figlio minore. Dopo il massacro, ha cosparso l'abitazione di olio per torce e le ha dato fuoco.

L'uomo è stato arrestato a quasi sei mesi dai fatti, mentre stava preparando analoghi attacchi ai danni di famiglie con bambini fra gli 11 e i 15 anni, nei cantoni di Soletta e Berna.

Nel marzo 2018 il Tribunale distrettuale di Lenzburg ha giudicato il 35enne - uno svizzero con tendenze pedofile conclamate - colpevole di quattro assassini, ripetuta estorsione, sequestri di persona, atti sessuali con un fanciullo, ripetuta coazione sessuale, incendio intenzionale, possesso di materiale pornografico proibito, nonché di atti preparatori punibili in vista di altri crimini. La corte ha ordinato l'internamento ordinario. La misura è stata confermata nove mesi dopo dal tribunale d'appello argoviese.

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